di Franco Ballardini
Riva del Garda. Auditorium del Conservatorio, 28 novembre 2025, ore 20.00

Chopin – ed ecco apparire un volto giovane ma malaticcio, pallido ed emaciato, smagrito, quasi diafano, il ciuffo ribelle e l’occhio inquieto, lo sguardo febbricitante o trasognato, e dunque una musica languida, cullante, ricamata di melodiche svenevolezze, salvo (talvolta) subitanei furori che improvvisamente la scuotono in formidabili assalti concitati e vorticosi, prima di ricadere nel deliquio… Quanta cattiva letteratura, quante immagini oleografiche “di pessimo gusto” oscurano (o annebbiano) la figura del celeberrimo pianista-compositore (come avviene anche per altri, in realtà), cogliendone magari qualche aspetto e trasformandolo in un banale stereotipo. Chopin invece è più ricco e vario di così. Pur senza negarne la salute malferma e le sofferenze esistenziali, e confermandone certi tratti generali – la completa adesione alla poetica romantica, l’abbandono delle forme classiche, l’invenzione di un nuovo stile pianistico – vi si possono trovare cose assai diverse. Il tocco leggero, il tempo lento, le melodie malinconiche, certo, e le turbolenze telluriche che irrompono a sorpresa, è chiaro, ma anche temi cantabili a piena voce e passi accordali grandiosi, danze popolaresche ritmicamente puntate o viceversa salottiere e ingioiellate da abbellimenti quasi frivoli, pezzi di bravura scopertamente virtuosistici e solidi studi di tecnica pura, progressioni cromatiche preimpressioniste e opere strutturalmente complesse…
Il concerto offerto dal Conservatorio venerdì sera (il 28 novembre a Riva del Garda), con un programma interamente chopiniano, puntava soprattutto su opere dell’ultimo periodo, fra il 1839 e il 1846. Anni intensi ma non facili, di consolidata notorietà accompagnata però dai cronici malanni e da crisi sentimentali; e da opere di diverso carattere ma tutte appartenenti alla piena maturità dell’autore e tendenzialmente piuttosto elaborate, pur senza lasciarlo trasparire, per lo più, o farlo pesare all’ascoltatore. Il programma iniziava ad esempio con il Preludio op.45 (1841), legato da un filo ostinato di note arpeggiate o congiunte apparentemente semplice ma armonicamente vagante, e proseguiva con la Barcarola op.60 (1846) che sembra pure facile, all’inizio, nella melodia accompagnata dal prevedibile arpeggio ternario (12/8), se non fosse che la “melodia” è quasi sempre a più note (per terze o altri bicordi, triadi, perfino settime) e ornata di acciaccature, trilli, rapide note di passaggio – il che ne aumenta la difficoltà naturalmente, ma anche la densità armonica – e il brano non è poi così breve ma tripartito e, prima della ripresa, internamente articolato in episodi di tutt’altra natura (pause liriche quasi monodiche, cambi di tonalità e di materiale tematico). La seconda Sonata op.35 (1839) è invece un’opera tanto famosa quanto impegnativa pure per il pubblico (e perfino per i musicisti più vicini a Chopin, stando a quel che ne scrisse Schumann): una composizione di ampio respiro in quattro tempi, ma molto distante dalla sonata classica, e dominata fin dal principio dall’alternanza conflittuale tra figure ritmiche spezzate e incalzanti, cariche di pathos, e melodie aperte e distese, oppure (nello Scherzo) dal contrasto fra energici accordi ribattuti e la “dolce” melodia centrale; l’antitesi tocca il suo culmine nel terzo movimento, la celebre Marcia funebre, con la spensierata cantilena che la sostituisce nel mezzo, un grazioso ritornello ripetuto in regolari progressioni, solo in un punto turbate da un’ombra e poi chiuse felicemente, prima di cedere il posto al ritorno del motivo funereo; e l’altalena si conclude (senza risolversi) nell’incredibile Finale, tanto concentrato e fulmineo quanto criptico e indecifrabile, nel frenetico rincorrersi cromatico delle due mani bruscamente interrotto. Meno problematiche sono, al confronto, le tre Mazurche op.56 (1844) dove tuttavia Chopin non rinuncia ad aggiungere al ritmo di danza melodie a più voci e interludi più brillanti (nella prima), oppure variazioni melodiche e imitazioni in canone (nella pur brevissima seconda) fino a trasformarlo radicalmente (nella terza, più estesa) nello spunto iniziale (e riemergente ogni tanto) per una serie di divagazioni polifoniche e armoniche, in un tempo dilatato e molto variabile, che della danza conserva solo il ricordo. Così, dopo una breve introduzione intermittente e sospesa, anche lo Scherzo op.39 (1839) contrappone un veloce moto perpetuo in 3/4 su note vicine scandite in ottave e accordi solenni seguiti dal quasi-glissando puramente timbrico di velocissime progressioni discendenti delle due mani. E la panoramica è stata ulteriormente allargata dai numerosi bis concessi generosamente dal solista, fra cui il Preludio op. 28 n.15 (1838), che comincia sì con una bella melodia ma poi si fissa su una nota continuamente ripetuta (sol#/lab, la cosiddetta “goccia”) attorno alla quale ruota il grande crescendo e l’armonia cangiante, o il Grande Valse brillante op.18 (1831) decisamente più mondano eppure non privo di arguzie e sense of humor, nei giocosi virtuosismi e nelle spiritose acciaccature “stonate”.
Un caleidoscopio esemplare dunque, grazie alle capacità interpretative di Jonas Aumiller – giovane ma affermato pianista, già eccellente studente diplomatosi al Conservatorio Bonporti di Trento e Riva del Garda, poi allievo di Sergei Babayan a New York e Cleveland, vincitore di concorsi internazionali e ora concertista apprezzato in Europa, Stati Uniti, Giappone – che ha messo in luce appunto la polivalenza del pianismo chopiniano, superando con agilità le difficoltà tecniche ma soprattutto scavalcando i luoghi comuni e restituendo l’originalità del pensiero musicale del compositore, nelle sue componenti meno scontate e più innovatrici, addirittura rivoluzionarie nella ricerca di soluzioni formali che seguono il corso delle idee musicali, per ricavarne colori inattesi e sviluppi ogni volta diversi.

  • Si ringrazia il prof. Franco Ballardini docente di Storia della Musica al Conservatorio F.A. Bonporti di Riva del Garda

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