di Vittorio Sarti*
FONDAZIONE FILARMONICA TRENTO | Stagione dei Concerti 2025
mercoledì 5 novembre 2025, ore 20 – Sala Filarmonica, Trento
Eric Lu – pianoforte
Vincitore della XIX International Fryderyk Chopin Piano Competition 2025 (Varsavia)
Frédéric Chopin
Notturno in do diesis minore, op. 27 n. 1
Barcarola in fa diesis maggiore, op. 60
Tre Mazurche, op. 56
Polonaise-Fantaisie in la bemolle maggiore, op. 61
Polonaise in si bemolle minore, op. 71 n. 2
Sonata n. 2 in si bemolle minore, op. 35

 

La Sala della Fondazione Filarmonica Trento ha un suono tutto suo: caldo, intimo, con quella luce dorata che sembra invitare all’ascolto profondo. È in questo spazio di equilibrio e raccoglimento che, la sera del 5 novembre, si è compiuto uno degli eventi più attesi della Stagione: il recital di Eric Lu, fresco vincitore della XIX International Fryderyk Chopin Piano Competition di Varsavia. Un’occasione rara: ascoltare un artista nel momento esatto in cui la consacrazione mondiale incontra la fragilità e la libertà dell’inizio. Appena ventottenne, Lu porta con sé quella grazia sobria dei veri musicisti: niente gesti plateali, nessuna ricerca di effetto. Il suo ingresso è discreto, il saluto appena accennato. Poi, al primo accordo del Notturno in do diesis minore op. 27 n. 1, tutto si trasforma. Il pianoforte diventa spazio di confessione, il tempo rallenta. La linea melodica è pura e tesa, come una voce che sa esprimere l’attesa e il rimpianto. Ogni trillo è un respiro, ogni sospensione un pensiero non detto. Lu non cerca di “abbellire” Chopin: lo lascia parlare. E in questo rispetto si manifesta la sua arte.
Con la Barcarola in fa diesis maggiore op. 60, il suono si apre in onde, come un orizzonte che si dilata. L’andamento è fluido ma mai decorativo: il ritmo ondeggiante diventa quasi un battito vitale, un moto dell’anima. Lu costruisce il brano come un racconto, con una naturalezza che cattura. La sua tavolozza timbrica è sorprendente: pianissimi d’aria, colori perlati, ma anche improvvise accensioni che ricordano il Chopin più drammatico, quello che nel fluire di un’arpeggio fa affiorare un grido trattenuto.

Le Tre Mazurche op. 56 sono un ponte tra intimità e identità. Qui Lu mostra un’altra faccia del suo talento: la leggerezza danzante che convive con la malinconia. Nella prima, in si maggiore, la danza è elegante ma attraversata da un sottile tremore; nella seconda, in do maggiore, la voce interiore prevale sul ritmo, quasi un pensiero che si fa passo; nella terza, in do minore, emerge la memoria di una Polonia lontana, vista attraverso la nostalgia dell’esilio. Il tocco è morbido, il fraseggio curato, il tempo sempre flessibile: come se ogni mazurka fosse una pagina di diario che si apre con pudore.
La Polonaise-Fantaisie op. 61 segna un momento di svolta. È uno dei vertici assoluti del romanticismo chopiniano, un brano che sfugge a ogni forma per inventarne una nuova. Lu ne capta l’essenza: libertà e introspezione. I contrasti dinamici sono forti, ma mai teatrali; la struttura, pur complessa, appare chiara nella sua progressione emotiva. Ogni transizione è un respiro, ogni modulazione un cambiamento di luce. Il pianista ne esalta la modernità con un controllo mirabile del pedale e una consapevolezza architettonica da grande interprete. In lui convivono razionalità e istinto, come due voci che si ascoltano a vicenda.
La breve Polonaise in si bemolle minore op. 71 n. 2, composta da uno Chopin adolescente, è quasi un frammento di giovinezza ritrovata dopo la grande visione della Polonaise-Fantaisie. Lu la suona con un sorriso lieve, come un epilogo intermedio: gesto di affetto verso le radici, pagina minore solo in apparenza.
E poi arriva la Sonata n. 2 in si bemolle minore op. 35, la “Marche funèbre”, il monumento assoluto. Qui il recital trova il suo culmine e la sua ragione. Nel Grave, Lu dosa tensione e chiarezza con precisione chirurgica. L’architettura è solida, ma dentro ogni frase si avverte il palpito umano. Lo Scherzo è impetuoso, quasi febbrile, costruito su contrasti netti e su un senso ritmico incisivo. E quando giunge la Marche funèbre, il tempo si ferma davvero: Lu non la tratta come una marcia, ma come una meditazione sul destino. Il canto centrale emerge con una dolcezza struggente, e gli accordi finali si dissolvono nel silenzio con una naturalezza quasi irreale. Il Finale, quella folata di vento che chiude l’opera, arriva come un colpo di luce improvviso, uno strappo che lascia il pubblico sospeso.Dopo l’ultima nota, la sala gremita resta in silenzio per alcuni secondi, come incapace di tornare alla realtà. Poi un applauso lungo, crescente, che diventa ovazione. Lu sorride appena, ringrazia con un inchino semplice e regala un bis, suonato con la stessa purezza che aveva aperto la serata, come un cerchio che si chiude. La sensazione è quella di aver assistito al nascere di una voce destinata a durare.

Vittorio Sarti*
*Cultore delle arti Vittorio Sarti, frequentatore assiduo di sale da concerto di Trento, e fuori provincia, scrive per suo diletto di musica e cultura varia. Con uno sguardo attento dalla parte del suo essere pubblico si è messo a disposizione per raccontare quanto le storie della musica riescono a trasmettere di informazioni culturali tra tradizione e contemporaneità”.
Si ringrazia per la disponibilità

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