di Vittorio Sarti
Fondazione Filarmonica Trento | Stagione dei Concerti 2025 | 28 ottobre 2025, ore 20
Fazıl Say, pianoforte
M.Musorgskij Quadri di un’esposizione (versione originale per pianoforte)
F. Say Selezione di brani per pianoforte

Ci sono artisti che trasformano il concerto in un’esperienza fisica, quasi viscerale. Altri che scelgono la via dell’introspezione, scavando nel suono come in un monologo interiore. Fazıl Say appartiene a entrambe le categorie, e forse a nessuna delle due: la sua arte nasce da un’urgenza comunicativa che unisce virtuosismo e spiritualità, ironia e dolore, memoria e presente. Il suo recital alla Sala Filarmonica di Trento, nell’ambito della Stagione 2025 della Fondazione Filarmonica, ha confermato tutto questo: una serata intensa, dal fascino magnetico, con la sala gremita in ogni ordine di posto e un pubblico catturato fino all’ultimo istante. Il programma scelto da Say è un autoritratto in movimento: un viaggio che parte dall’immaginazione di Modest Musorgskij, attraversa il suo stesso universo creativo, e approda infine al terreno dell’improvvisazione, là dove la musica si fa racconto di libertà.

Fazil Say 2016
Photo: Marco Borggreve

L’apertura con i Quadri di un’esposizione di Musorgskij è stata un inizio folgorante. Say ha restituito alla versione pianistica originale tutta la sua potenza narrativa, liberandola da ogni residuo “sinfonico”. Nei suoi gesti non c’è nulla di accademico: la postura è sciolta, la mente concentrata, il corpo vibra insieme allo strumento. Il pianoforte diventa una tavolozza in cui il colore e la densità del suono si fondono in un’unica tensione drammatica. Ogni “Promenade” è una passeggiata dell’anima, un attraversamento di mondi pittorici che diventano stati d’essere. L’attacco di Gnomus è quasi tellurico, scavato nel registro grave; in Il vecchio castello il suono si allunga come un respiro antico; in Baba Yaga il ritmo esplode in una danza frenetica, per poi dissolversi nella maestà finale della Grande porta di Kiev, costruita con imponenza ma senza enfasi, come un atto di fede nella bellezza.

Fazil-Say_005_@Fethi-Karaduman

A seguire, il pianista turco apre la porta al suo universo personale: le composizioni originali, scritte tra il 1997 e il 2021. La Sonata “Yeni Hayat” (Nuova vita), op. 99, segna l’inizio di un nuovo ciclo creativo. Say la introduce con pochi accenni verbali, ma appena posa le mani sulla tastiera si comprende che quel titolo è tutto: rinascita, passaggio, rivelazione. Il primo movimento (Introduzione & Allegro) è un vortice di ritmi spezzati e linee melodiche che si rincorrono come ricordi inquieti. Nel secondo (Pesante), il suono si fa più scuro, meditativo, mentre nel Finale riemerge la tensione vitale, una gioia inquieta che sembra volersi liberare dalla forma. È una musica che respira la contemporaneità senza rinnegarne la fragilità. Seguono le Quattro Ballate – Nazim, Ses, Kumru, Winter Morning in Istanbul – pagine di straordinaria intensità poetica, in cui Say fonde l’eredità romantica europea con l’anima del suo Paese. Nazim, dedicata al poeta Nazım Hikmet, è una dichiarazione di amore e rivolta: i temi emergono e si dissolvono come versi recitati tra le pieghe del tempo. Ses (“voce”) gioca sul respiro e sul silenzio, alternando arpeggi diafani a improvvise deflagrazioni; Kumru è un canto di pace, una melodia sospesa che si libra sopra un tappeto di armonie liquide; Winter Morning in Istanbul chiude il ciclo con un paesaggio sonoro rarefatto, un mattino d’inverno dipinto con la delicatezza di Debussy e la malinconia dei muezzin lontani. Il momento forse più emblematico della serata arriva con Kara Toprak (“Terra nera”), composta nel 1997 e dedicata al grande menestrello turco Aşık Veysel. Qui Say tocca la sostanza stessa della sua arte: la capacità di far convivere improvvisazione e rigore, tradizione popolare e scrittura colta. Il pianoforte diventa strumento a corde pizzicate, percussione, voce: Say sfiora le corde con le dita, crea armonici, percuote il legno, trasforma la tastiera in un tamburo d’anima.
È un brano ipnotico, quasi rituale, che risveglia nel pubblico qualcosa di arcaico e universale. E quando tutto sembra finito, arriva il sorriso: Jazz Fantasies – Summertime. Say rilegge Gershwin con una libertà assoluta, attraversando blues, swing e improvvisazione con il tocco di chi ha assorbito il linguaggio jazzistico senza imitarlo. Le variazioni si inseguono in un gioco di leggerezza e virtuosismo che esplode in un finale scintillante. Il pubblico applaude a lungo, chiama più volte l’artista sul palco. Say ringrazia, quasi timido, ma gli occhi brillano: quella comunione tra artista e sala, costruita passo dopo passo, è la vera sostanza del concerto.

 

Vittorio Sarti*
*Cultore delle arti Vittorio Sarti, frequentatore assiduo di sale da concerto di Trento e fuori provincia, scrive per suo diletto di musica e cultura varia. Con uno sguardo attento dalla parte del suo essere pubblico si è messo a disposizione per raccontare quanto le storie della musica riescono a trasmettere di informazioni culturali tra tradizione e contemporaneità”

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