Merano, Kursaal, 21 agosto, ore 20.30
40ᵃ Südtirol Festival Merano
A. Dvořák Concerto per violoncello e orchestra in si minore op. 104
N. Rimskij-Korsakov Shéhérazade op. 35
Royal Philharmonic Orchestra London
Pablo Ferrández violoncello
Vasily Petrenko direttore
Quarant’anni non sono soltanto una ricorrenza, ma il segno di una continuità che diventa identità. Il Südtirol Festival, nato nel cuore di Merano, ha scelto da sempre la via dell’essenzialità: niente clamori, solo la forza della musica in dialogo con un luogo che respira bellezza e misura. Ogni apertura di stagione è un rito che rinnova questa alleanza: una liturgia laica, costruita nel tempo da artisti, pubblico e silenzi carichi d’attesa.
Ad aprire la quarantesima edizione, la Royal Philharmonic Orchestra London e Vasily Petrenko con Pablo Ferrández, protagonista di un capolavoro come il Concerto per violoncello in si minore di Dvořák. Scelta densa di significato, perché questa pagina è insieme racconto interiore e architettura sonora, tensione drammatica e lirismo elegiaco. Ferrández appare con la naturalezza di chi non cerca mai la posa, ma sa governare la scena con carisma silenzioso. Il primo movimento prende vita in una dialettica serrata tra energia e canto: il timbro è brunito ma non opaco, il legato ampio, sempre orientato a un disegno narrativo. Nel secondo movimento il discorso si fa intimo, e il fraseggio del solista sembra scavare nella sostanza della musica: niente compiacimento, solo una linea pura, sostenuta da un controllo che resta invisibile. Nel finale, la tensione accumulata si scioglie in una corsa piena di slancio, vigorosa ma mai forzata.
L’orchestra accompagna con una coerenza che rivela esperienza di lavoro profondo: gli impasti sono calibrati, i dialoghi con il solista hanno qualcosa di cameristico, eppure la grande macchina sinfonica non perde mai respiro. Petrenko sceglie una direzione che privilegia trasparenza e naturalezza, senza rinunciare alla forza drammatica nei punti nodali. Il suo gesto organizza il suono con lucidità: le sezioni si ascoltano e si rispondono, i climax si costruiscono senza fratture, e ogni sfumatura dinamica ha un senso preciso.
Dopo l’intervallo, Shéhérazade di Rimskij-Korsakov spalanca il teatro dell’immaginazione. Petrenko evita il rischio del bozzetto pittoresco e tesse invece una trama continua, dove i racconti orientali diventano arabeschi sonori senza compiacenza ornamentale. Il primo movimento affiora come una corrente lenta, carica di presagi, mentre il violino concertante disegna perfettamente i contorni della narratrice. Nei movimenti successivi, i colori dell’orchestra si moltiplicano ma non si disperdono: il fraseggio ha sempre un obiettivo, e le sezioni emergono come voci diverse della stessa storia. Splendono i legni, con interventi cesellati, e le percussioni danno al tutto una forza plastica che non sovrasta ma sostiene. Il finale è una dissolvenza luminosa: la tensione si placa senza cedere, come un respiro che trova equilibrio. L’ovazione esplode, un applauso lungo, convinto, che chiama più volte in scena Petrenko e l’orchestra. Poi, come dono conclusivo, la Royal Philharmonic regala un bis di rara delicatezza: Salut d’amour di Elgar, cesellato con finezza e trasparenza, che stempera il fulgore di Shéhérazade in un clima più intimo, come un sorriso appena accennato. Questo è il Südtirol Festival al suo quarantesimo anno: non un anniversario celebrato per consuetudine, ma la conferma di una comunità che nella musica riconosce un gesto civile, condiviso, vivo. Una tradizione che sa rinnovarsi senza smarrire la propria essenza, restando fedele a ciò che conta davvero – l’ascolto come atto necessario.






