di Vittorio Sarti
FONDAZIONE FILARMONICA TRENTO | Stagione dei Concerti 2025
lunedì 11 novembre 2025, ore 20 – Sala Filarmonica, Trento
Kian Soltani violoncello
Benjamin Grosvenor pianoforte
F.Schubert Sonata in la minore D. 821 “Arpeggione”
F. Ali-Zadeh Habil Sajahy per violoncello e pianoforte preparato
E. Wallen Dervish
C. Franck Sonata in la maggiore per violino e pianoforte (arr. per violoncello)
La complicità tra Kian Soltani e Benjamin Grosvenor alla Sala Filarmonica di Trento, lunedì 10 novembre, è stata uno di quei rari momenti in cui il dialogo tra strumenti diventa racconto condiviso, tensione e poesia fuse in un unico respiro. Due personalità forti, diversissime, ma accomunate da un’intelligenza musicale luminosa: il violoncellista austriaco-iraniano, con il suo suono caldo e fisico, capace di passare in un istante dalla purezza al fuoco, e il pianista britannico, intellettuale e visionario, dotato di un controllo quasi irreale e di una tavolozza di timbri che pare infinita. L’apertura con la Sonata in la minore “Arpeggione” di Schubert è un’immersione nella malinconia più tersa. Soltani la affronta con un fraseggio che respira come voce umana, un arco che canta e sussurra, mentre Grosvenor costruisce attorno a lui una trama di seta, chiarissima ma mai neutra. L’Allegro moderato si stende come un paesaggio viennese al crepuscolo: ampio, riflessivo, con quella dolce tristezza che è marchio di Schubert. Nell’Adagio, il violoncello si fa confessione: suoni lunghi, sospesi, che sembrano disegnare l’aria stessa. L’Allegretto finale è un sorriso appena accennato, una danza lieve che tuttavia conserva il retrogusto del sogno. La loro intesa è perfetta: Soltani plasma il suono con eleganza disarmante, Grosvenor gli risponde con un pianismo che unisce chiarezza e grazia, capace di accendere la sala senza mai forzare.

Poi la scena cambia radicalmente: Habil Sajahy della compositrice azera Franghiz Ali-Zadeh apre un mondo nuovo. Il pianoforte di Grosvenor, preparato con materiali che ne alterano il timbro, diventa insieme strumento a corda, a percussione e a respiro. Soltani entra nel dialogo con un suono che oscilla tra canto e lamento, vibrante e teso, quasi vocale. È musica che vibra sul confine tra Oriente e Occidente, tra struttura e trance, e i due interpreti la affrontano con totale adesione. Grosvenor, pur immerso in una scrittura che richiede abbandono e precisione estrema, mantiene un equilibrio miracoloso tra gesto e suono; Soltani, con il suo arco che graffia e accarezza, scava nelle fibre stesse del silenzio. Il pubblico ascolta rapito, come sospeso in una dimensione rituale.
La successiva Dervish di Errollyn Wallen è una sorpresa di energia. Se Ali-Zadeh era la meditazione, Wallen è il movimento: una danza circolare, vorticosa, in cui il ritmo diventa spirale. Grosvenor innesca il moto perpetuo del pianoforte con pulsazioni ipnotiche, mentre Soltani – come in trance – costruisce una linea ascendente che si arriccia su sé stessa. La musica sembra ruotare e salire, fino a dissolversi in un turbine di suono e luce. Qui emerge la loro straordinaria sintonia: due interpreti che si ascoltano e si provocano, trasformando la scrittura in improvvisazione controllata. Il finale è un’esplosione di energia pura, accolta da un applauso spontaneo, quasi liberatorio.
Dopo due pagine così ardite, César Franck appare come un ritorno all’ordine, ma solo in apparenza. La Sonata in la maggiore, nella trascrizione per violoncello, diventa nelle loro mani un grande poema d’amore. Soltani la abita con calore e slancio: l’Allegretto ben moderato è un canto sereno, di struggente semplicità. Nel secondo movimento, Allegro, emerge la forza del contrasto: il pianoforte incide, il violoncello risponde, come in un dialogo tra due caratteri che si cercano. Il Recitativo-Fantasia è il cuore del concerto: un tempo sospeso, improvvisativo, dove Grosvenor tesse ombre e riverberi e Soltani canta quasi senza vibrato, scavando nel suono puro, senza artificio. Poi arriva il Finale, costruito su un tema ciclico che si riaccende in luce: il dialogo diventa abbraccio, la tensione si scioglie in un equilibrio perfetto.
Alla fine, il pubblico esplode in un applauso lungo, appassionato, che li richiama più volte in scena. Soltani ringrazia con il sorriso gentile di chi sa che la musica ha detto tutto; gli applausi non si placano e i due, ancora complici, regalano un bis che disegna in note i “suoni di New York”, sospesi nell’aria come un ultimo pensiero.
Una serata che ha unito la Vienna di Schubert alla Baku di Ali-Zadeh, la Londra di Wallen alla Liegi di Franck. Kian Soltani e Benjamin Grosvenor hanno costruito un ponte tra mondi lontani, con la forza dell’ascolto reciproco e la libertà della vera arte.






