di Francesca Bernardi
Ilaria Franza e il collettivo Campionario portano alla Sormani “Ciò che resta della luce”
Nel giorno, che lampi! che scoppi!
Che pace, la sera![1]
Dal 26 aprile al 4 maggio Villa Sormani di Mariano Comense, in provincia di Como, ha ospitato Ciò che resta della luce. La mostra, a cura del collettivo Campionario e inserita nel calendario dell’edizione primaverile di Ville aperte in Brianza, ha celebrato il lavoro di Ilaria Franza, artista di Cantù laureata all’Accademia di Brera, presentando al pubblico opere pittoriche e installazioni site-specific.
Le storiche stanze della dimora settecentesca ben si prestano al racconto del processo creativo di quest’artista, la cui peculiarità risiede nell’arco temporale lavorativo: ogni quadro è una giornata, dall’alba al tramonto e solo nei mesi che vanno da maggio a settembre.

Le opere di Franza nascono da un gesto meditativo e sono fatte della stessa sostanza della luce, ne sono la materializzazione, eppure tutto inizia al buio. Nella penombra della prima sala erano tre le opere che si potevano osservare. Su quella più grande, al centro, appoggiata a un antico camino, era proiettata una luce che rischiarava appena l’ambiente: il percorso del sole. Questa stanza infatti era dedicata dell’atto fondativo. Per Franza tutto inizia all’alba, quando colloca al centro del suo terrazzo sul lago d’Orta la tela prescelta: orizzontale, sul pavimento. In quel momento si prefigge un obiettivo di fondo, esattamente come ognuno di noi in una comune giornata. Sceglie poi un colore, lo dispone sul supporto e tutto ha inizio. Il sole sale in alto nel cielo, si fa sempre più caldo: l’acqua sulla tela evapora lasciando tracce di ciò che è stato. L’artista, in pieno dialogo con quanto accade, agisce e reagisce; a volte aggiunge acqua, talvolta la toglie; soffia. Alza un pochino la tela, la inclina, ci gira attorno, soffia, fa vento con le mani o aggiunge pigmento. Al tramonto ciò che resta impresso sulla tela segna il passaggio tempo, le reazioni ad ogni imprevisto – come una nuvola, qualche goccia di pioggia, o piccoli animaletti – e, di fatto, una sorta di parallelismo di come l’uomo affronta la vita.
Per spostarsi nella seconda sala occorreva oltrepassare una tenda, sulla quale era scritto un monito: non siamo definiti dai problemi che abbiamo, ma da come scegliamo di camminare accanto a loro. Ad attenderci, una miriade di palloncini che ci costringe ad immergerci, a spostarli per cercare di vedere oltre, a guadagnarci l’uscita. L’installazione immersiva non stava ricordando altro che non fosse il nostro vivere quotidiano fatto di problemi da affrontare, domande a cui rispondere o imprevisti a cui far fronte. Nella terza sala erano previste altre due installazioni in divenire: una rimanda rimandava alla temporalità e l’altra alla gravità. La prima era formata da un telo e una vasca di colore. Ad inizio mostra l’artista ha immerso nel liquido un capo di quel tessuto bianco e intonso che da lì in avanti avrebbe iniziato ad assorbire acqua e pigmento creando degli strati, delle onde: è la memoria. Esattamente come nella vita il vissuto in cui siamo immersi ci determina e ci plasma. La seconda installazione consisteva invece in una tela inclinata, anch’essa bianca, ma questa volta il colore cadeva dall’alto. In un lento processo quel limpido supporto assorbiva le gocce una dopo l’altra come gli imprevisti, gli accadimenti o gli eventi della vita: non sappiamo quando ci si presenteranno davanti ma, ci dice Franza, è il modo in cui decidiamo di reagire alla casualità, al tempo e agli eventi che determinerà le onde di colore di ognuno di noi. Una frase di Einstein proiettata su un camino lega i due momenti, andando a rimarcare il modo in cui l’uomo si relaziona alle cose che accadono.
Spazio e Tempo non sono condizioni in cui viviamo, ma modi in cui pensiamo[1].
[1] Albert Einstein, Mein Weltbild, 1934
E poi finalmente la luce.
La quarta sala era luminosissima e accoglieva, in uno spazio dominato da una grande vetrata, una serie di opere che coprono un arco temporale che va dal 2016 al 2024. Ilaria ci racconta che, osservando le onde pigmentate di ogni quadro, è possibile capire che mese era, com’è andata quella giornata o se è stato un anno con un’estate molto calda. Le sue opere sono come una vendemmia.

L’attento progetto curatoriale di Campionario, guidato da Jacopo Ferrario e Danilo Gatti, accompagnava il visitatore attraverso le sale, immergendolo nell’esperienza meditativa di Franza. Attivo dal 2021, è tra i selezionati dal comune di Brescia nella open call for artists per eventi al MO.CA – Centro per le nuove culture, dove esporrà nel prossimo dicembre.
Ciò che resta della luce è patrocinata dal Comune di Mariano Comense. Rientra nel calendario ufficiale di Ville Aperte 2025 e vi attende sino al 4 maggio in Villa Sormani.
https://www.instagram.com/multi.campionario/
https://www.comune.mariano-comense.co.it/it/eventi/63174/cio-che-resta-della-luce
[1] La mia sera, GIOVANNI PASCOLI, Canti di Castelvecchio (Bologna, Zanichelli 1903)







