di Franco Ballardini*
Riva del Garda, 12 Aprile 2025 ore 17.30 Chiesa dell’Inviolata dell’Inviolata
Stefania Neonato e il pianoforte storico
Compositrici-pianiste fra Classicismo e Romanticismo
Pianoforte storico copia di Conrad Graf del 1819 (Paul McNulty), fornito dalla Ditta Francesco Zanotto
Wolfgang Amadeus Mozart (1756-1791)
Dal Quaderno musicale di Nannerl Mozart (1759-1764)
Sonata Prima (ricostruita da Michele Croese)
1.(Molto Allegro) (n. 50) in Fa maggiore
2.Andante (n. 37) in Sib maggiore
3.Tempo di Menuetto Fa maggiore (n. 35) e Trio Sib maggiore (n. 12)
4.Allegro (n. 40) in Fa maggiore
Marianna von Auenbrugger (1759-1782)
Sonata Mib maggiore per il Cembalo o Fortepiano (1780)
1.Moderato; 2. Largo; 3. Rondo: Allegro
Maria Agata Szymanowska (1789-1831)
Notturno Sib maggiore (pubblicato post. 1852)
Preludio Mi maggiore (1819)
Clara Wieck Schumann (1819-1896)
dalle Soirees Musicales Op. 6 (1834-6)
Toccatina – Nocturne – Mazurka – Ballade
Fanny Mendelssohn-Hensel (1805-1847)
Quattro Lieder per il Pianoforte Op. 8 (1846)
Allegro moderato – Andante con espressione- Lied – Wanderlied

“Fortepiano”: e molti appassionati di musica, a questa parola, storcono il naso e subito pensano a un pianofortino d’antiquariato, dal suono esile e il fiato corto, con quel timbro un poco strano e quasi stonato, secco e stridulo, sempre uguale e assai monotono, incapace d’un vero crescendo, d’una qualche variazione di colore nei diversi registri, di un minimo di tenuta, di legato, di fraseggio, perfino dall’intonazione un po’ incerta… Insomma un pianoforte-giocattolo, o un prototipo preistorico e immaturo, più simile a un clavicembalo o a un clavicordo, neanche lontanamente paragonabile alla potenza e alla gamma di sfumature dinamiche, alla tavolozza cromatica e all’eloquio fluente e modulato d’uno strumento moderno… In altre parole: un vecchio arnese, buono solo per soddisfare le nostalgie reazionarie o lo stravagante feticismo di quei singolari personaggi che sono i cultori della musica antica ad ogni costo.

E invece no: per rendersene conto e fare giustizia d’un siffatto pregiudizio era sufficiente assistere al bel concerto tenuto da Stefania Neonato, per gli Amici della musica di Riva del Garda, sabato pomeriggio, nella favolosa chiesa dell’Inviolata, piena di pubblico, con uno strumento costruito da Paul McNulty sul modello d’un Conrad Graf viennese del 1819. Neonato è un’esperta interprete del primo repertorio pianistico con strumenti dell’epoca, lo è da tempo, in concerti e incisioni discografiche, e da anni insegna appunto “pianoforti storici” (Historische Klaviere) alla Hochschule di Stoccarda. E ha dimostrato, con le parole e i fatti, quanto quell’opinione sia infondata: raccontando, sia pur brevemente, la rapida trasformazione dello strumento nel corso dell’Ottocento – analoga a quel che succede oggi con i dispositivi elettronici: Beethoven ne conobbe almeno sette modelli differenti, Liszt addirittura decine, mentre la struttura del pianoforte moderno, nonostante la varietà di marche e misure, è molto più stabile e consolidata – e offrendone poi un ampio saggio nelle musiche eseguite.

Il concerto fra l’altro presentava, a questo proposito, almeno un altro elemento di particolare interesse, e cioè un programma interamente femminile (salvo i due bis, di Beethoven e Robert Schumann); e anche questa potrebbe apparire, oggi, come una scelta “alla moda”: se non fosse che, accanto a nomi ormai noti (malgrado tutto), vi figuravano pure compositrici meno conosciute, e che, anche delle autrici già riscoperte, venivano proposte opere non ancora popolari. Ecco ad esempio, fra le prime, la viennese Marianna von Auenbrugger (1759-1782), allieva di Haydn e Salieri, con la sua Sonata in mi bemolle maggiore, o la polacca Maria Agata Szymanowska (1789-1831), all’epoca celebre concertista in tutta Europa, con un Notturno e un Preludio; ed ecco invece, fra le cose quasi “inedite” di musiciste famose, una possibile (ipotetica) sonata della sorella di Mozart, Nannerl, ricostruita dal musicologo Michele Croese unendo quattro brani anonimi contenuti nel suo quaderno di musica, o alcuni pezzi tratti dalle giovanili Soirées Musicales op. 6 (1834-6) di Clara Wieck Schumann (1819-1896), o i quattro Lieder (senza parole) op. 8 scritti da Fanny Mendelssohn Hensel (1805-1847) pochi mesi prima di morire (1846); per cui, anche sotto questo profilo, il concerto non era privo di sorprese.
Musiche dunque di raro ascolto ai nostri giorni, e nelle quali si possono cogliere inoltre sia qualità individuali non comuni, sia i notevoli cambiamenti della scrittura pianistica a cavallo dei due secoli. Nella sonata (forse) di Nannerl, accanto a forme e stilemi tipicamente settecenteschi, vi è anche qualche sospensione o modulazione imprevista che fa pensare allo stile più estroso delle fantasie mozartiane, così come qualche dissonanza o gioco ritmico insistente in quella di Auenbrugger; mentre con Szymanowska, Clara Wieck e Fanny Mendelssohn siamo già in pieno romanticismo, alla poetica del brano singolarmente ispirato, più o meno breve ma formalmente più libero, e basato su un tema essenzialmente lirico-cantabile o su un moto perpetuo caratterizzato ritmicamente, e su più forti contrasti d’intensità e di tempo.

Ma il bello è che tutto ciò si rifletteva nella realizzazione musicale di queste pagine, il che ci riporta al primo discorso: lo strumento era sempre il medesimo, ma abbastanza duttile per rispondere alle esigenze della letteratura pianistica tra la fine del ‘700 e i primi decenni dell’800, fra Mozart e Beethoven, per intenderci; e sensibilmente diverso era il modo di suonarlo e il risultato sonoro: più attento all’articolazione nitida e precisa dei suoni e delle frasi nelle sonate settecentesche, pur senza rinunciare nemmeno lì a distinguere “piani” e “forti”, e ad inserire pause o accelerandi “espressivi”; poi però, addentrandosi nel secolo romantico, il suono diventava più denso e corposo, più disteso o concitato il respiro – e ciò nonostante i limiti di un pianoforte del 1819 (già dotato per altro di pedali-sordina e di risonanza) e grazie alle capacità dell’interprete.


Cosicché, in questi termini, viene a cadere la contrapposizione “ideologica” tra “il” fortepiano in quanto ninnolo d’una moda feticista e il più progredito pianoforte moderno onnipotente e tuttofare, capace cioè di rendere al meglio qualsivoglia musica destinata a un cordofono con tastiera “a martelli”, ma si fa strada piuttosto l’idea di un pianoforte davvero “storico”, ossia di un mezzo tecnico musicale di volta in volta diverso e diversamente suonato che permetta di interpretare nel modo migliore l’evoluzione dello strumento e della musica ad esso dedicata, seguendo i mutamenti dell’uno e dell’altra nella loro continua e intrecciata metamorfosi.
* Franco Ballardini
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