di Gianluca Macovez
Gemona del Fiuli (Ud), Teatro Sociale16 ottobre 2025, ore 20.45
TRIESTE 1954
di e con Simone Cristicchi
scritto con Simona Orlando
regia di Paolo Valerio
direzione, arrangiamenti e musiche originali di Valter Sivilotti
voce: Franca Drioli
con l’Orchestra
e con il Coro del Friuli Venezia Giulia
maestro del Coro Michele Gallas
video: Giulio Ladini
produzione: Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia
‘Trieste 1954’ , apre della stagione ERT FVG al Teatro Sociale di Gemona del Friuli.
Trieste è città dalle mille sfumature. Incontro di intellettuali raffinati: Joyce, Svevo, d’Annunzio, Winkelmann, Rilke de Banfield, Zanettovich, solo per fare i primi nomi…
Una città che resiste ai cambiamenti, alle dominazioni, alle violenze. Tendenzialmente poco incline ai gesti eclatanti, ma non per questo insensibile. Ha imparato a rispondere con una corazza di orgoglioso ottimismo alle ferite che le vengono inferte. Ha saputo imparare dalle criticità e trasformarle in ricchezza. Ha esaltato le proprie caratteristiche, i suoi abitanti hanno fatto della diversità dai corregionali un manifesto identitario. Ma certamente non ha mai dimenticato l’orrore di San Sabba, l’abominio delle foibe, la violenza subita dagli esuli istriani e dalmati, la presenza imposta degli anglo- americani nel dopoguerra. Simone Cristicchi ha un legame particolare con il Friuli Venezia Giulia. E dopo aver raccontato il terremoto del 1976 e le vicende del ‘Magazzino 18’, in ‘Trieste 1954’ celebra i settanta anni dal ritorno della città all’Italia. Dopo un esordio nei mesi scorsi, una sorta di anteprima, il titolo è stato ripreso prima al Rossetti di Trieste per poi andare in tournee per l’Ert FVG .

Tutte le date sono andate tutte sold out a testimoniare l’affetto che lega il Friuli Venezia Giulia al cantautore, affiancato in palcoscenico da Franca Drioli, il coro del Friuli Venezia Giulia, l’orchestra dell’Accademia musicale Naonis di Pordenone, diretta da Valter Sivilotti , autore anche di arrangiamenti e musiche originali. Il risultato di tanto spiegamento di forze, però, a noi ha convinto solo in parte. Sivilotti ha condotto con sicurezza coro ed orchestra, realizzando arrangiamenti di grande eleganza, con passaggi sonori decisamente raffinati. C’erano brani inediti ed alcune canzoni popolari, che sono state proposte in una chiave sinfonica, decisamente inaspettata. Cristicchi entra in scena parlando del suo rapporto con la città e poi lascia spazio all’archivista Persichetti, il protagonista di ‘Magazzino 18’, che viene immaginato in gita con la moglie nel capoluogo giuliano. Uno stratagemma riuscito per dare continuità al racconto tergestino, ma anche un modo per celebrare uno spettacolo che è stato apprezzatissimo in questi territori. L’opportunità di fare da guida alla consorte, permette all’impiegato di raccontare , accanto ad una manciata di aneddoti che strappano un divertito sorriso, gli anni difficili della presenza anglo-americana in città e del ritorno all’Italia. Su un velo che separa musicisti e pubblico si proiettano filmati d’epoca ed alcune mappe. Cristicchi naturalmente si muove con grande professionalità, trova espressioni appropriate, gioca bene coni fiati ed i ritmi narrativi, anche se spesso indugia sul testo scritto, prima su una sorta di libro, poi sui fogli appoggiati su un leggio che si porta dietro. Quello che però lascia straniti è che lo spettacolo, firmato per la regia da Paolo Valerio, sembri ad una conferenza, lussuosamente confezionata. Ci vengono spiegate le vicende , ma avremmo voluto sentire la voce della gente, di quei triestini sferzati dalle sofferenze, di quel popolo dalle eterogenee nazionalità così determinato a non piegarsi alle decisioni altrui. Non abbiamo sentito descrivere la fatica , per i triestini, a sopportare la presenza degli alleati, che non hanno mai voluto integrarsi con la città, preferendo ostentare i diritti della vittoria piuttosto che cedere all’abbraccio sanificatore. Non c’è stata la narrazione dell’umiliazione quotidiana di dover vivere con il lasciapassare in mano. Non ci è arrivato il disagio del lancio del cibo come si fa con il becchime alle galline. Soprattutto non abbiamo sentito la potenza del sangue innocente e rabbioso di sei uomini che morirono solo perché avevano manifestato il loro diritto di essere stanchi di soprusi ed angheria.

Tre erano giovani studenti: Francesco Paglia, ex bersagliere della Repubblica Sociale Italiana; Leonardo “Nardino” Manzi, esule fiumano ; Pietro Addobbati, esule dalmata.
Tre erano uomini maturi, che avevano vissuti già due guerre e che erano stanchi di piegare la testa davanti ad una occupazione che impediva anche di far sventolare la bandiera tricolore dal municipio: Saverio Montano, barese, ex partigiano ed i portuali Erminio Bassa ed Antonio Zavadil. Uomini differenti, per età, origine, situazione sociale. Ci sarebbe piaciuto commuoverci sentendo le loro storie e specchiandoci nella loro voglia di essere liberi di pensare. Non abbiamo sentito abbastanza parlare di Monsignor Santin, vescovo determinato e coraggioso, capace di affrontare Mussolini a quattr’occhi per contestargli le leggi razziali, impegnato a nascondere quanti più ebrei poteva durante la Guerra, pronto a raggiungere gli italiani dell’Istria nei giorni dell’esodo. Fu capace di aprire le porte della Cattedrale di San Giusto ai sei martiri , che fuori dal tempio erano stati uccisi da chi sarebbe dovuto essere un alleato. Quanto abbiamo visto in scena, pur confezionato con grande professionalità, ci è parso troppo poco per così tanto soffrire. Abbiamo avuto la sensazione che anche lo stesso Cristicchi se ne sia reso conto e così, ultimato ‘Trieste 54’ in poco meno di un’ora, ha cantato, in una sorta di bis, tre pezzi del suo repertorio: ‘Magazzino 18’, ‘Ti regalerò una rosa’ e ‘Quando sarai piccola’, che sono stati fra i momenti più intensi della serata, peraltro premiata da copiosi applausi per tutti.
A noi il rimpianto che fra tanta bravura ed innegabile preparazione, non abbiamo trovato la magia cui Cristicchi ci ha abituato.







