di Francesca Bernardi
Al Museo Diocesano di Milano, uno sguardo attuale attraverso gli occhi del passato
Dal 15 maggio al 19 ottobre 2025, il Museo Diocesano Carlo Maria Martini di Milano ospita una grande retrospettiva su Dorothea Lange, tra le più influenti fotografe del Novecento, a cura di Walter Guadagnini e Monica Poggi. La mostra, realizzata in collaborazione con CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia, si inserisce nella programmazione estiva del museo e propone un dialogo tra arte e fotografia che si estende anche oltre i consueti orari museali, grazie all’apertura del nuovo bistrot interno, punto di forza della stagione.
“C’è bisogno di fare più cose insieme, anche fuori dagli orari dei musei”, ha sottolineato Nadia Righi, direttrice del Museo Diocesano, che insiste sull’importanza della cultura come spazio condiviso. E questa mostra, in particolare, si rivolge all’oggi con forza: la povertà, le migrazioni, la crisi climatica, la dignità umana e la giustizia sono i grandi temi che Lange ha attraversato con la delicatezza e la decisione del suo sguardo empatico. Come ha spiegato Walter Guadagnini, direttore artistico di CAMERA, una fotografia diventa classica quando sa parlare non solo del proprio tempo, ma anche a chi vive decenni dopo. Le immagini di Lange – anche quelle più note come la Migrant Mother – non sono semplici testimonianze della crisi degli anni ’30: sono immagini dei migranti di oggi, delle guerre di oggi, delle disuguaglianze di oggi. La loro forza visiva costringe lo spettatore a fermarsi, a non scivolare via assuefatto.
Dorothea Lange, Raccoglitore migrante di cotone.Eloy, Arizona. 1940
The New York Public Library | Library of Congress Prints and Photographs Division Washington

Dorothea Lange cominciò come ritrattista per una clientela abbiente nella San Francisco degli anni ’20, ma la crisi economica cambiò radicalmente la sua traiettoria. Quando vide le file per i sussidi alimentari, uscì per strada e iniziò a documentare la realtà. Lo fece scegliendo macchine fotografiche già obsolete, pesanti, da treppiede, perché creavano una connessione lenta e profonda con i soggetti. Cercava un rapporto, non uno scatto rubato. Il cambiamento avvenne anche grazie all’incontro con l’economista Paul S. Taylor, che poi diventò suo marito: insieme viaggiarono nel cuore degli Stati Uniti raccogliendo immagini e dati. Le loro fotografie, nate nell’ambito della Farm Security Administration, erano strumenti di comunicazione pubblica: servivano a giustificare le politiche del New Deal, ma Lange andò oltre il mandato documentario, dando voce a chi non ne aveva. Molte le critiche per il ritocco di alcune immagini tra cui Migrant Mother, dove cancellò un pollice d’appoggio con un intervento sul negativo. Un gesto che ha fatto discutere, perché solleva la questione del confine tra estetica e verità nel reportage. Ma per Lange, l’urgenza del racconto passava anche da un’intenzione artistica: le sue fotografie coniugano potenza estetica e documento. Il percorso espositivo si apre con gli scatti dedicati al Dust Bowl, la drammatica siccità che devastò gli Stati Uniti centrali tra il 1931 e il 1939, raccontata anche nel romanzo Furore di John Steinbeck. Le immagini sono graffiate, sabbiose, poco leggibili: raccontano un paesaggio devastato e un’umanità in fuga. Le auto abbandonate lungo la strada perché la benzina costava troppo. Le famiglie costrette a proseguire a piedi. Nel suo lavoro le madri e i bambini sono soggetti privilegiati: Lange cerca l’empatia, uno sguardo che attraversi la condizione sociale e restituisca la dignità a ogni essere umano.
Un’intera sezione è poi dedicata alle fotografie che Lange scattò durante la Seconda guerra mondiale, quando documentò l’internamento forzato dei cittadini americani di origine giapponese dopo Pearl Harbor. Anche se personalmente contraria alla misura, accettò l’incarico governativo per lasciare una testimonianza. Molti scatti furono censurati, i negativi requisiti. Solo nel 2000, quelle immagini furono rese pubbliche dal governo statunitense.

Dorothea Lange, Centro di trasferimento di Manzanar. Scena di strada delle baracche di questo centro della WRA. La tempesta di vento si è placata e la polvere si è depositata, Manzanar, California. 1942
The New York Public Library | Library of Congress Prints and Photographs Division Washington

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Dorothea Lange. La giovane evacuata Kimiko Kitagaki sorveglia i bagagli della famiglia prima di partire in bus, tra mezz’ora, per il centro di raccolta di Tanforan. Suo padre ha lavorato nel settore del lavaggio e della tintoria fino al giorno dell’evacuazione, Oakland, California. 1942
The New York Public Library | Library of Congress Prints and Photographs Division Washington

Malata di cancro all’esofago, Lange morì tre mesi prima della prima grande retrospettiva al MoMA. Aveva scelto personalmente le opere da esporre: il coronamento di una carriera segnata da tensioni con le istituzioni (venne licenziata dalla FSA per il suo desiderio di indipendenza), ma anche da un’integrità rara. Attraverso il lavoro di Dorothea Lange, il Museo Diocesano di Milano offre al pubblico un’occasione rara: guardare al passato per comprendere il presente. Le sue fotografie, dense di significato storico ed emotivo, restano testimonianze vive, capaci di generare consapevolezza e dialogo in un tempo che ne ha urgente bisogno.

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