di Annely Zeni
Trento, Teatro Sociale, 4-5 ottobre 2025
Rigoletto
opera in tre atti di F. M. Piave
Musica di Giuseppe Verdi
Orchestra e coro del Conservatorio F.A. Bonporti
direttore Andrea Raffanini
maestro del coro Salvatore La Rosa
Personaggi e interpreti
Rigoletto Federico Longhi (4/10) Gangsoon Kim
Duca di Mantova Viktor Bezkorovainyi  e Matteo Urbani
Sparafucile Fabrizio Zoldan
Borsa Daniele Contessi e Anton Radchenko
Marullo Lodovico Ravelli e Daniil Romanko
Ceprano/Un Usciere Giacomo Rossi e Enrico Totola
Monterone Federico Evangelista e Lodovico Ravelli
Gilda Aurora Bertoldi, Iryna Dynnykova e Polina Tolokonnikova
Maddalena Elena Vianini
Giovanna Sofia Cortellazzi
Contessa di Ceprano Alessandra Marocchi
Paggio
 Camilla De Ambrogi, Lucrezia Masia e  Antonella Sinisi
maestri accompagnatori e preparatori Francesco De Santis e Stefano Pellizzari
Regia Gabriella Medetti
Scene e light designer Riccardo Canali
Costumi Chiara Defant
Danzatrici del Liceo Musicale Coreutico F.A. Bonporti Coreografie Nina Ejdziukiewicz, Domenico Paglione
Animazioni Scenogtrafia Selvatico Studio
Assistente alla regia Sebastian Yupanqui Montero
Trucco Lucia Santorsola
Direttore di scena Arianna Tosi

particolare da “Stańczyk” (1862) di Jan Matejko (Cracovia, 24 giugno 1838 — Cracovia, 1 novembre 1893)

mostbet

Ad andare in scena per prima al Teatro Sociale di Trento è la bandiera della Palestina: sono gli studenti del Conservatorio Bonporti di Trento e Riva del Garda che, prima di cominciare le previste recite di Rigoletto, sventolano virtualmente – di una proiezione a tutto campo si tratta – la bandiera di quel popolo martoriato, fanno scorrere l’agghiacciante “conta” dei morti, una colonna per il tutti, l’altra  per i bambini, ammoniscono con Kundera, “Le persone sono responsabili anche di ciò che decidono di ignorare”. Quando si apre il sipario sono tutti lì dietro, un centinaio, già in costume di scena: esprimono la loro protesta, in quanto “appartenenti” non a questa o a quella fazione politica, bensì  “alla famiglia umana” ed invitano ad un minuto di silenzio. Non accettano di essere anestetizzati di fronte a quei bambini che “vivono l’inferno in terra”. Che tutto questo avvenga nei campi elisi (per così dire) della musica, di quella musica che il mercato (non Verdi a dire il vero, ma …. tutto il resto distribuito tra supermercati, discoteche, arene, Sanremo e chi più ne ha più ne metta) spinge sempre più verso il baratro dell’intrattenimento narcotizzante (altro che la religione oppiacea di marxiana memoria), è ancor più significativo, confortante e commovente. Poi tutti al “lavoro”, un lavoro straordinario per un conservatorio: allestire un’opera intera come in una produzione professionale, in un vero teatro. L’energia, l’entusiasmo, la concentrazione, il desiderio di mettersi in gioco, la dedizione (alla faccia dei giovani passivi…) si respirano anche nell’aria e sono contagiosi, irradiano elettricità sin da quel primo puntato della tromba solista che avvia la tragica vicenda del celeberrimo buffone dalla buca dell’orchestra. A cose fatte (3 recite di cui una matinée per le scuole) Davide Z. – componente del coro alias i cortigiani “vil razza dannata” –  è felice: è stata una gran fatica, tantissime ore di prove, ma poi una grande soddisfazione. A cose fatte, giudicando a caldo dalla platea, c’era di che soddisfare pure i “grandi” dietro le quinte, docenti e collaboratori, con i rispettivi obiettivi educativi: in primis una acquisita naturalezza nella gestione del palcoscenico (responsabile la regista Gabriella Medetti) con una perfetta immedesimazione nei ruoli del racconto e nella gestualità richiesta: mai che si riconoscesse Pinco o Pallino, ma solo Gilda, Giovanna, Sparafucile, Marullo e così via. I costumi appropriati (di Chiara Defant) e la scena (Riccardo Canali), per quanto minimale, contribuivano con empatia a corroborare l’efficacia del comportamento.
La cura, “le tantissime prove” servivano ovviamente la signora Musica del Verdi: un’opera dal ritmo drammatico fulminante, di rari momenti solistici, di molti duetti e scene d’assieme, la cui complessità trovava i giovani interpreti sempre sul “pezzo” per dirla in slang, senza tentennamenti o sbavature. In ordine stupiva particolarmente il coro, in quanto formato solo in parte da studenti di canto e per il resto da strumentisti trasformati in convintissimi coristi-cortigiani (preparati da Salvatore La Rosa), ma ci si poteva sorprendere anche per la prova del cast protagonista, doppio sempre, su alcuni ruoli, anche triplo: come dire le scuole di canto del Bonporti sono ricche di talenti dell’ugola, in grado di sostenere in modo credibile un personaggio pure quando la prestazione preveda le difficoltà non solo del virtuosismo vocale ma anche della tenuta fisica. Certo sono voci ancora in fieri, non all’altezza di una presenza scenica prorompente come quella del baritono Federico Longhi, chiamato quale “esterno”, guida e mentore, per una master class preparatoria e per sostenere il ruolo del titolo nella recita di Sabato 4.  Voce che bucava l’orchestra come si dice in gergo, capace di espandersi in tutto il teatro ed oltre, Federico Longhi dava vita alla perfidia del personaggio con un timbro scuro e graffiante (“Pari siamo…), sapeva diventare furibondo nei propositi di vendetta (Come fulmine scagliato da Dio) ma altrettanto dolce nel suo affetto di padre o disperato nei casi tragici dell’amatissima figlia.  Senza prevaricare, ma con l’esperienza del didatta che affianca la sua brillante carriera in teatro, accoglieva i giovani coprotagonisti, pater familias non solo della sfortunata Gilda! Analogamente in orchestra  la bacchetta di Gabriele Raffanini, coordinava il tutto con competenza e passione. E se talora qualche “giovenil ardore” (questa però è Traviata…) galoppava fuor dalla buca un poco più baldanzosamente del necessario, poco male, papà Verdi stavolta, dall’alto, benedice!

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