Milano, Teatro Alla Scala, 25 febbraio 2024, ore 20.00
Stagione lirica 2023-2024
Die Entführung aus dem Serail, Kv 384
Singspiel tedesco in tre atti
Libretto di Christoph Friedrich Bretzner
rielaborato da Johann Gottlieb Stephanie il Giovane
Musica di Wolfgang Amadeus Mozart
Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Produzione Teatro alla Scala
Direzione THOMAS GUGGEIS
Regia GIORGIO STREHLER
Scene e costumi LUCIANO DAMIANI
Luci MARCO FILIBECK
Ripresa della regia LAURA GALMARINI
Movimenti mimici MARCO MERLINI
Maestro del coro GIORGIO MARTANO
Cast
Selim Sven-Eric Bechtolf
Konstanze Jessica Pratt
Blonde Jasmin Delfs
Belmonte Daniel Behle
Pedrillo Michael Laurenz
Osmin Peter Rose
Servo muto Marco Merlini

Successo pieno e convinto ha accolto la prima rappresentazione dell’opera di Wolfgang Mozart Die Entführung aus dem Serail, Kv 384, (Ratto dal serraglio, in italiano) scritta nel 1782 per il Burgtheater di Vienna, messa in scena al Teatro alla Scala di Milano in questa stagione 2023-24. Certamente questa rappresentazione sarà anche ricordata per vari incidenti di percorso e contrattempi: dal telefonino piombato sulla testa di uno spettatore della platea a piccoli guasti in scena, rimediati con la prontezza di spirito degli interpreti, come la catena che si disfa in mano a Osman che doveva far chiudere un praticabile e un cappello volato via e prontamente recuperato con acrobazia per evitare che cadesse in orchestra.
E’ allestimento che Giorgio Strehler e Luciano Damiani realizzarono per il Festival di Salisburgo nel 1965, ripreso in tante altre occasioni a Milano e per l’Italia, che conserva ancora l’antico stile di fare teatro in maniera essenziale ma altamente rappresentativo ed evocativo di mondi lontani nel tempo e nella geografia. Merito anche dell’opera mozartiana concepita a Singspiel (con canto e recitazione) come un dramma comico, racconto morale sulla capacità di essere generosi e non abbandonarsi alla vendetta per essere stati, alla fine, gabbati.
Con la messa in scena delle “turcherie”, Mozart esorcizzava, nell’immaginario collettivo, la paura del mondo turco che fino agli inizi del XVIII secolo costituiva un pericolo, per la sopravvivenza stessa dell’Occidente, arrivando fin sotto alle porte di Vienna. Apprendiamo nella descrizione che ne fa Pedrillo a Belmonte nelle primissime scene che il pascià Selim, figura emblematica e recitata, è definito come un rinnegato e che solo a causa degli intrighi del padre di Belmonte, di cui apprendiamo nell’ultimo atto, fu cacciato dalla sua illuminata esistenza occidentale, costretto all’esilio in una altro mondo, ma conservando una propria identità morale, mostrandosi generoso dando libertà agli amanti in fuga con la motivazione che sarebbe un piacere molto più grande ripagare un’ingiustizia subita con buone azioni, nella piena accezione di quello spirito dell’Illuminismo allora imperante della stessa Vienna dell’imperatore Giuseppe II, committente dell’opera. Questa sua generosità sgomenta il suo servo Osmin, che avrebbe preferito un’esecuzione crudele come rappresentazione della percezione del mondo altro.

Merito della ripresa approntata dalla regia di Laura Galmarini di aver saputo restituire alle scene lo spirito del progetto originario impostato da Strehler che si incentra sul movimento in scena tra luci e ombre, con l’azione parlata illuminata, condotta nel solco della commedia dell’arte con spirito goldoniano: le stesse pause, ripetizioni, corone non più solo musicali ma teatrali, arricchite di equivoci e incanti di valigie, bauli e scale. Ma appena un personaggio attacca un’aria avanza in proscenio, supera il boccascena disegnato da Luciano Damiani per diventare un’astratta silhouette contro il fondale. ecco l’essenzialità del teatro che viene chiama “metateatro”, ma che diventa arte scenica e storia del teatro, non si ride, ma si sorride alla visione di questo spettacolo.
Ma ancor più il merito della riuscita va ascritto alla compagnia di canto messa in campo per questa edizione per un’opera come il Ratto dal serraglio che nulla nasconde di difficoltà tecniche per tutte le parti.
Qui a Milano, la parte di Konstanze, voce di agilità ma capace di perpetuare quella scrittura anche drammatica che Mozart aveva previsto per la protagonista prima assoluta, Caterina Cavalieri, è stata affidata al soprano Jessica Pratt, un ritorno sul palcoscenico scaligero, da protagonista lirica, dopo una assenza esattamente di 10 anni, salvo un recital lirico nel maggio del 2019, tra l’altro voce riconosciuta a livello internazionale come una delle massime interpreti del belcanto all’italiana.
Voce di coloratura e di agilità formatasi al belcanto, ma capace di far intendere le sfumature drammatiche, tra l’altro l’unica non tedesca del cast, alla quale Mozart affida una parte che è da commedia. Già nella sua aria di ingresso del primo atto nell’aria Ach ich liebte, war so Glücklich, dimostra  di essere pienamente in parte sia dal punta di vista linguistico, che musicale definendo appieno una personalità forte del personaggio. Situazione che la Pratt conferma nel secondo atto con la scena dominata dall’aria “Martern alle Arten” (Supplizi d’ogni sorta) che firma con la sua voce caratteristica fatta di morbidezza, con filati e sospensioni che creano ancora maggior suggestione vocale; le dà una mano anche la regia che la fa cantare a luce piena in palcoscenico e con le mezzeluci accese del salone Piermarini, siparietti di scena appena accostati: la prima donna è lei. Applausi di entusiasmo pienamente convinti e ovazioni sono stati la risposta del pubblico alla sua esibizione.

Pubblico che non si è risparmiato nel sottolineare di applausi ciascun intervento di tutti gli artisti del cast. Daniel Behle, si conferma un Belmonte di qualità, conscio delle problematiche della scrittura mozartiana per le voci alte maschili, che incastrano canto lineare e momenti di coloratura, e risolve con professionalità e spigliatezza ridefinendo alla fine un cliché del tenore mozartiano, di una tipologia di personaggio che si incontra spesso nelle trame mozartiane, che necessita di ricevere conferme sulla fedeltà dell’amata: vedi il duetto quasi finale tra Belmonte e Kostanze, momento di svolta di tutta la trama dell’opera.
Ben assortiti i personaggi di sfondo come la Blonde del soprano Jasmin Delfs, che ha dato al suo personaggio, per nulla secondario di serva inglese, la giusta insolenza giovanile ricevendo ampi consensi soprattutto per l’aria “Welche wonne welche Lust” nel quale lo stesso librettista intende affidare un messaggio di libertà femminile. Accanto a lei nel gioco delle coppie, il Pedrillo del tenore Michael Laurenz, con una comicità sottile e furbesca, capace di essere voce anche di grazia, gran deus ex machina di tutto sempre pronto e preciso nei suoi interventi senza eccedere in quei doppi sensi che il suo ruolo di popolano potrebbe comportare. Danno comprovata prova d’assieme del quartetto del finale del secondo atto.

Grazie ad una sapiente definizione dei personaggi la regia offre un Osmin di Peter Rose, non propriamente basso profondo come richiede la didascalia delle voci, come una figura marcatamente grottesca, capace di suscitare riso, vi contribuisce anche il costume ampiamente sovrabbondante, che rimane alla fine nel solco del ruolo del fedele servitore ed esecutore, suo malgrado, degli ordini del Pascià Selim.
Per questo personaggio, parte interamente recitata, protagonista è il regista e attore tedesco, Sven-Eric Bechtolf che definisce un personaggio austero e raffinato ma non autoritario, risoluto ma al contempo rassegnato nelle sue decisioni. Interessante la figura del servo muto del mimo Marco Merlini parte integrante delle azioni di raccordo tra le scene.

Gran merito del successo è anche da ascriversi al giovane direttore Thomas Guggeis, che riesce a restituire una scrittura musicale rievocativa di suggestioni “alla turca”, senza eccedere nella configurazione da banda, in un primo atto forse lento nel definire i tempi musicali, ma che successivamente diventano sempre più frizzanti e che sostengono quanto si assiste in palco, nelle precise definizioni delle personalità delle parti. Coro ben presente nei due momenti dell’opera, nel primo e terzo atto, come momento d’assieme diretto da Giorgio Martano
Successo convinto, sottolineato da lunghi applausi e ovazioni che hanno accompagnato l’uscita dei singoli artisti con apoteosi per il direttore e per Jessica Pratt.

 

 

 

 

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Laureata in Filosofia all'Università di Bologna e curatrice degli archivi comunali di Riva del Garda, ha seguito un corso di specializzazione in critica musicale a Rovereto con Angelo Foletto, Carla Moreni, Carlo Vitali fra i docenti. Ha collaborato con testate specializzate e alla stesura di programmi di sala per il Maggio Musicale Fiorentino (Macbeth, 2013), Festival della Valle d'Itria (Giovanna d'Arco, 2013), Teatro Regio di Parma (I masnadieri, 2013) e Teatro alla Scala (Lucia di Lammermoor, 2014; Masnadieri 2019) e con servizi sulle riviste Amadeus e Musica. Attualmente collabora con la rivista teatrale Sipario. Svolge attività di docenza ai master estivi del Conservatorio di Trento sez. Riva del Garda per progetti interdisciplinari tra musica e letteratura. Ospite del BOH Baretti opera house di Torino per presentazioni periodiche di opere in video.

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