di Francesca Bernardi
Barbara. Sperimentazione, spiritualità e impegno civile nel Novecento
La mostra dedicata a Olga Biglieri Scurto, in arte Barbara, tenutasi al MUST dal 27 settembre all’8 dicembre 2025, ha offerto l’occasione per riconsiderare criticamente una figura che, pur avendo attraversato da protagonista alcune delle stagioni più significative del Novecento italiano, è rimasta a lungo ai margini del canone storiografico. Aviatrice, pittrice, scrittrice, animatrice culturale e instancabile promotrice di pratiche artistiche collettive, Barbara rappresenta un caso emblematico di artista strutturalmente eterodossa: una presenza che mette in crisi le categorie interpretative tradizionali. Esponente dell’aeropittura, fu una delle prime aviatrici italiane e, insieme a Regina Cassolo Bracchi e Benedetta Cappa, una delle tre donne futuriste. La rassegna non si è limitata a ripercorrerne cronologicamente la vicenda biografica e artistica ma ha proposto una lettura complessiva del suo percorso come di un sistema coerente, seppur non lineare, fondato su una costante tensione tra sperimentazione linguistica, ricerca spirituale e impegno civile. In questo senso Barbara non appare come un’eccezione marginale bensì come una figura capace di interrogare in profondità il modo stesso in cui siamo abituati a leggere il Novecento artistico italiano. Definirsi “sperimentatrice” più che pittrice non era, per Barbara, una semplice dichiarazione programmatica ma la sintesi di un’intera postura esistenziale. La sperimentazione, intesa come verifica continua del proprio linguaggio e del proprio ruolo nel mondo, attraversa tutta la sua opera, rendendo difficile se non fuorviante leggerne la produzione esclusivamente attraverso gli strumenti tradizionali della storia dell’arte. In Barbara, vita e opera risultano inscindibili (sostiene la curatrice Simona Bartolena): ogni svolta biografica produce uno slittamento linguistico, ogni mutamento espressivo corrisponde a una presa di posizione etica.

Nata a Mortara nel 1915, cresciuta tra solitudine, inquietudine e un precoce talento per il disegno, Olga Biglieri manifestò fin dall’adolescenza un carattere indomito. La scelta di iscriversi di nascosto a un corso di volo a vela nel 1933 segnò simbolicamente l’inizio di una doppia traiettoria: quella dell’aria e quella dell’arte. Quando negli anni Trenta giunse al Futurismo lo fece non per adesione ideologica, ma per naturale consonanza. L’esperienza del volo divenne immediatamente materia pittorica ben prima che l’artista conoscesse i manifesti marinettiani.
Fu proprio Filippo Tommaso Marinetti a notare la sua pittura visionaria e a ribattezzarla Barbara, nome “barbarico” e selvaggio, destinato a diventare una seconda identità. Nel panorama dell’aeropittura futurista, Barbara si impose come figura autonoma e originale. Opere come La città che ruota, Pensieri in carlinga o l’iconica Vomito dall’aereo dimostrarono una maturità precoce e una capacità di tradurre l’esperienza del volo in immagini di forte impatto dinamico e psicologico, prive di modelli da emulare. La sua presenza alle principali esposizioni futuriste di fine anni Trenta, dalla Biennale di Venezia alla Quadriennale di Roma, assunse anche un valore simbolico: quello di una donna che, in un movimento attraversato da profonde contraddizioni sul ruolo femminile, riusciva a ritagliarsi uno spazio autorevole. Barbara condivise quella stagione con altre protagoniste come Benedetta Cappa, Regina Cassolo e Leandra Angelucci, ma ne visse anche i limiti, soprattutto quando la retorica futurista della guerra entrò in conflitto con la sua esperienza personale.

Lo scoppio del secondo conflitto mondiale segnò una frattura irreversibile. La perdita, la paura e l’angoscia trasformarono l’aereo da strumento di libertà a simbolo di morte. Tra il 1943 e il 1958 Barbara smise di dipingere. Fu un silenzio lungo e doloroso in cui l’artista sembrò scomparire dalla scena pubblica. In quegli anni si reinventò scrittrice, giornalista e opinionista di moda, arrivando a influenzare il dibattito culturale e mediatico del dopoguerra con la stessa energia che aveva caratterizzato la sua giovinezza futurista. Il ritorno alla pittura, avvenuto nei primi anni Sessanta coincise con una profonda trasformazione del linguaggio artistico. Le opere si aprirono all’astrazione, al colore fluido, a forme libere e dinamiche che dialogavano con l’Informale senza mai aderirvi completamente. Serie come Visioni, Robot e soprattutto Genesi Cosmica segnarono l’avvio di una ricerca sempre più orientata verso la spiritualità, alimentata dallo studio delle filosofie orientali, del Tao e dello Yoga. La pittura divenne strumento di esplorazione interiore, tentativo di avvicinare l’ineffabile. Negli anni Settanta e Ottanta, la dimensione sociale dell’arte tornò a imporsi con forza. Convinta che la creatività fosse un patrimonio universale e non il privilegio di pochi, Barbara si dedicò con passione all’arte partecipata, ai laboratori con i bambini, ai progetti collettivi. L’opera simbolo di questo impegno fu senza dubbio L’Albero della Pace: una monumentale installazione di impronte di mani, raccolte nel tempo tra cittadini comuni, intellettuali, politici e personalità della cultura, poi donata al Museo Memoriale della Pace di Hiroshima. Un gesto radicale, coerente con la sua avversione per la mercificazione dell’arte, che le valse nel 2000 la candidatura al Premio Nobel per la Pace.
Parallelamente, Barbara sviluppò una riflessione sempre più intensa sull’universo femminile, culminata nel Manifesto Noetico e in cicli come Placentario, Segno donna e Simboli. La donna, nella sua visione, tornava a essere principio generativo, forza intuitiva, soggetto di conoscenza. Il segno pittorico si faceva morbido, sinuoso, archetipico, attingendo a un immaginario primigenio e interculturale. Riletta oggi, la vicenda artistica di Olga Biglieri Scurto appare meno come un percorso eccentrico e irregolare che come una traiettoria capace di mettere in crisi le periodizzazioni e le categorie interpretative con cui siamo soliti ordinare il Novecento italiano. Barbara attraversa movimenti, linguaggi e pratiche senza mai stabilirvisi definitivamente, opponendo alla linearità della storia dell’arte una coerenza fondata non sullo stile, ma sul contenuto e sull’urgenza etica del fare artistico. La sua opera impone dunque una revisione dello sguardo critico: non tanto per essere definitivamente ricondotta a un canone, quanto per interrogarne i presupposti stessi. In questa resistenza all’assimilazione risiede forse la sua attualità più profonda. Barbara resta una figura scomoda e necessaria, capace di ricordarci che la storia dell’arte è fatta anche e soprattutto di percorsi che sfuggono alla semplificazione e che proprio per questo continuano a generare senso.

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