di Annely Zeni
Firenze, Teatro del Maggio Musicale, 19 ottobre 2025 ore 15.30
Stagione 2025
MACBETH
Opera in quattro atti
Libretto di Francesco Maria Piave e Andrea Maffei
Musica di Giuseppe Verdi
Spazio e regia Mario Martone
Maestro concertatore e direttore Alexander Soddy
Maestro del Coro Lorenzo Fratini
Scene Mimmo Paladino
Scenografo realizzatore Barbara Bessi
Costumi Ursula Patzak
Luci e video Pasquale Mari
Video designer Alessandro Papa
Coreografia Raffaella Giordano
Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Personaggi e interpreti
Macbeth Luca Salsi
Banco Antonio Di Matteo
Lady Macbeth Vanessa Goikoetxea
Dama di Lady Macbeth Elizaveta Shuvalova
Macduff Antonio Poli Malcolm Lorenzo Martelli
Un medico Huigang Liu
Un domestico Egidio Massimo Naccarato
Un sicario Lisandro Guinis
Un araldo Dielli Hoxha
Prima apparizione Nicolò Ayroldi
Seconda apparizione Aurora Spinelli
Terza apparizione Caterina Pacchi
Figuranti speciali
Rosario Campisi, Chiara Casiraghi, Alice Consigli, Matilde Cortivo, Edoardo Groppler, Enrico L’Abbate, Sandro Mabellini, Mariangela Massarelli, Mauro Milone, Domenico Nuovo, Francesco Pacelli, Federico Raffaelli, Sara Silli, Cinzia Sità, Dario Tamiazzo, Simone Ticci
Bambini
Gherardo Attori, Kai Mc Millan
Amazzone a cavallo
Michaela Ricci (Equus Primus Selleria SRL)
foto ©Michele Monasta MMF 2025 

Le sfumature in musica possono fare la differenza: sia pur modeste trasformazioni di ritmo, melodia, dinamica o timbro agiscono sul senso. Se poi rispondono non solo alla decodifica di un segno ma ad un di-segno coerente di lettura, ad una precisa intenzione narrativa, allora prendono il nome di interpretazione. Arte difficile in quel mondo del detto e ridetto, suonato e risuonato, cantato e ricantato, che si nomina repertorio, con le maiuscole dei Vip di sempre: come Verdi e il suo Macbeth, in scena al Teatro del Maggio fiorentino per la stagione operistica 2025.  Con baldanza, ma senza tracotanza, anzi con coscienza e competenza, il quarantenne direttore inglese Alexander Soddy centrava l’obiettivo: in una produzione già sulla carta nata sotto i migliori auspici, se non altro per la presenza di un nome doc come Luca Salsi per il ruolo del protagonista, la concertazione di Soddy riusciva un elemento-sorpresa davvero appariscente, en passant riportando il focus d’ogni attenzione sulla componente musicale. “Non mi interessa cercare a tutti i costi di imporre letture rivoluzionarie – così nell’intervista proposta nel robusto, come purtroppo ormai non s’usa più, splendido programma di sala, onore al merito del teatro fiorentino –  per affermare la mia personalità, questo è il peggiore degli atteggiamenti per un artista. Quello che invece possiamo fare è scavare sempre più a fondo nella musica e scoprire se ci sono delle verità che non abbiamo considerato, dettagli che abbiamo sempre dato per scontati come indiscutibili e genuini, senza neppure cercare in direzione contraria. Per esempio ciò che credo renda la partitura del Macbeth così moderna e perfino estrema sono i contrasti dinamici…” Che la tradizione propone di attenuare attraverso crescendi e diminuendi addolcenti. Detto fatto e per esempio: nella grande scena delle apparizioni ad inizio del terzo atto, i brutali passaggi tra pianissimi e fortissimi, così come Verdi aveva scritto, con il trattamento Soddy sapevano veramente rispecchiare l’impatto devastante delle infernali profezie sulla psiche di Macbeth.

Cura del dettaglio riflessa nella strategia complessiva, laddove  le contorsioni cromatiche del male, nei temi ricorrenti di Macbeth e della Lady si scolpivano con nettezza, cedendo alla compassione del lamento (lo sguardo umano di Verdi pure sulle sue creature diaboliche) e spingendo al massimo la ritmica risorgimentale (questa ancorata con sicurezza a toniche e dominanti) delle marce ad effetto liberatorio (altro che banale musica di scena!!!). Il resto era magia, intruglio misterioso bollito nel pentolone delle streghe, cioè quel quid di concentrazione speciale che tiene un intero teatro (tutto esaurito anche nell’ultima recita domenicale) col fiato sospeso meglio di un giallo (dell’orrore in questo caso!) e che infine scatena l’entusiasmo dell’applauso e l’urlo di approvazione. All’effetto non poteva certo bastare la sola causa del podio: ci voleva la forma smagliante dell’orchestra, da cui proveniva una energia speciale fatta di precisione, qualità di suono e soprattutto “affetto”, come accade quando “l’opera appartiene alla storia del teatro in cui la si esegue” (il Macbeth andò in scena per la prima volta a Firenze, per la verità al Teatro della Pergola, nel 1847). E ci vuole naturalmente il canto: dal già citato Luca Salsi ci si aspettava un Macbeth di alto spessore e così era: un autentico “recitar cantando” il suo, lavorando sul timbro in modo magistrale per rendere al meglio gli eccessi del personaggio, dal sussurro terrorizzato, allo sfogato dell’ira, all’amarezza della disillusione.
Con più curiosità si guardava alla Lady di Vanessa Goikoetxea al debutto nel ruolo: sul momento, abituati a timbri più drammatici, la sua vocalità chiara riusciva strana, ma proprio quel colore tagliente, di metallo affilato, contribuiva a definire perfettamente la psicologia di un personaggio femminile totalmente dominato dall’odio e ossessionato dalla sete di potere. Non poco serviva poi la fascinosa presenza scenica e il lavoro sul corpo  richiesto da una regia che alla recitazione dei due protagonisti affidava una più che significativa dose di responsabilità. Lo spettacolo di Mario Martone infatti, adottando la scuola  “simbolica”, rinunciava ad impianti scenici descrittivi per un palcoscenico dominato da quinte nere, come il male e la morte, vettori del dramma. I costumi moderni (fasciante unico rosso della Lady con vertiginosi tacchi a spillo) mescolavano divise di soldati moderni con qualche tratto medievale e, proprio per sottolineare apertamente la relazione con il presente,  il celeberrimo coro “patria oppressa” si accompagnava con la proiezione delle terribili immagini di Gaza distrutta.  Nel prevalere quindi della recitazione, Martone affidava movimenti ossessivi e stranianti alle streghe, scegliendo invece una quasi totale staticità per le restanti parti corali, forse rileggendo il modello della tragedia greca, laddove al coro infine spetta la catarsi finale, nel caso specifico la speranza in una umanità capace di vincere grazie alla fratellanza universale (e risorgimentale!).
Ed a proposito di coro, assolutamente ottima la prova delle compagini del Maggio dirette da Lorenzo Fratini, soprattutto della parte femminile, impegnata a fondo non solo dal Verdi ma pure dal Martone nell’interpretare, con le streghe, il motore dell’azione, la forza oscura del male. A completare il quadro restano da segnalare le scelte oculate sul resto del cast:  la nobile voce del Banco di Antonio Di Matteo, il Malcolm squillante di Lorenzo Martelli, la pulita dama di Elizaveta Shuvalova e in particolare il superbo Macduff di Antonio Poli: una sola aria nell’opera, ma di importanza capitale per lo scioglimento della vicenda, quel “ahi la paterna mano” con la scultorea melodia tenorile proiettata a recuperare finalmente il sentimento, “il retaggio d’ogni uom, il pianto” per dirla con Rigoletto… (e del cromatismo più nessuna traccia…)

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