MILANO | FILARMONICA DELLA SCALA
Stagione 2025 | 26 ottobre 2025, ore 20
Barbara Hannigan – direttrice e soprano
R. Strauss Metamorphosen Studio per 23 archi solisti
F. Poulenc La voix humaine tragedia lirica in un atto
Regia video: Denis Guéguin e Clemens Malinowski
C’è una linea sottile, quasi impercettibile, che separa la direzione dal canto, il gesto dal respiro, la parola dal suono. Barbara Hannigan l’ha attraversata con naturalezza disarmante, firmando uno degli appuntamenti più attesi della Stagione della Filarmonica della Scala 2025. Il suo debutto al Piermarini – nel doppio ruolo di direttrice e soprano – ha trasformato il palcoscenico in un laboratorio dell’anima, un luogo dove la musica non si limita a essere interpretata, ma letteralmente vissuta. Nel programma, due opere che parlano di perdita, metamorfosi e trascendenza: Metamorphosen di Richard Strauss e La voix humaine di Francis Poulenc. Due mondi lontani, uniti da un filo di malinconica consapevolezza: quello della fragilità umana di fronte al tempo.

Sin dalle prime battute di Metamorphosen, Hannigan impone un’atmosfera sospesa. I ventitré archi solisti della Filarmonica respirano come un unico organismo, scolpendo un suono che non è mai retorico, ma denso, introverso, dolente. La direzione è fisica, quasi coreografica: ogni movimento del braccio sembra tradurre un moto dell’animo. Hannigan non impone, plasma le frasi con la precisione di chi conosce intimamente la struttura straussiana e ne rispetta il senso ultimo: la nostalgia per un mondo in dissolvenza.
L’interpretazione non indulge nella retorica del “crepuscolo”, ma ne svela la tensione interiore, come una confessione trattenuta. Il suono degli archi, vellutato ma mai molle, costruisce un paesaggio sonoro che sembra riflettere le rovine di un’epoca – la stessa che vide Strauss scrivere questo studio per 23 archi, in una Germania devastata dalla guerra. Hannigan lascia che l’emozione emerga per gradi, evitando ogni enfasi. Il risultato è un flusso continuo, in cui la malinconia si trasforma in luce. Nel silenzio finale, il pubblico resta immobile, come di fronte a un rito compiuto. Pochi minuti e la scena cambia radicalmente: la musica diventa teatro, voce, corpo. La voix humaine di Poulenc – monologo lirico su testo di Jean Cocteau – è un vertice assoluto dell’introspezione femminile in musica. Qui Hannigan realizza una delle sue imprese più audaci: cantare e dirigere simultaneamente. Il dispositivo scenico, curato da Denis Guéguin e Clemens Malinowski, proietta sullo sfondo i gesti dell’artista, duplicandone la presenza: è come se la protagonista, “Elle”, potesse vedersi vivere, mentre la sua voce si frantuma nel dolore.

L’orchestra, raffinatissima, segue il respiro della cantante con una duttilità straordinaria. Ogni sussurro, ogni vibrazione del timbro trova immediato riflesso nel fraseggio degli archi e dei fiati. Hannigan – in abito scuro, movimenti calibrati, volto esposto alla luce cruda dello schermo – è un corpo in ascolto costante. La sua Elle non è vittima, ma essere pensante, consapevole del proprio naufragio. Il telefono diventa specchio, l’amore perduto un’eco che si trasforma in materia sonora. Vocalmente, la prova è di vertice assoluto. La sua voce, trasparente e mobile, sa piegarsi all’invettiva e al sussurro con la stessa naturalezza. Ogni parola è scolpita, ma mai dichiarata: il canto nasce dal testo, non lo sovrasta. Nei momenti più lirici, il suono si fa puro respiro; in quelli più drammatici, esplode in frammenti quasi parlati, senza mai perdere controllo o intensità. È un equilibrio delicatissimo, sostenuto da un gesto direttoriale sempre vigile, come una proiezione del proprio battito interiore. Straordinario anche il lavoro visivo: la regia video non invade, ma amplifica la percezione del tempo e dello spazio. Le immagini, che riprendono in tempo reale i gesti e gli sguardi dell’artista, diventano una seconda voce, un controcanto visivo alla partitura di Poulenc. Così, la solitudine di Elle diventa universale: il volto che si osserva, la voce che si perde, il silenzio che risponde.

Nel finale, quando la linea vocale si spegne in un ultimo “Je t’aime”, l’orchestra sospira come un organismo esausto. L’ultimo accordo resta sospeso nell’aria, fragile come un addio. Poi il buio. Un silenzio assoluto precede l’applauso, quasi che il pubblico avesse bisogno di un istante per tornare al reale. Quello che Hannigan ha compiuto è un atto di teatro integrale: un gesto d’artista che abbraccia direzione, canto e regia, restituendo alla musica la sua dimensione più completa. La Filarmonica della Scala l’ha seguita con dedizione e intelligenza, confermando una volta di più la propria capacità di adattarsi ai linguaggi del presente senza rinunciare alla propria identità sonora. In una stagione che guarda al futuro con coraggio, il debutto di Barbara Hannigan alla Scala segna una tappa importante: un incontro tra sensibilità, visione e audacia. Un evento che ha ricordato a tutti come la musica – quando è vera – non si limita a rappresentare le emozioni. Le crea.






