Jan Lisiecki pianista
Chopin: Preludio op.28 n.15
Chopin: Preludio in la bem mag
Bach: Preludio n.1 BWV 846
Rachmaninov: Preludio op.23 n.3
Szymanowski: Preludi op.1
Messiaen: Preludi per pianoforte
Chopin: Preludio op.45
Rachmaninov: Preludio op.3 n.2
Górecki: Quattro Preludi op.1 n.n 1, 4
Bach: Preludio n.1 BWV 847
Rachmaninov: Preludio op.23 n.5
Chopin: Preludi op.28
Il 25 maggio 2025 il Teatro Grande di Brescia ha accolto uno degli appuntamenti più attesi e significativi del 62° Festival Pianistico Internazionale di Brescia e Bergamo. L’edizione 2025, intitolata Noches de España, rende omaggio al trentennale della scomparsa di Arturo Benedetti Michelangeli, figura fondatrice e riferimento assoluto nella storia del festival, con una rassegna che coniuga il rigore della grande tradizione pianistica a una raffinata esplorazione delle suggestioni iberiche nella musica da tastiera.
In questo contesto, il recital solistico di Jan Lisiecki ha rappresentato una tappa centrale del cartellone: non solo per la statura internazionale dell’interprete – tra i pianisti più acclamati della sua generazione – ma anche per la coerenza estetica e l’alto valore artistico di un programma pensato come una riflessione sul genere del preludio attraverso autori che, in epoche diverse, ne hanno rinnovato il significato poetico e strutturale.
A soli trent’anni, Jan Lisiecki può già vantare una carriera che lo ha portato a collaborare con le principali orchestre del mondo (dalla Cleveland Orchestra alla Deutsche Kammerphilharmonie Bremen, passando per i Berliner Philharmoniker), incidere per Deutsche Grammophon e affermarsi nei più prestigiosi contesti internazionali. Interessante e rara è la sua capacità di rinnovare costantemente la propria visione artistica, senza ostentazione e con rigore intellettuale.
Nel quadro del 62° Festival Pianistico Internazionale, l’esibizione di Lisiecki si inserisce perfettamente nella traiettoria di una manifestazione che da oltre sei decenni costruisce un ponte tra le generazioni, promuovendo un’idea di musica come spazio critico e poetico al tempo stesso. Con la dedica a Michelangeli, il Festival riafferma la propria identità: non semplice rassegna concertistica, ma luogo di pensiero musicale, dove ogni interprete è chiamato a dialogare con un’eredità e a portarla verso nuove frontiere.
Nel recital bresciano è emersa quindi una sensibilità che rifiuta le soluzioni facili e l’effetto immediato, in favore di una profondità che cresce col tempo e con l’ascolto ripetuto. Il suo pianismo, lucido e controllato ma mai freddo, ha trovato nella cornice del Teatro Grande un’ideale alleanza acustica e visiva.

Lisiecki apre il concerto con una selezione calibrata di preludi tra Bach, Chopin, Rachmaninov, Szymanowski, Messiaen e Górecki, restituendo al pubblico una narrazione coerente e profondamente meditata, in cui ogni composizione si pone come tappa di un itinerario spirituale e sonoro. Il Preludio Op.28 n.15 di Chopin – celebre “Goccia” – è l’inizio ideale: l’atmosfera sospesa, resa con tocco vellutato e sensibilità agogica, ha subito imposto un clima d’ascolto raccolto e attento. La transizione verso i Preludi BWV 846 e 847 di Bach avviene con disarmante naturalezza, a dimostrazione della padronanza stilistica e della chiarezza architettonica con cui Lisiecki affronta il repertorio barocco. Con Rachmaninov (Preludi Op.23 n.3 e n.5), il pianista mette in luce la sua versatilità espressiva, alternando il lirismo meditativo alla tensione nervosa, mentre con Szymanowski e Messiaen offre pagine di estrema raffinatezza timbrica e ricerca interiore. Particolarmente intensa risulta l’esecuzione del Prélude n.1 di Górecki: un brano raro e ipnotico, eseguito con concentrazione quasi liturgica. Ma è la seconda parte del concerto – l’integrale dei 24 Preludi Op.28 di Chopin – a rappresentare il vero banco di prova, superato da Lisiecki con una maturità interpretativa che ha sorpreso per equilibrio e profondità. I brani, concepiti da Chopin come brevi meditazioni autonome eppure organicamente interconnesse, sono affrontati con una coerenza strutturale esemplare. Nessun episodio è sacrificato a favore del virtuosismo fine a sé stesso: ogni numero trova un proprio respiro, un fraseggio specifico, un microclima sonoro distinto. Notevoli il Preludio in Fa diesis maggiore, reso con tocco cristallino, e quello in Re minore, attraversato da una tensione drammatica quasi beethoveniana. Ma ciò che colpisce maggiormente è la gestione del flusso complessivo: Lisiecki sa legare ogni pagina a quella successiva con una logica musicale interna, senza soluzione di continuità ma anche senza mai cadere in automatismi espressivi.
Al termine dell’ultima nota, il Teatro Grande risponde con lunghi minuti di applausi convinti e calorosi. Jan Lisiecki è richiamato sul palco più volte, accolto da un pubblico visibilmente toccato dalla qualità e dall’intensità dell’esperienza vissuta. Un successo pieno, meritato, che ha sancito – se mai ce ne fosse stato bisogno – la statura di un interprete ormai saldamente proiettato tra le figure di riferimento della scena pianistica contemporanea.






