Bergamo | Donizetti Opera 2025 | 21 novembre 2025, ore 20
Stagione Lirica 2025 – Fondazione Teatro Donizetti
Il furioso nell’isola di San Domingo
Melodramma in due atti
Libretto di Iacopo Ferretti
Musica di Gaetano Donizetti
Cardenio Paolo Bordogna
Eleonora Nino Machaidze
Fernando Santiago Ballerini
Bartolomeo Valerio Morelli
Marcella Giulia Mazzola
Kaidamà Bruno Taddia
Orchestra Donizetti Opera
Maestra al fortepiano Hana Lee
Coro dell’Accademia Teatro alla Scala | Maestro del Coro Salvo Sgrò
Direttore Alessandro Palumbo
Regia Manuel Renga | Scene e Costumi Aurelio Colombo | Lighting design Emanuele Agliati Assistente alla regia Sara Dho | Assistente alle scene e ai costumi Valeria Vago
Nuovo allestimento della Fondazione Teatro Donizetti
ph.studio U.V.©DO2025
A Bergamo, per il Donizetti Opera 2025, Il furioso nell’isola di San Domingo arriva in un nuovo allestimento che colpisce non per fragore o provocazione, ma per un equilibrio raro: nitidezza drammaturgica, cura musicale, senso del racconto. È un titolo che vive spesso nell’ombra, sospeso tra commedia e tragedia, ma la produzione della Fondazione Teatro Donizetti lo riconsegna al pubblico con una lucidità che ne esalta i molteplici livelli emotivi.
La regia di Manuel Renga costruisce una lettura che non si rifugia nel folclore esotico né nella caricatura della follia. L’isola è un luogo mentale: non un altrove pittoresco, ma una frattura. La natura appare come un labirinto di foglie, chiaroscuri, suoni sospesi – un paesaggio che respira allo stesso ritmo di Cardenio. Le scene e i costumi di Aurelio Colombo mantengono un’essenzialità evocativa: colori terrosi, stoffe leggere, spazi che si aprono e si chiudono come sezioni dell’animo. Le luci di Emanuele Agliati completano questa geografia emotiva, alternando fasci taglienti a zone d’ombra dove il pubblico sembra trattenere il fiato.

La direzione di Alessandro Palumbo restituisce la doppia anima dell’opera: la brillantezza del primo Donizetti e l’ombra cupa che lo attraversa, come una risonanza lirica in costante attrito. L’Orchestra Donizetti Opera segue il gesto del maestro con elasticità, ricamando con cura i colori degli archi e la levità dei fiati. I recitativi acquistano una vitalità teatrale preziosa grazie al fortepiano di Hana Lee, che anima i dialoghi senza sovraccaricarli mai. Il Coro dell’Accademia Teatro alla Scala, preparato da Salvo Sgrò, offre compattezza e intelligibilità, incarnando quella comunità che osserva, giudica, teme e infine comprende. Al centro di tutto, naturalmente, si staglia Cardenio. Paolo Bordogna offre una prova interpretativa complessa, sorprendente, interiormente scavata. Il suo Cardenio non è mai macchietta né furibondo istrionico: è un uomo ferito, frantumato. Bordogna dosa il gesto, modula la voce con sensibilità, alternando impennate di dolore a momenti di smarrimento quasi infantile. All’inizio del secondo atto ha affrontato un momento di indisposizione, gestito con professionalità assoluta: una breve sospensione, poi il rientro in scena con rinnovata concentrazione e con una tenuta vocale che gli ha permesso di portare a termine la recita con la stessa intensità drammatica costruita fino a quel punto. Un segno ulteriore di mestiere, serietà e dedizione.
Accanto a lui, Nino Machaidze dà voce a un’Eleonora luminosa, forte e vulnerabile allo stesso tempo. Il colore della voce, ben proiettato e vibrante, scolpisce un personaggio che non cerca giustificazioni ma verità. Il giovane Santiago Ballerini, con un timbro elegante e uno slancio naturale, fa di Fernando un fratello diviso tra dovere, affetto e paura: una figura di equilibrio, necessaria per far emergere la violenza emotiva del protagonista. Valerio Morelli (Bartolomeo) costruisce una presenza solida, partecipe, mentre Giulia Mazzola è una Marcella fresca, attenta alla parola e alla linea vocale. Il Kaidamà di Bruno Taddia, infine, è un piccolo capolavoro di teatralità: spaventato, buffo, umano – sempre credibile, mai sopra le righe. Nel finale, quando Cardenio ritrova la ragione di fronte alla disperazione autentica di Eleonora, la regia non indugia sul lieto fine. Non c’è enfasi, non c’è abbraccio trionfale: c’è una riconciliazione sobria, quasi fragile. E proprio in questa fragilità la produzione trova il suo respiro più vero. Come se la follia – quella che ha avvolto Cardenio, che ha sfiorato Eleonora, che appartiene a tutti – fosse una pianta a cui si possono tagliare i rami più oscuri, ma che conserva radici profonde, pronte a generare nuovi germogli. Un Furioso che non urla: parla, e lascia nello spettatore una consapevolezza quieta, fatta di sincere rivelazioni.







