di Costanza Pozza
Roma, Palazzo Bonaparte
Nuovo Spazio Generali Valore Cultura
Roma dall’11 febbraio al 2 giugno 2025
Patrocinio della Reale Ambasciata di Norvegia a Roma, in collaborazione con il Museo Munch di Oslo.
25° anniversario dalla nascita di Arthemisia.
Informazioni e prenotazioni
info@arthemisia.it
In occasione del Giubileo 2025, Palazzo Bonaparte in Roma, ha da poco inaugurato la mostra tutta al singolare sull’artista norvegese Edvard Munch, con una serie di 100 opere provenienti dal Munch Museum di Oslo. Munch è il prototipo dell’artista maledetto, che vive una vita all’insegna della malattia, della follia e della
morte, come li descrive lui stesso nei suoi diari “gli angeli neri che si affacciavano alla mia culla”. Infatti sin da bambino viene perseguitato dalla scomparsa dei suoi cari, sicché il dolore rappresenta una costante per l’artista tormentato e come tale non può che intrattenere rapporti amorosi altrettanto travagliati, in fondo complicati come l’epoca in cui lui stesso vive.
E’ è tra i primi esponenti dell’Espressionismo, una corrente artistica che si intreccia con le prime idee riguardanti le teorie sull’inconscio, una parte della nostra mente che, secondo Freud, trattiene inconsapevolmente pensieri e ricordi che influenzano le nostre emozioni. Infatti osservando le sue opere, possiamo notare come l’artista esprima ciò che l’inconscio gli sussurra, portando sulla tela elementi del suo passato e del suo presente, interpretati e tradotti dalla sua psiche complessa e malinconica.
Per capirci, l’artista spesso ritrae le donne come delle arpie, creature mitologiche metà donna metà uccello, oppure come dei vampiri, o in generale come delle femmes fatales, facendo così riferimenti velati alla sua personale esperienza con la figura femminile. Ciò su cui però vorrei soffermarmi, è il suo particolare rapporto con il sesso opposto.
Munch è attratto patologicamente da donne con lunghi capelli rossi, proprio come quelli della sorella morta giovane a causa di una tubercolosi. La figura femminile che più lo tormenterà è la seducente Tulla Larsen, che lo coinvolge in una vera relazione
tossica. Lei in poco tempo diventa la sua musa, ma ben presto l’artista arriverà a ritrarla come una strega e come una figura inquietante che lo manipola e lo incanta trascinandolo in un mondo malefico con la sua chioma rovente. La fine della loro relazione sarà causata da una forte lite, che porterà a un colpo di pistola da parte di Tulla verso la mano dell’artista.

Questa storia mi ha portata a riflettere su come oggi sentiamo spesso parlare di amori tormentati e tossici, che coinvolgono donne e uomini in situazioni pericolose e sempre più spesso tragiche.
Ma si tratta veramente di amore se è tossico?
Insomma quello che Munch provava per Tulla e viceversa era amore oppure angosciosa ossessione? Il fuoco che li aveva inizialmente legati aveva portato ad un sentimento solido o ad un legame estenuante? Ecco quello che è successo a Munch 200 anni fa succede tuttora, perché come ci fanno comprendere l’arte e la letteratura, i conflitti dell’uomo non cambiano mai, neanche nel corso di secoli, soprattutto quando si tratta di amore. Dobbiamo allora chiederci: questo è realmente amore? Purtroppo, mi dispiace deludervi, ma no. L’amore è tutt’altro, e quella strana necessità che sentite nei confronti del vostro partner che vi maltratta o che abusa di voi è semplice dipendenza. L’amore è tutt’altro: rispetto, sicurezza e comunicazione e credo che nessuno ce lo dica mai abbastanza. Forse ci siamo passati tutti, provare attrazione per ciò che causa dolore, lo facciamo anche nella nostra quotidianità attraverso comportamenti tossici, come l’abuso di alcol, sigarette e altre sostanze fino ad arrivare alle persone.
Ma quello che possiamo provare ad apprendere dalla triste storia di Munch e Tulla è perlomeno cercare di non riprodurla. All’inizio può sembrare eccitante e qualcosa di proibito, ma, come le sue opere ci
insegnano involontariamente, porterà all’angoscia e al tormento interiore. Amore e Morte, un confine molto labile e rischioso da sfidare, un gioco subdolo perché mascherato dal rosso della passione, ma che in realtà nasconde il tenebroso nero della morte.
Come spiega il contemporaneo di Munch, Freud, l’essere umano è attraversato da due pulsioni, una che porta con sé la volontà di vita e l’altra la tendenza all’autodistruzione. Ci sono dei periodi della vita in cui è più difficile non far prevalere la seconda, ma è l’unico modo per non cadere nel tranello della morte dell’anima e, per ritornare a noi, della relazione tossica che nel 1890 faceva perdere due dita a Edvard Munch.






