di Francesca Bernardi
Un dialogo di carta e resistenza.
A cura di Andrea Meregalli e Monica Villa
La visita alla mostra su appuntamento o negli orari di apertura della galleria in via Bergamo, 20 a Monza
Opere di: Davide Catania – Elisa Cella – Andrea Cerquiglini – Culomiao – Mahnaz Ekhtiary – Angelo Flaccavento – Nicola Frangione – Serena Giorgi – Anna Giuntini – La Porta Nera (Carlo Oberti) – Obsolete Shit – Enrico Pantani – René Pascal – Stefano W Pasquini – Enrica Passoni – Pratiche dello Yaje (Paolo Cabrini) – Pulcinoelefante (Alberto Casiraghy) – Quaderni di Orfeo (Roberto Dossi) – Arianna Scubla – Betty Zola
Dal gesto manuale della xilografia alle autoproduzioni indipendenti, Pagine (in)definite restituisce alla pagina un ruolo da protagonista: non più supporto passivo, ma materia viva, corpo che si piega, si strappa e si reinventa. Un itinerario che attraversa la storia della controcultura editoriale fino alle sperimentazioni contemporanee, per riscoprire la pagina come opera e atto di resistenza culturale.
Nel panorama editoriale odierno, dominato da comunicazione digitale e flussi informativi immediati, le fanzine continuano a rappresentare un’anomalia affascinante: piccole pubblicazioni autoprodotte, spesso a tiratura limitata, concepite da appassionati per comunità di lettori affini. Nati negli Stati Uniti tra gli anni Venti e Quaranta come veicolo di scambio nella comunità della fantascienza, questi oggetti editoriali hanno assunto un ruolo centrale anche in altri contesti culturali, in particolare nel movimento punk degli anni Settanta, divenendo strumenti di controcultura e spazi di libertà espressiva. La loro forza sta nell’autonomia: realizzate senza mediazioni editoriali, distribuite attraverso canali informali, caratterizzate da tirature ridotte e focalizzate su interessi specifici, le fanzine sfuggono alle logiche di mercato, offrendo un linguaggio radicalmente libero. Se il digitale ha reso obsoleta la loro funzione informativa, non ne ha cancellato lo spirito e sopravvivono come forme di resistenza culturale: luoghi in cui lentezza, manualità e autenticità diventano valori.

Questa tensione tra produzione artigianale, autonomia creativa e dimensione comunitaria è al centro di Pagine (in)definite, la mostra curata da Andrea Meregalli e Monica Villa, che esplora il confine mobile tra libro e opera d’arte. L’esposizione raccoglie opere in cui la pagina si emancipa dalla sua funzione tradizionale: non più semplice supporto di testo o immagine, ma materia viva, superficie su cui intervenire, spazio fisico da attraversare. Il libro d’artista, in questa prospettiva, diventa oggetto unico: corpo pulsante in cui parole, immagini e materia si intrecciano. Tecniche di stampa manuale – dalla calcografia alla xilografia – plasmano opere in cui il segno conserva il respiro del gesto e la memoria della materia. All’interno della mostra, la presenza delle fanzine appare come un filo rosso che collega pratiche storiche e sperimentazioni contemporanee. Piccole, irregolari, talvolta effimere, restano simbolo di un’espressione indipendente che si oppone all’omologazione.
Emblematico, in questo senso, il lavoro di Pratiche dello Yajè (Paolo Cabrini): manifesti e cartoline che fondono tipografia e stampa manuale in un racconto fatto di sogni e riti antichi, stabilendo un dialogo tra tradizione e linguaggi contemporanei. In mostra anche Alberto Casiraghy: poeta, illustratore, artista visivo conosciuto soprattutto per la sua casa editrice Pulcinoelefante fondata nel 1982 a Osnago in Brianza. Cabrini e Casiraghy collaborano dall’estate del 1998 ma nella domesticità casalinga dell’editore, transita anche Betty Zola. Sui tavoli allestiti dal curatore Meregalli troviamo una sua interpretazione delle Vite del Vasari e dei libretti realizzati con la stoffa materiale prediletto assieme alla carta di cui ne sperimenta l’uso accostandoli e trattandoli con diversi tipi di colle, ferri arrugginiti o vecchi legni. Pagine (in)definite accoglie peró anche artisti che utilizzano la pagina come base per realizzare sculture come Mahnaz Ekhtiary che ha fatto dei giornali iraniani il suo strumento di lavoro, la sua presa di posizione, la sua protesta o Elisa Cella invitata ad uscire dalla pagina per approdare sui muri della galleria. Le pagine esposte non si sfogliano soltanto: si rivelano come cicatrici, mappe o frammenti poetici. Alcune si trasformano in sculture, altre in installazioni effimere; altre ancora sfidano la struttura stessa del libro, sabotandone l’ordine prestabilito. In un’epoca dominata dalla smaterializzazione, Pagine (in)definite riafferma la fisicità del libro e della pagina come spazi di libertà e ricerca artistica. Un invito a rallentare, a toccare, a guardare: perché qui la pagina non è più soltanto pagina ma azione, frattura, vita.






