di Francesca Bernardi
Palazzo delle Paure, Lecco
13 giugno – 2 novembre 2025
Antonio Ligabue e l’arte degli outsider
A cura di Simona Bartolena

Da Van Gogh a Kusama, da Artaud a de Pisis, fino agli outsider dell’arte italiana: la storia dell’arte è attraversata da personalità in bilico, capaci di trasformare il dolore mentale in visioni potenti e universali. A Lecco, una mostra ne racconta otto.

Zebra insegna a leone a catturare prede nella savana africana, scena di natura selvaggia e sopravvivenza.
Antonio Ligabue, Leonessa con zebra, 1959 – 1960, olio su tavola di faesite, Corporate Collection La Galleria BPER Banca

C’è una lunga tradizione culturale che associa arte e follia. Un cliché romantico, forse, ma anche una linea di verità che attraversa secoli di pittura, scultura, scrittura e performance. Il folle è colui che abita i margini, che vede ciò che gli altri non vedono e l’artista, spesso, è colui che prova a restituire visioni invisibili attraverso il gesto creativo. Cosa accade quando questa visione si fa sintomo, ovvero quando l’arte nasce da un disagio psichico reale? È la malattia mentale a nutrire l’opera d’arte, o è l’arte che diventa risposta, terapia, sopravvivenza? Oggi parlare di questo legame non è solo un esercizio critico: è un atto necessario per restituire dignità, complessità e spessore umano a chi, pur segnato dal disagio psichico, ha saputo trasformarlo in arte. Impossibile non partire da Vincent van Gogh, emblema tragico e poetico di questo connubio. Internato più volte per disturbi psichiatrici, dipinge le sue opere più intense proprio durante il ricovero a Saint-Rémy. Notte stellata, nata dietro le sbarre di una finestra, non è solo un paesaggio: è una vertigine emotiva, un urlo nel colore. Per Van Gogh, la pittura era sopravvivenza, scriveva al fratello Theo: «L’arte mi consola più della religione». Anche Antonin Artaud, figura centrale del teatro e della scrittura novecentesca, fece della propria instabilità mentale una lente creativa. Internato per quasi dieci anni, trasformò il dolore psichico in un corpo artistico vivo e pulsante. Il suo Teatro della crudeltà rifiutava ogni forma codificata in favore di una comunicazione diretta, carnale, disturbante. Un’altra artista che ha saputo convivere con le proprie ossessioni è Yayoi Kusama. Le sue Infinity Rooms, i pois ossessivi e le installazioni immersive nascono da un’esperienza reale di allucinazioni e disturbi percettivi. Dal 1977 vive volontariamente in un ospedale psichiatrico in Giappone, da cui ogni giorno esce per lavorare. Per Kusama, l’arte è cura, contenimento, ma anche affermazione e conquista dello spazio.
Vignetta di un uomo con sfondo di motivi geometrici in stile astratto. Antonio Ligabue, Autoritratto con grata, 1957, olio su   tavola di faesite
collezione privata

A rendere ancora più attuale questa riflessione è la mostra “Antonio Ligabue e l’arte degli outsider”, in programma al Palazzo delle Paure di Lecco dal 13 giugno al 2 novembre 2025, curata da Simona Bartolena. Il progetto, prodotto e realizzato da ViDi cultural e Ponte43, in collaborazione con il Comune di Lecco e il Sistema Museale Urbano Lecchese, affronta con profondità e rispetto il tema dell’arte come linguaggio alternativo al disagio. Si tratta di un racconto corale attraverso le opere di otto artisti italiani del Novecento molti dei quali hanno conosciuto il manicomio: alcuni vi entrarono da pittori affermati, altri scoprirono tra quelle mura la propria vocazione artistica. Tutti, a loro modo, sono stati outsider: fuori dal canone, fuori dal mercato, fuori dalle regole della norma.
Passeggiata tra le opere d'arte moderna in galleria. Esposizione di ritratti e dipinti su parete bianca. Arte, cultura e creatività. Allestimento, Pietro Ghizzardi
Al centro del percorso espositivo c’è Antonio Ligabue, di cui sono presentate 14 opere, tra cui due inedite. Pittore autodidatta, emarginato e internato più volte, dipingeva con una potenza visiva istintiva e selvaggia: belve feroci, paesaggi padani, autoritratti dal volto distorto. Le sue opere non cercano la bellezza, ma la verità dell’emozione e parlano di solitudine, rabbia e incomprensione. Accanto a lui, spicca Filippo de Pisis che negli ultimi anni della sua vita dipinse delicate nature morte e vedute malinconiche dalla clinica Villa Fiorita di Brugherio, dove era internato. “Non sono pazzo, vedo chiaro… anzi troppo chiaro”, scriveva. È questa lucidità dell’eccesso che la mostra cerca di mettere in evidenza. Completano il percorso autori come Carlo Zinelli, figura simbolo dell’Art Brut italiana; Gino Sandri, che disegnò intensi ritratti degli internati del manicomio di Mombello; Rino Ferrari, che esplorò il momento tra la vita e la morte nei suoi disegni; Mario Puccini, pittore solitario della Livorno post-impressionista, anch’egli internato; Pietro Ghizzardi, con i suoi ritratti femminili carichi di sensualità e inquietudine e Edoardo Fraquelli, che attraverso il colore tornò a vivere dopo la crisi psichica. La mostra si apre con un’installazione di Giovanni Sesia, che lavora sulle fotografie d’archivio degli internati nei manicomi italiani: volti dimenticati che diventano opere d’arte, restituite alla memoria collettiva.
Giovanni Sesia, paticolare di Icone del dolore (Volti dal manicomio di San lazzaro, Reggio Emilia), 2004
L’idea romantica dell’artista folle ha prodotto suggestioni affascinanti, ma anche pericolosi stereotipi. In molti casi, la sofferenza mentale è stata mitizzata, o peggio ancora sfruttata come marchio estetico. Ma il disagio psichico reale non è poesia né marketing. È una condizione che esige rispetto, comprensione e — dove possibile — cura. Oggi, fortunatamente, il paradigma sta cambiando: sempre più istituzioni culturali parlano apertamente di salute mentale, promuovono pratiche artistiche come strumento di inclusione e benessere, e danno voce a esperienze prima marginalizzate. L’arte non è più solo specchio del trauma, ma può diventare spazio di ascolto, di trasformazione, di guarigione. La mostra di Lecco non mitizza il disagio psichico, ma lo interroga. E offre un’occasione preziosa per riflettere su come l’arte possa nascere anche dal trauma, e trasformarlo. Le opere esposte non sono solo testimonianze biografiche, ma atti di libertà. E ci ricordano che la fragilità può essere forza, e che il margine può diventare centro.

Info mostra Sede: Palazzo delle Paure, Lecco
Date: 13 giugno – 2 novembre 2025
Titolo mostra: Antonio Ligabue e l’arte degli outsider
A cura di: Simona Bartolena
Info: www.museilecco.org | www.vidicultural.it

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