di Francesca Bernardi
Margaret Bourke-White. L’opera 1930–1960
Chiostri di San Pietro, 25 ottobre 2025 – 8 febbraio 2026
Reggio Emilia Fondazione Magnani
a cura di Monica Poggi
in collaborazione con CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia

La mostra Margaret Bourke-White. L’opera 1930–1960, a cura di Monica Poggi, offre una lettura rigorosa e filologicamente solida di una delle figure cardine della fotografia del Novecento, restituendone la complessità linguistica e il ruolo determinante nella definizione del fotogiornalismo moderno. Attraverso oltre 120 fotografie, corredate da materiali editoriali e volumi originali d’epoca, il percorso si configura come un’indagine strutturata sul rapporto tra forma, ideologia e funzione documentaria dell’immagine dell’arte fotografica di
Margaret Bourke-White (New York, 14 giugno 1904 – Stamford, 27 agosto 1971) testimone instancabile del suo tempo e pioniera capace di superare barriere e confini di genere.

L’articolazione in sei sezioni tematiche risponde all’esigenza di superare una lettura puramente cronologica della produzione dell’autrice privilegiando invece nuclei concettuali che ne attraversano l’intera carriera. Il progetto espositivo si fonda su una messa in relazione tra immagini, più che su una gerarchia di capolavori, favorendo una lettura trasversale dei temi della modernità, del potere, del lavoro, del conflitto e delle diseguaglianze.

La sezione inaugurale, dedicata ai primi servizi per Life, assume un valore introduttivo e programmatico. La fotografia della diga di Fort Peck (1936) mette in relazione costruzione formale e ideologia del progresso rendendo evidente il ruolo della fotografia nel contesto del New Deal. L’immagine è letta come soglia: punto di convergenza tra modernismo formale, comunicazione di massa e ridefinizione del ruolo professionale della fotografa all’interno dei media illustrati. Con L’incanto delle fabbriche e dei grattacieli, il percorso esplicita le radici moderniste del linguaggio di Bourke-White. Le immagini degli anni Venti e dei primi Trenta sono accostate secondo criteri compositivi e strutturali, mettendo in evidenza ricorrenze visive quali l’uso di prospettive accentuate, la riduzione del soggetto a forma e ritmo, la centralità della luce come elemento plastico. In questa sezione, la fotografia industriale è restituita come laboratorio di sperimentazione formale, in dialogo con le avanguardie artistiche e con la cultura visiva del tempo.

La sezione Ritrarre l’utopia in Russia affronta uno dei nuclei più complessi dell’opera di Bourke-White. Le immagini realizzate in Unione Sovietica tra il 1929 e il 1933 sono presentate come testimonianze di un momento storico in cui fotografia, ideologia e costruzione dell’immaginario collettivo risultano indissolubilmente intrecciate. Il progetto curatoriale sceglie di non risolvere le ambiguità di queste immagini ma di evidenziarle, restituendo al pubblico la tensione tra funzione documentaria e adesione visiva alla retorica del progresso. Con Cielo e fango. Le fotografie della guerra, la mostra entra nel territorio della testimonianza estrema. Le immagini dei fronti europei, sovietici e nordafricani, insieme alla documentazione dei campi di concentramento, sono allestite privilegiando la dimensione spaziale dell’immagine e la relazione tra corpi, architetture e paesaggi devastati. La scelta curatoriale insiste sulla distanza di Bourke-White da una fotografia dell’istante: anche nel contesto bellico, le immagini sono costruite come forme di memoria visiva, pensate per una durata storica e non per l’immediatezza dello shock.

La sezione Il mondo senza confini segna uno spostamento dell’asse narrativo verso la figura umana e la dimensione geopolitica del secondo dopoguerra. Nei reportage in India, Pakistan e Corea, il ritratto assume un ruolo centrale come strumento di universalizzazione dell’esperienza individuale.
L’allestimento mette in relazione immagini di leader politici e soggetti anonimi, sottolineando la volontà dell’autrice di attribuire pari dignità visiva a ogni figura rappresentata. Il percorso si conclude con Oro, diamanti e Coca-Cola, sezione in cui il passaggio al colore è interpretato come mutamento semantico e non soltanto tecnico. Il colore diventa elemento critico, capace di evidenziare le contraddizioni della modernità avanzata: l’abbondanza dei consumi, da un lato, e la persistenza di sistemi di sfruttamento e segregazione, dall’altro. L’accostamento delle immagini costruisce un discorso visivo che mette in crisi l’idea di progresso lineare.






