di Francesca Bernardi
Cappello
Undici artisti, un solo non-colore: nella mostra Bianco la galleria milanese si fa laboratorio di luce, luogo dove il vuoto si trasforma in potenza creativa e la materia diventa atto poetico.
Occhiello
C’è qualcosa di paradossale nel bianco: assenza e totalità insieme, confine tra visibile e invisibile. La mostra Bianco, inaugurata a Milano pochi giorni fa, lo assume come principio generativo, interrogando la sua doppia natura, quella del candore e quella del limite. Attraverso le opere di undici artisti, il percorso espositivo riflette sul bianco come condizione del pensiero, come spazio di ascolto e sospensione, come soglia che accoglie la forma e ne rivela la fragilità.
 
Bianco. Il silenzio della forma
Art Gallery Finestreria, Milano – recensione critica
Affrontare oggi il tema del bianco significa confrontarsi con una tradizione stratificata, che attraversa tanto la storia della pittura quanto la riflessione estetica. Da Goethe a Malevič, da Kandinskij a Barthes, il bianco è stato alternativamente pensato come somma e come assenza, come potenza originaria della luce e come condizione del linguaggio. La mostra Bianco, ospitata all’Art Gallery Finestreria di Milano si inserisce consapevolmente in questa genealogia critica proponendo un’indagine sul “non-colore” come luogo di tensione tra visibile e invisibile, materia e pensiero.
Il progetto curatoriale di Claudia Ponzi, articolato attraverso undici artisti contemporanei, assume il bianco non come semplice categoria percettiva, ma come dispositivo epistemologico: un campo in cui la forma si interroga, la visione si sospende e la materia diventa atto poetico. La mostra si muove così in un territorio intermedio tra fenomenologia e simbolismo dove questo colore agisce come principio generativo e, al tempo stesso, come limite della rappresentazione. Il percorso espositivo privilegia un registro riduttivo e meditativo. Lo spazio, svuotato e calibrato, diventa esso stesso soggetto della visione: non tanto contenitore quanto membrana di rifrazione. Questa scelta enfatizza l’aspetto processuale del guardare trasformando l’esperienza estetica in esercizio percettivo in sospensione.
Daniele Nitti Sotres s’inserisce in questo discorso con le Scarnificazioni. Si tratta di lavori in cui la carta è attraversata come pelle incisa e lacerata fino a farne emergere una luce interiore in una pratica di ascolto. Pietro Capogrosso, con la sua montagna di sale, materializza il paradosso della visione: un’epifania fragile che oscilla tra apparizione e disfacimento, tra pienezza e annullamento. Antonio Pizzolante riformula la scultura come stratificazione mentale, trasformando la tridimensionalità in campo di equilibrio percettivo; un bianco che pensa sé stesso, come direbbe Lyotard, nel momento in cui si fa “materia di desiderio ottico”. Nella ricerca di Paola Fonticoli, invece, il bianco si definisce attraverso l’ombra. I tagli e le pieghe sulla carta costruiscono una grammatica minima in cui la luce non illumina ma incide. Simonetta Ferrante radicalizza la scrittura asemica come linguaggio prelinguistico: i suoi rilievi bianchi su bianco diventano tracce di un dire che precede il senso, eco di un verbo originario.

La tensione spaziale delle opere di Nadia Galbiati ricollega il discorso alla dimensione costruttiva del modernismo: superfici metalliche e geometrie sospese ridefiniscono il bianco come principio architettonico, come misura di equilibrio tra rigore e percezione. Saverio Tonoli, al contrario, esplora la dissoluzione della forma nella luce: superfici fotosensibili che si comportano come emulsioni, attraversate da trasparenze e vibrazioni, in cui la pittura tende a farsi pura temporalità visiva.
Nei suoi dittici Alessandra La Marca introduce una componente etico-poetica traducendo il bianco in segno vitale: i licheni, simbolo di interdipendenza e rinascita, presentano un candore che si trasforma in una sorta di gesto di cura. Sara Montani elabora invece una riflessione sulla memoria tattile e affettiva con il suo abitino a crochet: è un dispositivo di trasmissione generazionale, un bianco che conserva anziché cancellare. Con Mauro Valsecchi, la mostra assume una piega più meta-pittorica: il cigno rovesciato destabilizza l’iconografia classica del candore evocando una condizione postumana dello sguardo in cui la purezza diventa inquietudine. Chiude la rassegna Gio Manzoni con la visione del Salar de Uyuni come immagine-limite dell’infinito: il bianco si fa superficie specchiante una soglia tra essere e sparizione, dove la figura si dissolve nel proprio riflesso. Nel complesso, Bianco convince quando affronta il colore come problema e non come pretesto formale. Il rischio di un approccio tanto assoluto è quello di ricadere nella mitologia del candore come vuoto ideale, ma il progetto, curato con sobria consapevolezza, riesce in più momenti a superare la retorica della purezza per restituire al bianco una densità poetica e critica.
L’operazione più interessante sta proprio nel suo voler restituire alla visione un grado di consapevolezza: ricordare che il vedere è un atto critico, non passivo. Il bianco, in fondo, non è solo purezza: è anche tensione, frattura, spazio di conflitto tra presenza e sparizione. È lì che Bianco mostra la sua parte più viva, quella capace di interrogare la visione contemporanea al di là dell’eleganza formale.

Art Gallery Finestreria, Mostra a cura di Claudia Ponzi
Via A.Sforza, 69 Milano (MI)
fino al 26 novembre 2025
dal martedì al sabato 13-19 o su appuntamento
Artisti: Daniele Nitti Sotres, Pietro Capogrosso, Antonio Pizzolante, Paola Fonticoli, Simonetta Ferrante, Nadia Galbiati, Saverio Tonoli, Alessandra la Marca, Sara Montani, Mauro Valsecchi, Gio Manzoni
Testo critico di Michela Ongaretti

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