di Francesca Bernardi
RIMUOVERE, le fasi: dal 25 maggio al 19 ottobre 2025le 36 opere sono state esposte alle miniere di Cortabbio di Primaluna (LC).
Al termine dei 144 giorni, dal 23 al 30 novembre 2025 sono state trasferite in CAIROLI59, Via F.lli Cairoli 59 (LC) dove gli artisti del collettivo Tra.Me – Art Research & Development sono stati anche i protagonisti di un evento charity. La prossima tappa? Nel 2026, a Palazzo Lombardia in Piazza Città di Lombardia (MI).
vedi:
https://www.artesnews.it/temi/arte/primaluna-lc-rimuovere-il-battito-dellarte-nella-montagna/

RIMUOVERE nasce all’interno della miniera di barite di Cortabbio, uno dei luoghi più emblematici del rapporto tra comunità umana e montagna. Si configura come un esperimento radicale che assume la forma di un dispositivo relazionale, mettendo in tensione opera, ambiente e tempo e trasformando lo spazio in un campo di interazioni e processi aperti.
l progetto si articola in una prima fase di 144 giorni, cifra simbolica che richiama gli anni di attività mineraria, durante i quali trentasei opere vengono collocate lungo tunnel e stanze appena illuminate. La miniera, con i suoi 7 gradi costanti, l’umidità al 95% e i processi attivi, agisce come un laboratorio naturale di trasformazione, in cui i processi fisici di ossidazione, stillicidio e mineralizzazione diventano linguaggio.
Se nella tradizione occidentale l’esposizione tende a neutralizzare l’ambiente per garantire all’opera una fissità quasi sacrale, RIMUOVERE compie un gesto opposto, riattivando la vulnerabilità come condizione epistemologica. Il gruppo Tra.Me – Art Research & Development sospende la centralità dell’autore, lasciando che la miniera si configuri come coautrice e redistribuendo ruoli e responsabilità, in cui la materia diventa interlocutore e l’intervento naturale si trasforma da incidente a criterio. Questo rovesciamento non ha implicazioni solo formali ma anche etiche, perché RIMUOVERE propone una nuova postura dell’artista di fronte al paesaggio: non più dominatore né semplice osservatore, ma presenza in ascolto, pronta a perdere il controllo per guadagnare relazione. Le opere nate in miniera incarnano un paradosso fertile, essendo al tempo stesso gesto e contro-gesto, impronta dell’artista e della montagna, e collocandosi in una soglia in cui il segno umano viene progressivamente eroso, integrato o trasfigurato.

Ora che le opere sono uscite dalla miniera per essere presentate alla Fondazione Scola di Lecco portano su di sé una stratificazione complessa fatta dell’intenzione umana, dell’intervento minerale e dell’impronta del tempo. Sono opere che chiedono di essere abitate, più che comprese, e testimonianze di una possibile ecologia del gesto artistico, un modo di produrre senso che accetta di essere modificato, contaminato e persino contraddetto. RIMUOVERE assume allora il significato di spostare il baricentro dall’artista alla relazione, dall’opera alla trasformazione, dalla contemplazione alla responsabilità invitando a ripensare il nostro rapporto con la montagna, con il paesaggio e con la materia stessa dell’arte. Non per tornare indietro, ma per tornare in ascolto.

Alcune delle opere alla Fondazione Scola di Lecco
Abbiamo incontrato i protagonisti per approfondire questo dialogo non lineare interrogandoli su cosa significhi oggi rimuovere e portare fuori, su come la natura agisca da coautrice e su quale possa essere il ruolo dell’arte in un’epoca che reclama responsabilità e trasformazione.
Intervista di gruppo
Conversazione con Jacopo Ghislanzoni, Marta Amara Dell’Oro, Giada Castelnuovo ed Elisa Frigerio
Quando ci sediamo a parlare la montagna sembra essere il vero punto d’incontro fra i quattro artisti, quasi un quinto interlocutore. Tutti parlano di restituzione, ma ciascuno in modo diverso. Jacopo, per esempio, racconta che all’inizio non vuole incidere nulla sulle sue lastre, desidera soltanto lasciare che sia la montagna a parlare attraverso il ferro. «Il mio intervento manuale è minimo», dice. «E nella maggior parte dei casi la natura lo cancella. È lei a decidere. È lì che sento la vera restituzione: nel farmi da parte». Marta parla di un portare fuori più intimo, una riflessione sull’ecosistema Uomo, un lavoro introspettivo ed “ecospettivo” insieme. Vuole far emergere nei visitatori una scintilla di speranza e propone un’occasione per interrogarsi sul proprio peso nel mondo: «Se è quello della barite, o quello del vuoto che l’uomo può lasciare». Giada annuisce mentre Marta parla, perché per lei RIMUOVERE non è togliere, ma riportare alla luce. Con la macrofotografia cerca di superare quella distanza che ci separa solitamente dal mondo minuscolo e nascosto della materia. «Ogni scatto nasce dal voler dare voce a ciò che non si vede», racconta. «Sono frammenti che hanno una memoria propria. Io provo solo a mostrarla». Elisa ascolta con un sorriso come chi riconosce nelle parole degli altri un pezzo del proprio vissuto. Nel suo lavoro raccoglie letteralmente il luogo: foglie, cortecce, acqua della miniera, limo di ferro e manganese. Impregna i tessuti con ciò che il territorio le offre. «La natura ha una memoria», dice «e usando materiali che appartengono a quel luogo, l’opera e la montagna possono parlare la stessa lingua. È come restituirle qualcosa attraverso ciò che è già suo».
Quando la conversazione si sposta sul tempo emerge un sentimento comune: non si tratta semplicemente di attese o processi lenti, ma di una relazione diversa con la durata. Jacopo afferma che per lui il tempo non esiste, è solo un continuum, e che l’ordine inverso delle sue lastre, dalla numero nove alla uno, non racconta una sequenza lineare ma un’altra possibile lettura di una gestazione. Marta racconta la sua danza con un bianco sintetico, quasi presuntuoso, che la montagna corregge con le sue ossidazioni rosse «è come se la Natura decidesse di rispondere al nostro linguaggio moderno con un tocco suo, più antico». Giada aggiunge che, per la prima volta, tempo e natura non sono per lei soltanto soggetti da fotografare ma co-autori. «Le opere non sono più qualcosa da trattenere», dice «vivono, cambiano, respirano con il luogo». Elisa concorda: per lei il tempo della miniera non è unico ma fatto di durate che convivono. «La roccia archivia, l’acqua invece arriva e se ne va. Le foglie cambiano in pochi giorni. La mia pratica si inserisce in questo dialogo di tempi diversi».
Quando si parla del pubblico, le risposte si intrecciano quasi senza soluzione di continuità. Giada spera che chi guarda si avvicini con lo sguardo curioso dell’infanzia lasciandosi sorprendere dalla pareidolia nascosta nelle immagini. Marta desidera che lo spettatore si fermi e si interroghi sul proprio posto nel mondo. Elisa vorrebbe che chi osserva senta fisicamente la presenza della montagna, la sua forza e la sua fragilità. Jacopo invece immagina che qualcuno possa percepire il valore dell’umiltà: vedere come il gesto umano può dissolversi e quanto questo sia prezioso.
Poi parliamo del percorso artistico, e tutti riconoscono che RIMUOVERE rappresenta una soglia. Jacopo definisce il suo lavoro più significativo non tanto per la tecnica, quanto per la qualità etica e umana del confronto con gli altri artisti. Marta racconta che per lei è un terreno ricchissimo, un luogo di contaminazioni necessarie. Giada lo considera una svolta: la natura non è più solo protagonista delle sue ricerche, ma parte attiva del processo. Ad Elisa questa domanda non riesco a farla perché sento che questo progetto ha toccato in lei qualcosa di più profondo incidendo sia sul suo modo di essere Artista che sul suo modo di essere Donna in questo nostro tempo. Lo si avverte mentre parla della mostra, nei silenzi che lascia scivolare tra una frase e l’altra, persino nei gesti. Per tutti loro, probabilmente, c’è un prima e un dopo RIMUOVERE; ma per lei, forse, questo confine è ancora più netto. Usa tutto della Montagna come se quel luogo tocchi prima il suo lavoro, poi la materia stessa e, infine, ciò che è lei. Le sottopongo il mio dubbio.
«Questa arte con la montagna entra nelle mie radici. Dal primo istante rimango affascinata dai colori, dai rumori e dal silenzio. È come trovare un rifugio, un luogo più reale del “fuori”, dove la roccia forte della miniera mi accoglie dentro la sua pancia e mi protegge, permettendomi di sentire chi sono. È la sensazione della Madre Terra: entrare in una montagna, anche se scavata dall’uomo, significa entrare in qualcosa che contiene, sostiene, ascolta. Accanto a questa bellezza, però, c’è anche la memoria della violenza: l’uomo arriva, spacca, fa esplodere, scava, depreda. E per me il legame è ancora più personale, perché a Calolziocorte, il mio paese, la barite estratta dalla Grigna viene lavorata trasformandola in sali tossici, in insetticidi e topicidi. Il terreno resta inquinato. E poi c’è il femminile. Nel mio manichino si intravede qualcosa della montagna stessa: il suo essere Dea. Una Dea fragile, perché può essere deturpata, scavata, deprivata, presa con la forza; eppure sempre capace di resistere. Ora che l’opera è uscita dalla miniera è ancora più bella nonostante, o forse grazie, alle cicatrici lasciate dall’acqua, dalle muffe e dal tempo. Credo sia questa la qualità più profonda dell’essere femminile: nonostante tutto ciò che le attraversa, le difficoltà, le battaglie, le crepe, trova sempre un modo per rifiorire».
La conversazione finisce con un silenzio lungo, di quelli pieni perché, dalle viscere della miniera si esce in silenzio. Non restano che l’eco dei propri passi e il canto dell’acqua che scivola, gocciola, esplode, sussurra. Quanti suoni diversi può inventare l’acqua in un ventre di pietra? Innumerevoli. Ed ognuno, vi assicuro, è un piccolo incanto. Ed ognuno, vi assicuro, parlerà al vostro animo. Non è questo infondo il compito, se ne esiste uno, dell’arte?
*Ringrazio Francesca Bernardi di Milano per queste sue cronache dall’Interland lombardo che riportano suggestioni artistiche in situazioni e luoghi espositivi con conformi nati da progetti di collettivi di giovani artisti.






