Bergamo, Teatro Donizetti, 14 novembre 2025, ore 20.00
Donizetti Opera 2025
CATERINA CORNARO
Tragedia lirica in un prologo e due atti
Libretto di Giacomo Sacchero
Musica di Gaetano Donizetti
Prima rappresentazione secondo la volontà del compositore
Edizione critica a cura di Eleonora Di Cintio
© Casa Ricordi, Milano con la collaborazione e il contributo
della Fondazione Teatro Donizetti di Bergamo
Caterina Cornaro Carmela Remigio
Andrea Cornaro Fulvio Valenti
Gerardo Enea Scala
Lusignano Vito Priante
Strozzi Francesco Lucii
Mocenigo Riccardo Fassi
Un cavaliere del re Francesco Lucii
Matilde Vittoria Vimercati
Orchestra Donizetti Opera
Coro dell’Accademia Teatro alla Scala
Direttore Riccardo Frizza
Maestro del coro Salvo Sgrò
Regia Francesco Micheli
Scene Matteo Paoletti Franzato
Costumi Alessio Rosati
Lighting design Alessandro Andreoli
Dramaturg Alberto Mattioli
Visual design Matteo Castiglioni
Nuovo allestimento della Fondazione Teatro Donizetti
in coproduzione con il Teatro Real di Madrid
ph©DO2025
Caterina Cornaro fu una delle ultime opere rappresentate con Donizetti ancora in piena fase creativa, intitolata a chi fu Regina di Cipro, poi deposta dalla Serenissima che le affidò la potestà di Asolo: con lei divenne uno dei principali centri del Rinascimento italiano. Fu un’opera che ebbe una gestazione assai faticosa, commissionata da Bartolomeo Merelli dapprima per il Theater am Kärntnertor di Vienna nel 1842, debutto poi cancellato per una sovrapposizione di titoli analoghi. Donizetti allora approntò per Vienna la Maria di Rohan mentre nel 1844 la Caterina Cornaro fu portata al Teatro San Carlo di Napoli, ma andò incontro a un insuccesso. Défaillance per un scarso impegno degli interpreti ma a contribuire al fiasco del titolo fu anche il libretto, ampiamente censurato, che tolse ogni motivazione drammatica alla storia lasciando la trama in una sorta di sospensione senza scena di follia di Caterina per il matrimonio negato, senza le scene di gelosia tra i due pretendenti alla mano della regina di Cipro (Lusignano e Gerardo), senza la confessione dell’amato Gerardo nell’ aver preso gli ordini dei Cavalieri di Rodi.
Donizetti accusò il colpo di questo fiasco giunto tra l’altro apice della sua carriera internazionale tra Parigi, Vienna, Napoli. L’occasione si ripresentò per la stagione di Carnevale del 1845 al Teatro ducale di Parma con un cast ben strutturato con il tenore russo Nicola Ivanoff, baritono Felice Varesi e Marianna Barbieri Ninni come protagonista; riveduta con un nuovo finale, nuova cabaletta per Lusignano, inserimenti di coro nel Finale I e nuovo Finale ultimo che però non venne eseguito, lasciando la conclusione alla grand’aria e Rondò di Caterina. Così riscosse un buon successo, ma non ci furono altre riprese. Quindi qualcosa di nuovo e se si vuole di inedito per una riproposta a distanza di trent’anni dalle recite del 1995 dirette da Gianandrea Gavazzeni. Ecco la necessità di riproporre il titolo nella sua edizione critica per restituire al pubblico un ascolto che restituisca la totalità della complessa partitura autografa con le successive modifiche apportate nella ripresa parmense per il titolo inaugurale nella sua nuova verte di edizione critica di Eleonora Di Cintio. Una edizione che è stata segno di un ideale passaggio di testimone tra le due direzioni artistiche: direzione musicale affidata a Riccardo Frizza che dalla fine del 2024 è nuovo diretto artistico del Festival, regia a cura di Francesco Micheli, per dieci anni direttore artistico del Donizetti Opera, anni complessi, tra Covid e un teatro Donizetti con lavori di completa ristrutturazione, che ha visto la rassegna trasformarsi in un gran contenitore di eventi mediatici, riscoperte e curiosità. Occorre dare atto a Micheli di aver saputo gestire anche con una certa spregiudicatezza la rassegna cercando di rimescolare pubblici con interessi che andassero oltre la rigida impostazione declinata al “filologicamente corretto”, tra scelte musicali strutturate e creatività con innovazione per allestimenti che potessero offrire diverse vie di visione di approccio ad un’opera lirica.
Così è stata la messinscena che ha approntato Francesco Micheli, puntando su un’altra maniera di concepire la trama che ha inteso ripercorre una parte della vita della protagonista, il momento in cui deve rinunciare alle nozze con lo sposo prescelto, su minacce della repubblica di Venezia che le impone di sposare il regnante re di Cipro. Questa è il sostanza la trama del libretto che Giacomo Sacchero trasse da un romanzo francese dedicato alla regina di Cipro, del 1841 sull’eterno dissidio tra ragion di stato e passione amorosa. Lo sfondo è la storia torbida e piena di intrighi che caratterizzò la tradizione storiografica su Venezia nel periodo del Romanticismo nel solco della rilettura fatta da Victor Hugo e Lord George Byron. Con una drammaturgia individuata da Alberto Mattioli, la vicenda scenica di Caterina si dirama in tre direzioni: la storica, quella del libretto verosimile alla storia, ma che si focalizza alle relazioni affettive, e quella che potrebbe essere una della nostra epoca, una donna incinta seduta ina sala d’aspetto d’ospedale in attesa del verdetto medico del consorte, ormai malato terminale situazione che si rispecchia su alcuni aspetti della trama. E questa mescolanza di più piani di lettura, è stato l’anello debole del progetto che ha mostrato la difficoltà di tenere unite in una logica coerente le tre identità. Video e immagini del visual designer Matteo Castiglioni ci mostrano una Caterina moderna con le sue ansie e terrore di rimanere sola, in quello spazio non luogo di sala d’aspetto di ospedale.
Gli ambienti tra antico e moderno si alternano a quanto accade nella raffigurazione della vicenda musicale con una soluzione scenica scorrevole e rotante, che in alternanza fa intravedere il corridoio ospedaliero e uno squarcio di architetture antiche, creata da Matteo Paoletti Franzato, in cui i personaggi indossano costumi d’epoca di Alessio Rosati. Due mondi che non comunicano e che rimangono musicalmente scollegati, raccordati ad inizio scena se non da alcune didascalie a cura della drammaturgia che emergono come riflessioni di quanto accadrà in palco. Una proposta che alla fine appesantisce la percezione della trama sovrapponendosi al libretto e a contraddirlo.E del resto proprio il Filale II presentato per la prima volta con la parte della morte del Lusignano è stata certamente quella più criticabile. Con un rapido cambio di costume, Gerardo amante e sposo promesso di Caterina, soldato in difesa della regina, si trasforma in chirurgo e accorre pronto a prendersi cura del morente consorte. “Operazione perfettamente riuscita ma il paziente è morto” in sintesi, la conclusione a parodia di quello che avrebbe dovuto essere il momento chiave dell’opera nella sua riproposizione filologica.
Di contro, la scelta dell’edizione critica, sostenuto dalla direzione artistica e musicale di Riccardo Frizza, ha voluto mettere ordine in una partitura che segna anche la conclusione della scrittura donizettiana e che indica la via che segnerà in primis il melodramma verdiano. Alla guida dell’Orchestra Donizetti, Frizza ha evidenziato un giusto equilibrio tra momenti d’impeto specie dei duetti (Gerardo e Lisignano) con spazi di belcanto, tra l’incalzare ritmico e compatto nel modulare gli assiemi dei Finali concertati e definendo anche una linea vocale chiara e lineare da cui si evince quelle novità stilistiche che indicato che la scrittura musicale fosse in costante evoluzione. Protagonista era la Caterina del soprano Carmela Remigio che si è espressa vocalmente con forza di carattere del personaggio, prestando attenzione ai momenti più squisitamente lirici. Di impeto è stato il Gerardo del tenore Enea Scala, capace di modulare i vari accenti e sensibilità del personaggio con una chiara linea di canto. Intensa l’interpretazione del basso Vito Priante nel ruolo di Lusignano, tra l’altro il personaggio che dovrà sdoppiarsi nel finale tra le due dimensioni narrative, tra passato e presente in quello che era la presentazione del Finale II incentrato sulla sua morte da re ad ammalato fin di vita su lettino d’ospedale. Funzionali l’Andrea Cornaro di Fulvio Valenti, nel ruolo del padre dolente, l’ottimo Riccardo Fassi quale torvo Mocenigo rappresentante del Consiglio dei 10, nonché Francesco Lucii, nel doppio ruolo di Strozzi e di un Cavaliere, e la brava Vittoria Vimercati (Matilde). Il Coro dell’Accademia del Teatro alla Scala, guidato da Salvo Sgrò ha svolto egregiamente i propri intervento non solo di pura narrazione ma funzionali all’azione. Alla conclusione applausi convinti dal pubblico che ha riempito il teatro in questa sobria data inaugurale di varie provenienze geografiche per la parte musicale mentre la comparsa dello staff di palcoscenico con il regista Francesco Micheli è stata accolta con sonori buati, non accogliendo l’invito a questa rilettura tra storia e contemporaneità.

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