Napoli, Teatro San Carlo, 12 dicembre 2025, ore 20.00
Partenope
Opera in un atto
Musica di Ennio Morricone
Libretto di Guido Barbieri e Sandro Cappelletto
Edizioni SZ Sugar
Direttore | Riccardo Frizza
Regia | Vanessa Beecroft
Regista collaboratore | Danilo Rubeca
Costumi | Vanessa Beecroft e Daniela Ciancio
Coreografia | Vanessa Beecroft e Danilo Rubeca
Costumi in collaborazione con Chemena Kamali per Chloé
Interpreti
Partenope 1 | Jessica Pratt
Partenope 2 | Maria Agresta
Persefone | Désirée Giove#
#Ex Allievo Accademia del Teatro di San Carlo
Melanio | Francesco Demuro
Narratore | Mimmo Borrelli
Orchestra e Coro del Teatro di San Carlo
Maestro del Coro | Fabrizio Cassi
Nuova produzione del Teatro di San Carlo
ph.©Luciano Romano Teatro San Carlo

Evento per ricordare lai 2500 anni di fondazione di Napoli, una città nata sul mito al femminile, il mito della sirena Partenope, con tanto di tomba della chiesa di San Giovanni Maggiore a Napoli, come femminili sono tutte quelle figure mitiche che la sostengono nel corso della sua storia, dalla Sibilla Cumana, alla “Bella ‘mbriana”, spirito propiziatorio della casa. Per l’occasione il Teatro San Carlo ha presentato come momento celebrativo per la città, l’opera in un atto Partenope, composizione di Ennio Morricone, dedicata appunto alla mitica fondatrice di Napoli, composta nel 1996 ma mai messa in scena, in sue serate in cartellone ( 12 e 14 dicembre) con la prova generale dell’11 dicembre aperta al pubblico, serate da tutto esaurito, comprimendo il pubblico degli abbonati in questi due momenti. Un lavoro complesso durato poco meno di un’ora, su testo scritto da Guido Barbieri e Sandro Cappelletto che recupera il mito della sirena Partenope, creatura celeste e terrestre: sirena, donna, donna-uccello: attraversa il mondo umano, scende negli abissi alla ricerca di Persefone, si lega a Melanio e infine sceglie la caduta. Muore, ma dal suo corpo nasce Napoli. Questa è in sintesi la trama.
Furono proprio i due librettisti a proporre a Morricone, nel 1995, di confrontarsi per la prima volta con un mondo, quello dell’opera, che il compositore dichiarava di amare, manifestando una sana predilezione per Puccini. Non dovettero insistere più di tanto, Barbieri e Cappelletto, nei confronti di Morricone che, nel progetto vagheggiato di Partenope, stava già immaginando di mettere a frutto la propria passione nei riguardi del mito classico, ma anche proseguire in quelle che erano le sue incursione nella composizione di innovazione. Lo conosciamo come compositore di colonne musicale, meno il suo impegno nell’avanguardia nell’ambito di quella che definiva ‘musica assoluta’, coltivata sin dagli anni di militanza col gruppo d’improvvisazione romano Nuova Consonanza con incursione nell’elettronica, e tenuta da conto come uno spazio d’inventiva complementare e indispensabile, non funzionale ad immagini o a testi. Partenope rimase la sua l’unica composizione lirica. Vide la luce in meno di un anno, ma non andò mai in scena. La sua riscoperta e messa in scena hanno rivelato un lato del compositore meno noto al grande pubblico, di grande fascino intellettuale ma anche di difficile comprensione. La musica è stata descritta come un’opera da camera complessa e raffinata, molto lontana dalle tipiche melodie colonne sonore con le quali il compositore si è fatto conoscere al grande pubblico. La partitura si distingue per l’uso un organico misto, pretende in buca una quarantina di elementi, niente violini, solo viole e contrabbassi, oltre a molti flauti e un corposo set di percussioni creando una tessitura sonora astratta, quasi onirica, che mira a esplorare e ad evocare l’anima duplice del mito fondativo di Napoli, sospesa tra la carne e il cielo, anche in termini di scrittura vocale, adoperando complesse linee melodiche. Il testo prevede anche una sorta di polilinguismo con inserimenti in greco per il coro e la lingua napoletana per il Narratore sostenuto da una ritmica partenopea della “tammuriata” prodotta dalle percussione tipiche di questa danza, come un legame  connaturato con il territorio, la Napoli musicale dell’immaginario collettivo. Si può parlare di una rappresentazione in forma di oratorio scenico con gli interpreti, quattro tra cantanti e attori in scena che la regia di Vanessa Beecroft li ha voluti a leggio e in costume di bianco, le donne vestite a peplo. La regista alla sua prima realizzazione musicale (con costumi di Daniela Ciancio e coreografia di Danilo Rubeca) conosciuta per le sue performance corporee, approdate ancora nel 1997 e nel 2010 a Napoli, ha optato per un impianto scenico minimalista, quasi ascetico come un tableau vivant che rievoca una plasticità classica, algida con figure sospese e corpi seminudi velati che incarnano un rito di trasformazione, con movimento appena accennati ricostruendo una sorta di Ade, come non luogo.

Dal punto di vista musicale la scrittura prevede la scelta di due voci sopranili, qui per l’occasione erano le voci di Jessica Pratt e Maria Agresta, per interpretare Partenope nella natura duale della sirena e della città stessa. Complessa è la loro linea di canto in forma rarefatta, senza una struttura melodica con le due parti che si sovrappongono, si incastrano, in parallelo su testi differenti, con inserimenti narrativi da parte delle interpreti stesse ma mai in dialogo tra loro. Sono riuscite a dare anche una forma a ciò e a far percepire con le loro differenze di stile e vocalità queste due anime del personaggio mitologico. Il cast era completato da Persefone, mezzosoprano in voce registrata (per rimarcarne la distanza emotiva dall’azione); Melanio, unico tenore, con Francesco Demuro, forse un tantino sprecato nei brevi interventi; quindi il Coro, con funzioni da tragedia greca, con le parti in lingua greca; completava il cast un Narratore (l’attore Mimmo Borrelli), quasi un cantastorie di strada chiamato ad accompagnare e commentare l’azione, rigorosamente in lingua napoletana per dare un senso di corporeità al tutto.

Il risultato una una messa in scena a tratti immobile, in sospensione che forse voleva creare proprio la natura sperimentale della partitura.
​Sotto la direzione di Riccardo Frizza, l’Orchestra e il Coro del Teatro San Carlo hanno restituito con precisione la complessità dell’opera. Particolarmente apprezzata è stata la capacità di bilanciare il suono degli strumenti moderni con quelli antichi e le percussione come voci d’oltretomba.

Non è stata un opera di facile ascolto e lo si è visto dalla risposta del pubblico, come spiazzato, alla fine della performance. Forse si aspettava qualcosa d’altro, considerato anche il tipo di pubblicità all’evento come omaggio alla città. Gli applausi non sono mancati e anche sostenuti ma più come espressione di cortesia nei confronti degli interpreti che per convinzione; come andare ad una galleria d’arte contemporanea e prendere d’atto di quanto viene esposto, senza percepirne il significato.
C’è da capire la ragione di una tale proposta più da festival (e a Napoli non mancano tali eventi) che da stagione, e visto la brevità almeno abbinarla con qualcosa di affine magari, per completare il cerchio. Due piccioni con una fava. Da più parti ci si domandava della lunga assenza sul palcoscenico del teatro San Carlo di Napoli Milionaria di Nino Rota da De Filippo, prossima ai 50 anni.

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