Con Maria, Pablo Larraín ci immerge nell’universo tormentato e magnifico di Maria Callas, esplorando il confine tra il mito e la donna che l’ha incarnato. La pellicola si concentra sugli ultimi giorni del soprano, un periodo di solitudine e riflessione che Larraín racconta con stile poetico e stratificato. Non è un biopic convenzionale: la trama è rarefatta, costruita più su stati d’animo e ricordi che su eventi cronologici. È un viaggio nella mente di Maria, un labirinto in cui realtà, sogni e frammenti di arie immortali si intrecciano, restituendoci un’immagine intima della sua umanità e del prezzo dell’immortalità artistica.
Angelina Jolie incarna Maria Callas con una grazia quasi spettrale. Il suo sguardo, carico di malinconia, comunica più di mille parole, e la sua presenza domina lo schermo con un’intensità magnetica. Anche il lavoro sul canto è notevole: la Jolie non tenta di replicare la voce inimitabile della Callas ma la integra, in alcune sequenze, con un’intensità emotiva che si sente autentica. A livello visivo, Maria è un’opera d’arte. La fotografia di Ed Lachman utilizza luci soffuse e tonalità ricche per evocare il lusso e l’isolamento che hanno caratterizzato la vita del soprano. Ogni inquadratura sembra un quadro, con dettagli che sottolineano la fragilità della protagonista: un guanto scivolato, un riflesso sfuggente, un sipario che si chiude troppo presto.
Ovviamente, la colonna sonora, dominata dai capolavori di Puccini, Verdi e Bellini, è cuore pulsante del film, non solo accompagna le emozioni della protagonista, ma diventa un vero e proprio linguaggio attraverso cui Maria comunica ciò che le semplici parole non possono esprimere. Le arie immortali, come Casta Diva dalla Norma di Bellini o Vissi d’arte dalla Tosca di Puccini, non sono semplici accompagnamenti musicali: rappresentano i momenti di maggiore intimità, in cui lo spettatore può percepire l’anima tormentata della Callas. Quando ascoltiamo Un bel dì vedremo da dalla Madama Butterfly, ad esempio, sembra quasi che Maria canti a se stessa, riflettendo su un passato che non tornerà mai. La musica non è confinata alle esibizioni: invade gli spazi vuoti, riempie i silenzi e diventa una presenza costante, come un’eco della grandezza e della solitudine che hanno definito la sua vita. L’uso delle registrazioni originali, intercalate con le performance della Jolie, crea inoltre un dialogo tra il mito e la realtà.


Certo, l’approccio introspettivo e rarefatto di Larraín potrebbe alienare una parte del pubblico, in cerca di una narrazione più dinamica, ma al centro del film troviamo una riflessione profonda sull’arte e sul suo significato. “Non c’è ragione nell’opera” diventa una chiave per comprendere la Callas e la sua dedizione totale alla musica. Per Maria, l’opera non era solo una forma d’arte, ma una verità assoluta, una necessità che trascende ogni logica. È un concetto che Larraín esplora con delicatezza, mostrando come questa devozione all’arte abbia plasmato e, al tempo stesso, consumato il soprano. In definitiva, non è un film che si limita a raccontare una vita straordinaria: è una meditazione sull’essenza stessa dell’arte, sul caos e sulla bellezza che essa racchiude. È un tributo a Maria Callas, non come icona irraggiungibile, ma come donna che ha vissuto e sofferto per l’eternità che il suo canto ha creato.






