Impression, Morisot
a cura di Marianne Mathieu
Genova, Palazzo Ducale, Appartamento del Doge, fino al 23 febbraio 2025
(lunedì dalle ore 14 alle ore 19 – martedì, mercoledì e giovedì dalle ore 9 alle ore 19 – venerdì dalle ore 9 alle ore 20 -sabato dalle ore 10 alle ore 20 – domenica dalle ore 10 alle ore 19).
La mostra rientra nel calendario delle celebrazioni ufficiali del 150° anniversario dell’Impressionismo ed è inclusa nella stagione commemorativa avviata dal Musée d’Orsay di Parigi. È patrocinata dall’Ambasciata di Francia e gode del sostegno eccezionale dell’Académie des beaux-arts, del Musée Marmottan Monet di Parigi, di Villa et Jardins Ephrussi de Rothschild.
Organizzata in collaborazione con il Museo di Belle Arti Jules Chéret di Nizza e con prestiti inediti degli eredi di Berthe Morisot, la mostra è un progetto di Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura con Electa (anche editore del catalogo), sostenuta dalla Regione Liguria e dal Comune di Genova. Attraverso le sale dell’Appartamento del Doge scorrono in ordine cronologico le tappe, dalla formazione giovanile agli ultimi lavori, della carriera di Berthe Morisot (1841-1895), prima pittrice impressionista in quanto unica donna a esporre, insieme a Claude Monet, Pierre-Auguste Renoir, Edgar Degas, Alfred Sisley, Camille Pissarro e Paul Cézanne alla prima mostra collettiva di pittori, scultori e incisori organizzata nel 1874 nell’ex studio del fotografo Nadar, a margine del Salon ufficiale, custode della tradizione accademica.

Una carriera abbracciata con convinzione e portata avanti conciliandola con gli obblighi che lo status sociale dell’artista comportava; per sua fortuna, Morisot visse sempre a contatto con personalità di primo piano dell’arte e della cultura francese della sua epoca e seppe mettere a profitto gli stimoli che l’ambiente le forniva. Nata in un’agiata famiglia borghese di importanti funzionari pubblici, Berthe ha un fratello e due sorelle (Edma e Yves); le tre ragazze iniziano a studiare disegno per volere della madre, ma Yves rinuncerà subito mentre Edma continuerà con passione fino al suo matrimonio. È stato eseguito da Edma Morisot (intorno al 1865) il primo ritratto di Berthe, raffigurata con pennello e tavolozza a marcare la sua vocazione. La frequentazione dell’École des Beaux-Arts era allora preclusa alle donne, così Morisot prende lezioni private e, dal suo primo insegnante, Joseph Guichard, un discepolo di Ingres, viene iscritta come copista al Louvre, dove studia soprattutto gli artisti italiani. Frequenta in seguito lo studio di Jean-Baptiste Camille Corot, uno dei maggiori paesaggisti francesi, poi quello di Achille Oudinot; tra il 1865 e il 1867 espone al Salon ufficiale, quale allieva di Corot e di Oudinot; al Louvre conosce Édouard Manet e diventa una delle sue modelle preferite. In seguito Morisot esporrà nuovamente al Salon, ma alcune delle sue opere sono rifiutate dalla giuria; nel 1874 partecipa alla prima mostra impressionista e sposa Eugène Manet, fratello minore di Édouard; sarà poi ospite fissa delle successive esposizioni degli Impressionisti.

Nel ritratto di Eugène, eseguito dall’amico Alphonse Legros, si possono osservare i toni spenti, le sfumature terree e i verdi caratteristici dell’estetica degli anni Sessanta dell’Ottocento, che ritroviamo anche nel ritratto di Madame Boursier (una cugina della pittrice), rara testimonianza sopravvissuta dell’attività giovanile di Morisot (come lo è la copia del Calvario di Paolo Veronese), esposto per la prima volta in questa occasione. I suoi soggetti preferiti sono, fin dal suo debutto, ragazze e giovani donne: la sorella, la cugina e le amiche che, come lei, risiedono nel XVI arrondissement della capitale, qualche modella professionista. La sua tavolozza si evolve in innumerevoli sfumature di bianco, irrilevanti a un approccio superficiale ma prova del talento di colorista di Morisot: il tendere alla monocromia in queste opere rivela un’arditezza unica, a dispetto di riesce a vedere nell’indubbia femminilità che promana dai soggetti quanto dalle pennellate di queste tele solo un fattore sminuente.

La scelta di soggetti prossimi alla sua quotidianità costituisce una costante nella produzione di Morisot e la nascita, nel 1878, di Julie Manet, sua unica figlia e sua modella-bambina, determina un’intensificazione di tale interesse. La vita della bambina, ritratta anche da Édouard Manet, si legherà strettamente al lavoro della madre: le tele che la ritraggono, ad esempio Sul lago del 1882, Eugène Manet in giardino con sua figlia dell’anno successivo e La favola, ci danno conto di un’ulteriore maturazione della pittrice, che si distanzia ulteriormente dalla rappresentazione figurativa e restituisce delle forme appena abbozzate, di difficile decifrazione; vi predominano i toni pastello e la pennellata è quella a virgola, tipica dell’Impressionismo. Morisot è ora conosciuta come pittrice di figure esclusivamente femminili, dove la presenza di Julie è costante: ritratta a sei anni con una bambola, a otto con il cane Gamin, a dieci con un mandolino e a undici con un libro. Ma anche altre modelle posano per la pittrice; in occasione dell’esposizione internazionale organizzata a Parigi dal gallerista Georges Petit ritrae la nipote e allieva Paule Gobillard, posano per lei Jeanne Marie (ritratta anche nella tela Ragazza in un parco, l’immagine scelta quale icona della mostra) e una giovane contadina di Nizza; delle sue modelle Morisot cerca di fermare sulla tela un qualcosa di ineffabile, non esegue dei ritratti: l’atmosfera prevale sempre sul soggetto e le sue figure sono universali, senza tempo, i tratti somatici levigati o addirittura cancellati nella luce.

Pochi i suoi paesaggi, alcuni realizzati in occasione dei suoi due soggiorni a Nizza. Morisot stringe amicizia con Claude Monet e con il poeta Stéphane Mallarmé; per quest’ultimo realizza otto incisioni per illustrare il poema Le Nénuphar blanc, confermando il suo talento di disegnatrice. Espone soprattutto alle mostre impressioniste organizzate a Parigi, rinuncia solo a quella del 1879 perché troppo a ridosso della nascita di Julie; le sue opere sono commentate dalla critica che ne evidenzia il loro aspetto particolarmente abbozzato, la pennellata, assai libera e sempre ben evidente. Si rimarca inoltre l’incompiutezza di alcuni suoi quadri, quelli in cui la tela, non dipinta, viene lasciata a vista; è oggi più che mai evidente che tali scelte non sono dovute a imperizia ma piuttosto a una volontà precisa. Morisot fa evolvere la nozione di opera finita: quando ritiene un quadro concluso, lo lascia deliberatamente così come si presenta. Nella teoria delle sale ve n’è una dedicata al modello del salotto-atelier parigino, parte della residenza fatta costruire dai coniugi Manet; verso la conclusione del percorso si incontrano i lavori realizzati durante il secondo soggiorno a Nizza, dove la pittrice aveva affittato Villa Ratti, gli acquerelli e le tele di Julie, che dalla madre aveva ereditato la pittura come professione, le ultime tele e qualche pastello di Morisot.

L’ultima sala è dedicata al castello di Vassé (dove spesso sia i coniugi Manet sia Julie con il marito Ernest Rouart sono ospiti) e al castello di Mesnil, vicino a Parigi, acquistato dalla pittrice. Se in questa mostra il contesto geografico e relazionale dell’artista è ben rappresentato, anche attraverso tre ritratti di Renoir, un raro acquerello di Eugène Manet, alcune intense tele di Julie Manet, alla mostra manca qualche altra opera di autore coevo che apra una finestra, almeno di scorcio, sul contesto artistico e culturale della sua epoca. Diverse immagini fotografiche definiscono il contesto dei viaggi a Nizza, ritraggono personalità quali Pierre-Auguste Renoir, Mallarmé (che sarà il tutore di Julie dopo la morte del padre), oltre a Julie dall’infanzia alla maturità e le sue cugine Paule e Jeannie Gobillard. L’esposizione ha il merito di dare il giusto rilievo alla principale personalità femminile dell’Impressionismo, anche attraverso didascalie proposte con competenza. Date la particolare poetica dell’artista e le sue scelte espressive, l’ordinamento cronologico risulta darne la narrazione più appropriata; sul piano percettivo si notano le dimensioni veramente eccezionali dell’apparato fotografico, predominante quando in compresenza con le opere pittoriche.

I colori delle pareti mutano con gradualità, dall’intensità di tinte che vogliono richiamare l’accademismo francese pre-impressionista nelle prime sale (con illuminazione in sintonia, atta a mantenere gli ambienti in penombra) fino alle tinte pastello e alle atmosfere soffuse delle sale successive, a richiamare il carattere delle opere e il clima in cui posano le “fanciulle in fiore”, predilette dall’artista. Si ha pertanto l’impressione di percepire maggiormente l’atmosfera di tutto l’ambiente, di cui le opere sono una parte, piuttosto che quella che promana dai quadri stessi, che a nostro avviso otterrebbero maggiore risalto e offrirebbero una fruizione più soddisfacente in ambienti a cromia neutra.






