Spoleto, Teatro Caio Melisso, 28–31 agosto 2025
Lirico Sperimentale di Spoleto
Gino Negri a Spoleto: il trittico dell’ironia amara conquista il Caio Melisso
“Vieni qui Carla” – “Giorno di nozze” – “Il tè delle tre”
In scena, tre salotti borghesi. A sinistra un pianoforte a coda, a destra un bianchissimo divano. Dietro, una rampa di scale che si arrampica verso una profondità inaspettata. Siamo nel cuore del Teatro Caio Melisso di Spoleto, uno spazio raccolto che Pier Luigi Pizzi, alla sua prima regia per il Teatro Lirico Sperimentale, riesce ad ampliare illusoriamente con un sapiente gioco di simmetrie e livelli. È in questo essenziale ma raffinato dispositivo scenico che prende vita il trittico di Gino Negri: Vieni qui Carla, Giorno di nozze, Il tè delle tre. Tre atti separati per voce e ensemble, rari, affilati, sorprendenti, firmati da un compositore che amava coniugare l’ironia più tagliente con una scrittura musicale rigorosa e spesso spietata.Il trittico è stato presentato in un ordine diverso rispetto a quello previsto inizialmente, ma tutt’altro che casuale: si è infatti scelto di iniziare con Vieni qui Carla, proseguire con Giorno di nozze e concludere con Il tè delle tre, costruendo così un percorso drammaturgico in progressiva apertura. Si parte dal cupo disincanto di una coppia borghese alla deriva, si passa per il grigiore malinconico e ossessivo della solitudine al femminile, fino a sfociare nel grottesco cabarettistico della farsa musicale finale. Una discesa (o forse una risalita?) lungo i molteplici registri del tragicomico.

Vieni qui Carla: la geometria del disamore
Primo pannello del trittico, Vieni qui Carla si regge sulla tensione muta tra due personaggi: Leo e Carla, che parlano senza capirsi e si cercano senza incontrarsi mai. Il testo, tratto dagli Indifferenti di Moravia, trova nella musica di Negri una struttura seriale avvolgente, quasi claustrofobica, in cui ogni frase sembra destinata a rimbalzare nel vuoto. Il ruolo di Leo è stato interpretato da Alberto Petricca e Dario Sogos, mentre Gaia Cardinale e Beatrice Caterino si sono alternate in quello di Carla, dando vita a letture differenti ma ugualmente efficaci. La scrittura dodecafonica non impedisce a Negri di mantenere una riconoscibilità espressiva; tutt’altro: è nella rigidità della forma che emerge la tragicità dei personaggi. L’ensemble orchestrale, dalla sonorità più esotica grazie alla presenza dei sassofoni e del vibrafono, diventa qui vero coprotagonista, sorreggendo la tensione con una precisione quasi geometrica. L’effetto complessivo è quello di una scatola chiusa che suona come un carillon difettoso, elegantissimo, ma inevitabilmente disorientante.

Giorno di nozze: il monologo della disillusione
Il secondo episodio vede protagonista Marina, sola in scena in un lungo flusso di coscienza musicale. Anche qui l’alternanza di interpreti (Kristýna Kůstková e Giorgia Costantino) ha offerto due letture molto distinte del personaggio: più rarefatta e visionaria la prima, più carnale e immediata la seconda. La partitura, costruita su elementi ricorrenti, in primis la marcia nuziale rivisitata che torna ossessivamente, crea un paesaggio sonoro in cui la realtà si confonde con la memoria, e il presente diventa un eterno ritorno. La voce registrata di Stefano Belisari (Elio) nella “Canzone del coccodrillo” è un’invenzione grottesca perfettamente in linea con il clima allucinato dell’opera. Il pianoforte in scena (ben suonato ed interpretato da Antonio Vicentini) diventa anch’esso personaggio, memoria, oggetto feticcio di un mondo borghese che sembra svanire sotto i colpi di una routine ripetitiva e disillusa.

Il tè delle tre: il trionfo dell’assurdo
Ultimo episodio, e decisamente il più spericolato: Il tè delle tre è una farsa musicale che sfida ogni regola drammaturgica. Canzoni in lingue diverse, personaggi surreali (una cantante straniera, un pianista-mimo, una donna invalida che “parla” attraverso il vibrafono), costumi dai toni grotteschi: tutto contribuisce a creare un’atmosfera da cabaret intellettuale, sofisticato e sgangherato insieme. Proprio qui si è avvertita la difficoltà maggiore nell’alternanza di cast: Luca Giacomelli Ferrarini, attore di formazione e presenza scenica dirompente, ha dato al personaggio un’impronta ironica e teatrale, quasi caricaturale. Al contrario, Paolo Mascari, cantante dalla linea vocale più rotonda, ha affrontato il ruolo con maggior musicalità ma anche con qualche difficoltà di proiezione in un registro pensato forse più per il carattere che per la pura vocalità (in particolare, la tessitura risultava talvolta troppo bassa per la sua voce). Il risultato? Due visioni diverse della stessa follia: una più attoriale e spregiudicata, l’altra più lirica ma meno incisiva sul piano espressivo. Entrambe però coerenti con un testo che, per sua stessa natura, è un invito all’eccesso. Favetta e Splendore (Eleonora Benetti/Chiara Latini e Emma Alessi Innocenti/Francesca Lione) sembrano Barbie intellettuali in un mondo impazzito, mentre il vibrafono di una barbuta Ornella (Samuele Marelli) parla più della sua invalidità di mille parole. La presenza del pianoforte di Vicentini, in un crescendo di presenza musicale, crea un’inedita unità sonora tra Ensamble e cantanti.

Spuntano irresistibili i rimandi ai salotti di Milano, popolati dalle “sciure” milanesi, impeccabili, ben pettinate e armate di opinioni affilate come tacchi a spillo. Non si può trascurare un elemento biografico che aggiunge profondità al progetto: Pier Luigi Pizzi aveva già firmato scene e costumi per Il tè delle tre nel lontano 1959. Il suo ritorno a quest’opera, più di sessant’anni dopo, non è dunque un semplice omaggio ma un gesto di continuità intellettuale e affettiva. Il risultato è un allestimento sobrio, in bianco e nero, con dettagli visivi dati dai colori dei costumi in netto contrasto, che dialogano sottilmente con la musica e il testo: il divano e il pianoforte a coda, sempre presenti, dividono lo spazio scenico creando simmetrie narrative, mentre le scale sullo sfondo aprono squarci di profondità quasi cinematografici.

Il trittico di Negri si è rivelato un’operazione tanto raffinata quanto audace. Un teatro musicale di parola, che sconfina nel cabaret colto e nell’opera da camera, ma che soprattutto mette in scena la crisi di senso della borghesia, quella di ieri e, forse, anche quella di oggi. Il pubblico, numeroso e partecipe in tutte le recite, ha risposto con calore ed evidente apprezzamento: risate nei momenti più grotteschi, silenzi tesi nei passaggi più cupi, applausi convinti al termine di ogni atto e una lunga ovazione finale hanno confermato il successo di un progetto tanto raro quanto coinvolgente. Merito della direzione musicale di Marco Angius, sempre attenta e analitica, e della cura dello Ensemble Calamani, che ha dato corpo a una partitura complessa senza mai perdere chiarezza e lucidità. Tre atti unici, tre prospettive sul grottesco, un solo messaggio: anche l’assurdo, se ben scritto, può farci vedere il mondo con occhi più lucidi. E ridere, sì, ma con un retrogusto amaro.






