Pesaro, Teatro Rossini
Martedì 12, giovedì 14, lunedì 18, giovedì 21 agosto – ore 20.00
L’ITALIANA IN ALGERI
Dramma giocoso per musica in due atti di Angelo Anelli
Edizione critica della Fondazione Rossini di Pesaro, in collaborazione con Casa Ricordi di Milano, a cura di Azio Corghi
Direttore DMITRY KORCHAK
Regia ROSETTA CUCCHI
Scene TIZIANO SANTI
Costumi CLAUDIA PERNIGOTTI
Video Designer NICOLÁS BONI
Luci DANIELE NALDI
Personaggi e Interpreti
Isabella DANIELA BARCELLONA
Mustafà GIORGI MANOSHVILI
Lindoro JOSH LOVELL
Elvira VITTORIANA DE AMICIS
Taddeo MISHA KIRIA
Zulma ANDREA NIÑO
Haly GURGEN BAVEYAN
CORO DEL TEATRO VENTIDIO BASSO
Maestro del Coro PASQUALE VELENO
ORCHESTRA DEL TEATRO COMUNALE DI BOLOGNA
©ROF 2025 (ph Amati Bacciardi)

Spettacolo spiritoso, intelligente e trascinante, L’Italiana in Algeri trionfa al ROF di Pesaro. Complessivamente ottima la compagnia di canto; l’orchestra non sta alla pari col palcoscenico.
 Ha centrato il bersaglio la regista pesarese Rosetta Cucchi, che con L’Italiana in Algeri ha inscenato uno spettacolo smagliante per carattere (oltre che per il caleidoscopio di colori sciorinato sul palco), eccessivo ma intelligente, dato in “prima” il 12 agosto al Teatro Rossini e trasmesso in diretta da Rai Radio3. Presentata per la prima volta il 22 maggio 1813 al Teatro San Benedetto di Venezia, l’opera fu composta in meno di un mese sulla base di un libretto preesistente di Angelo Anelli, musicato da Luigi Mosca oltre quattro anni prima per il Teatro alla Scala e modificato per adattarlo alla struttura musicale dell’opera rossiniana.
Considerata il capolavoro buffo rossiniano per eccellenza, nella messa in scena pesarese l’opera è affrontata in un’ottica di ribaltamento dei ruoli e di libertà dai codici imposti, una lettura che dialoga con alcune delle caratteristiche ricorrenti nell’opera comica, non ultimo il travestimento: “un gioco tra autoironia e travestimento coerente con il linguaggio metateatrale dell’opera buffa”, secondo le note di regia. Non una serie di gag o di travestimenti fine a sé stessi, si percepisce un disegno coerente, di cui sono buon esempio anche i costumi del coro, in divisa militare nel primo atto, in abbigliamento degno del pride nel secondo.
La superficie del palcoscenico è estesa ulteriormente mediante una struttura a soppalco, che alleggerisce i cambi di scena e consente di rappresentare contemporaneamente situazioni diverse; nel complesso, questa regia è buon sostegno per la recitazione e accompagna le voci a manifestarsi con pienezza. Al personaggio di Mustafà, manca tuttavia la risibile solennità dell’epifania nell’ostentare tracotanza e millantare il suo strapotere sulla donna: alla sua entrata in scena è già in mutande. A pareggiare i conti sottolineando la boria del maschio alfa ci pensa in ogni caso la voce stentorea di Giorgi Manoshvili, protagonista di un’interpretazione superba dalle prime battute fino alla fine. Daniela Barcellona aggiunge un ulteriore trionfo a una serie cospicua, in un luogo dove è particolarmente amata, brillante nei panni di una vistosa drag queen sia per presenza sia per vocalità.

Grandemente apprezzata in ruoli en travesti (punto di forza della sua carriera e peculiarità che distingueva anche Rosa Mombelli, prima interprete del ruolo di Isabella), Barcellona trova la via per convincere a pieno in un personaggio che rappresenta il trionfo della femminilità. “A proposito di drag queen”, scrive Ilaria Narici, “più che di travestimento è opportuno parlare di crossdressing, termine neutro, riferito all’atto di indossare abiti associati convenzionalmente al genere opposto per vari motivi, non necessariamente legato all’identità di genere o all’orientamento sessuale e, soprattutto, non sinonimo di transgender. Nella femminilità spettacolare e sovversiva di una drag queen, Isabella diventa condensazione del multiplo, del molteplice, dell’irriducibile alla semplificazione maschile/femminile: un mezzo per disinnescare la mascolinità caricaturale di Mustafà”. Ruba la scena a ogni suo intervento Misha Kiria come Taddeo, ruolo da comprimario che in questo caso diventa personaggio eminente, per potenza di voce e presenza scenica. Il Lindoro di Josh Lovell patisce il confronto nel condividere il palco, un bel timbro suadente non basta a sostenere il personaggio, anche se di per sé questa parte è poco consistente, ben lontana dallo spessore di Isabella.

La voce sottile, penetrante quando serve, del soprano Vittoriana De Amicis riesce a emergere nei panni di Elvira, le poche entrate di Zulma sono sufficienti a rivelare delle buone doti in Andrea Niño; Gurgen Baveyan ha il suo momento di gloria nell’aria di Haly “Le femmine d’Italia”. Se il Coro del Teatro Ventidio Basso si dimostra ancora una volta una compagine coesa, affidabile e puntuale, la direzione di Dmitry Korchak non riesce a imprimere energia e verve soddisfacenti all’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna, formazione che di per sé è una garanzia. La notevole Sinfonia iniziale, talvolta inserita anche in programmi sinfonici, risultava piuttosto piatta nelle dinamiche, mancante di spirito, di vivacità, di nervo.
Così, pur indefettibile e precisa nell’esecuzione, l’orchestra da co-protagonista retrocede a sottofondo; anche per quanto avviene sul palcoscenico la direzione mostra evidenti smagliature, come nel “tutti” che conclude il primo atto (“Nella testa ho un campanello”, l’apice della “follia organizzata e completa”), carente quanto a nettezza nell’articolazione di ogni singola onomatopea, conditio sine qua non per ottenere l’effetto richiesto. Gustose ed esilaranti le gag, valore aggiunto in leggerezza: un cappello kitsch dal proscenio vola al maestro al fortepiano (Giorgio D’Alonzo), che lo prende e lo indossa, Isabella si rade prima del caffè con il Bey, l’acuto “pappataci Mustafà” è in sincronia con lo strappo della ceretta. La beffa si conclude con la partenza non di un vascello, ma di un pullmino multicolore, sullo sfondo di un grande arcobaleno. Del tutto conquistato, il pubblico premia tutti quanti con un delirio di acclamazioni, indirizzando le ovazioni più calorose a Taddeo, a Isabella e al mattatore della serata, ossia Mustafà.

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