di Francesca Bernardi
Nelle viscere della miniera del parco di Cortabbio a Primaluna si entra col vento contrario e il rumore nel cuore. La luce resta all’esterno mentre dentro il buio ti avvolge tutto d’un colpo. Gli occhi brancolano, inciampano nell’assenza di colori, come se cercassero appigli in un mondo improvvisamente invisibile. Il corpo lotta prima con il freddo, e la corrente d’aria contraria che ti punge il volto passo dopo passo, poi con l’umidità che lambisce tutti i tuoi strati protettivi sino alle ossa.
Sotto i 1.000 metri di roccia viva della Grigna, dove un tempo si estraeva la barite, oggi si deposita qualcosa di diverso: un’eco artistica, una traccia di umanità lasciata non per prendere, ma per restituire. Qui, in uno dei luoghi più ostinati e affascinanti del territorio lecchese, prende vita Rimuovere un progetto espositivo del collettivo artistico TRA.ME, in mostra fino al 19 ottobre 2025 all’interno delle miniere di Cortabbio a Primaluna (LC). Il titolo non è solo un verbo, ma un gesto. Rimuovere: portare fuori, disinnestare, dissotterrare. È come se quel luogo — la miniera, la montagna, la materia — fosse lentamente riaffiorato attraverso il lavoro degli artisti, dopo decenni di silenzio e rimozione. Un processo di restituzione, di riparazione: riportare la voce della miniera nel presente, darle forma visibile dopo 144 anni di estrazione. È da questo movimento — fisico, concettuale, emozionale — che prende forma l’intero percorso. Non una semplice mostra, ma un’esperienza che accade nello spazio liminale tra l’essere umano e il non-umano, tra l’opera e il luogo che la accoglie. Qui, il confine tra contenitore e contenuto si sfalda, perché è la Montagna stessa a partecipare al processo creativo, modificando le opere, graffiandole, corrodendole, ammuffendole…completandole.
Il collettivo TRA.ME — composto da Jacopo Ghislanzoni (noto artista lecchese e portavoce del Collettivo), Elisa Frigerio, Marta Dell’Oro, Giada Castelnuovo — ha scelto la miniera come prima sede espositiva sul territorio lecchese proprio per la sua natura duplice: un ambiente costruito dall’uomo e al tempo stesso ritornato al silenzio della natura. Qui, l’arte non si impone, ma si sotto-pone. Le lastre di ferro incise, le stoffe e le carte, i pigmenti vegetali e i metalli, diventano permeabili al tempo e agli agenti naturali; le opere non si conservano: si trasformano. E in questa trasformazione — lenta, silenziosa, inesorabile — si compiono.
I 144 giorni di esposizione non sono una scelta simbolica, ma storica: tanti furono gli anni di attività estrattiva delle miniere di Primaluna dal secondo Ottocento fino alla loro chiusura. Ma 144 è anche un numero simbolico, carico di risonanze: è un multiplo di 9, cifra da sempre associata alla gestazione, alla trasformazione, al passaggio da uno stato all’altro. In questa logica del tempo che prepara e trasforma, ogni artista ha scelto di portare nove opere: come se l’intera mostra fosse una gestazione collettiva, un tempo di attesa e mutazione, in cui la montagna stessa diventa grembo. I cunicoli diventano luogo di introspezione collettiva e percorrendoli si ha la sensazione che il tempo rallenti e che anche la percezione si sposti. Le leggi dell’esterno cessano di valere.

L’arte qui non ha una parete bianca su cui appoggiarsi: si aggrappa alla roccia, si lascia impregnare dall’acqua, respira l’aria mineraria che cambia direzione in continuazione. Il visitatore non guarda soltanto, ma attraversa; non si può limitare a contemplare: ascolta. Incontra i macro-pareidoliaci di Giada Castelnuovo dove il caso e la materia suggeriscono visioni inconsce. Cammina accanto alle opere botaniche di Elisa Frigerio che raccontano una natura che non solo ispira ma si imprime. Si ferma davanti alle punte secche di Ghislanzoni: ferite sulla superficie del ferro che nel buio della miniera trovano una luce diversa. Scorge le pitture di Marta Dell’Oro il cui tratto intimo e corporeo si fonde con il respiro lento della terra. E infine ritrova nel lavoro di Elisa Mollar una grafica che traduce il contesto in gesto, in segno, in comunicazione visiva profonda. Il lavoro di ogni artista sembra attendere, in ascolto: come se fosse la montagna stessa a dover fare la sua parte. Le opere, realizzate in un anno e mezzo di immersione – non solo metaforica – in miniera, prendono forma dalla materia stessa del luogo: ossidi raccolti sul posto, pigmenti naturali, radici e acqua. Ogni gesto è radicato nella memoria fisica del sito, come se l’arte fosse un modo per portare a compimento una missione antica.

Dalla “Porta della Miniera” ispirata al mito della caverna di Platone, al lavoro di Marta, che costruisce gruppi di opere in triadi, utilizzando la Y rovesciata — forma archetipica della miniera, ma anche eco della geografia lacustre — tutto racconta un dialogo intimo tra interno ed esterno, buio e luce, memoria e visione. Il processo non si conclude però sottoterra. Dopo ottobre, infatti, le opere verranno esposte a Lecco, negli spazi della Fondazione Enrico Scola, partner del progetto e sede dell’evento di charity finale che ha lo scopo di raccogliere fondi per gli arredi degli spazi comuni della fondazione stessa. L’esposizione al di fuori della grotta sarà anche un’occasione di studio per comprendere come conservare l’agire della Montagna al di fuori della Montagna stessa, interrogandosi se abbia senso – o sia giusto – tentare di conservarlo, quindi di interrompere o deviare un processo in atto. Sarà quello il momento per riflettere sull’esito finale del dialogo tra arte e Montagna. Un dialogo che, proprio come ogni dialogo autentico, implica ascolto, esposizione, trasformazione reciproca.

Nel corso dei secoli, la Valsassina ha offerto i suoi minerali al mondo: rame, piombo, ferro, argento. Ne ha dato notizia anche Leonardo da Vinci, che parlò di queste terre nel suo Codice Atlantico. L’intento di Rimuovere invece non è estrarre, ma restituire. Una forma di scambio poetico, di bilanciamento fragile e profondo tra l’agire umano e l’intelligenza silenziosa della natura.
Dalle viscere della miniera si esce in silenzio. Non restano che l’eco dei propri passi e il canto dell’acqua che scivola, gocciola, esplode, sussurra. Quanti suoni diversi può inventare l’acqua in un ventre di pietra? Innumerevoli. Ed ognuno, vi assicuro, è un piccolo incanto. Ed ognuno, vi assicuro, parlerà al vostro animo. Non è questo infondo il compito (se esiste un compito) dell’arte?






