di Lisa Carmignotto Bettella

In occasione delle Dionisie, ditarimbici eventi greci che vedevano in competizione vari autori dell’antico panorama teatrale, l’orchestra ospitava la rappresentazione di una trilogia di tragedie seguita da un dramma satiresco. Tra il 463 e il 462 a. C., l’edizione delle celebrazioni vedrà debuttare i capolavori del drammaturgo eleusino Eschilo, con una delle più antiche tragedie mai rappresentate – le Supplici – che insieme a Egitto e le Danaidi avrebbero composto la trilogia tragica, andata poi perduta nella sua interezza.

Le Danaidi (dettaglio). Pittura vascolare da un cratere apulo a volute con figure rosse, 320 a.C. circa. Antikensammlung, Kiel

Molti sono i temi tratteggiati da Eschilo nelle Supplici, la cui arcaicità è evidente a partire dalla scelta di un protagonista ‘collettivo’, dacché unico (il coro) nella sua pluralità (le cinquanta Danaidi).
L’assenza di prologo permette allo spettatore – o al lettore, a seconda della fonte rappresentativa – di immergersi subitaneamente nella drammaticità della storia delle cinquanta figlie di Danao, costrette dalla legge egizia al matrimonio endogamico con i cugini, figli di Egitto, “maschi violenti e detestati”. Le donne fuggiranno insieme al padre ad Argo, città della loro progenitrice Io, dove le esuli – invocando l’intervento di Zeus – supplicheranno per la loro protezione la città greca e il suo sovrano, il saggio ed equilibrato Pelasgo. Egli ascolterà le loro parole di disperazione, uno straziante grido d’aiuto, rivelatore di una scelta difficile ma giusta seppur nella tormentata consapevolezza che, presto, la loro decisione farà muovere i cugini in una guerra per riportarle indietro.

“Chi avrebbe mai creduto che questo esilio inatteso
potesse spingere fino ad Argo una stirpe da sempre legata alla vostra,
che fugge terrorizzata e rifiuta il vincolo nuziale?”
Coro

Per favorire la loro accoglienza, le Danaidi evocheranno il mito della fanciulla Io, amata da Zeus e da questo trasformata in giovenca al fine di proteggerla dalla gelosia della moglie Era. Quest’ultima però non si lascerà ingannare, e perseguiterà la giovane dapprima costringendola all’esasperante controllo di Argo – il guardiano ‘dai cento occhi’ – e poi da un terribile tafano, cagionandone così la fuga della fanciulla dalla terra natia attraverso il Bosforo (che da lei prenderà il nome, letteralmente ‘passaggio della vacca’) sino in Egitto, dove fonderà la sua discendenza.

Busto di Giunone, terracotta. Museo nazionale etrusco di Villa GiuliaEcco che, agli occhi del re argivo, le cinquanta Danaidi non sono più straniere – barbare
in terra greca; egli è ora consapevole di trovarsi dinanzi ad un bivio, una decisione da prendere che provocherà inevitabilmente esiti nefasti: rispettare la legge degli Dèi e accogliere le supplici disperate, dichiarando così apertamente guerra agli uomini d’Egitto, oppure seguire la legge umana, rifiutando di tutelare le donne e contrariando in tal guisa il diritto olimpico?
Coloro i quali rifiutano di accogliere lo straniero si pongono dalla parte dell’inciviltà e della barbarie: con questa consapevolezza, il saggio e giusto Pelasgo si recherà dagli argivi, veri detentori del potere sovrano, affinché la decisione sia presa dal popolo – il quale delibererà democraticamente di accogliere le supplici tormentate, facendosi garanti della loro sicurezza.

“Vivrete in questa terra liberi, e non sarete preda di nessuno.
Inviolabili, nessuno, argivo o straniero,
potrà cacciarvi via. E, se si giungerà a scontro violento,
chiunque tra i cittadini non accorra in vostro aiuto
sia privato dei diritti civili e condannato all’esilio
per decreto del popolo”. Così parlò per noi il re dei Pelasgi.
Danao alle figlie

Gli Egizi, le cui navi erano frattempo approdate in terra greca, verranno allontanati dai Pelasgi, sebbene i pochi frammenti rinvenuti delle opere successive vedranno Danao obbligato a cedere al matrimonio tra le figlie e i nipoti. L’apparente trionfo di Afrodite però perpetuerà il dramma tragico, giacché in gran segreto Danao ordirà insieme alle figlie l’omicidio, alla prima notte di nozze forzate, dei novelli sposi. Ciononostante soltanto una, delle donne, non attuerà la violenza: Ipermestra, infatti, risparmierà il marito Linceo, dalla cui unione avrà origine la stirpe dei futuri re di Argo.
Le Supplici appaiono una chef-d’oeuvre di incommensurabile profondità valoriale, la cui attualità non può non disarmare il lettore/spettatore: dalla condizione subalterna della donna – ancora oggi dolorosamente oggetto della volontà d’altri – la cui privazione di una vita vera e libera la porta a gesti disperati (come l’esilio coatto, o la minaccia di suicidio) all’emigrazione, disagio sociale e piaga globale che colpisce ancora oggi il Mare Nostrum.
Coloro che riescono a trovare la forza di reagire alle ingiustizie della propria terra e a ribellarsi ad un destino imposto, intraprendono – ieri come oggi – una fuga verso una vita sperabilmente migliore ed arbitraria.
Alterità o identità? L’emigrazione delle cinquanta supplici sarà infatti leggibile tanto come un esilio quanto come un ritorno alle origini, una riscoperta delle proprie radici in una terra che le vedrà – inizialmente – nell’ossimorica condizione di ‘straniere in patria’. Sarà solo grazie alla protezione conferita dalla democrazia del popolo argivo che le supplici ritroveranno la sicurezza, la propria casa, i cui altari saranno decorati da ramoscelli coronati.

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