di Gianluca Macovez*
Trieste, Teatro Verdi, domenica 15 giugno 2025
STAGIONE LIRICA E DI BALLETTO 2024-25
CANDIDE
di Leonard Bernstein
Maestro Concertatore e Direttore       KEVIN RHODES
Regia e coreografie                           RENATO ZANELLA
Scene                                              MAURO TINTI
Costumi                                           DANILO COPPOLA
Maestro del Coro                              PAOLO LONGO

Nuovo allestimento della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste in coproduzione con la Fondazione Teatro Comunale di Bologna
Recensione della prima compagnia di Candide, in scena al Verdi di Trieste fino  al 22 giugno
Personaggi e interpreti
Candide                                         ENRICO CASARI
Maximilian/Capitain/Tsar Ivan          FELIX KEMP
Cunegonde                                     TETIANA ZHURAVEL
Voltaire/Dott. Pangloss/                   BRUNO TADDIA
Martin/Cacambo
The Old Lady                                  MADELYN RENÉE
The Governor/Vanderdendur/           DAVID ASTORGA
Ragotski
Paquette                                        ALOISA AISEMBERG
Inquisitor I/Charles Edward/            SAVERIO PUGLIESE
Father Bernardo/First Jesuit
Inquisitor II/Croupier                      YURI GUERRA
Inquisitor III/King Stanislau            GIULIO IERMINI
Sultan Achmet/Crook                      XIN ZHANG
Hermann Augustus                         ZHIBIN ZHNG
Cosmetic Merchant                          DAX VELENICH
Alchemist                                       FRANCESCO CORTINOVIS
Junkman                                        ARMANDO BADIA
Bear Keeper                                   GIANLUCA DI CANITO
Doctor                                           RUSTEM EMINOV
Orchestra, Coro e Tecnici della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste
foto di ©F.Parenzan Teatro Verdi Trieste

La Stagione d’opera e balletto del teatro Verdi di Trieste si chiude con un titolo che sta raccogliendo grandi consensi: ‘ Candide’ di Bernstein. Diciamo subito che il nostro parere, pur molto positivo, non si allinea in toto alle acclamazioni entusiastiche che accomunano la grandissima parte delle recensioni. Andiamo con ordine. Kevin Rhodes, nella recita cui abbiamo assistito, dirige con mano sicurissima. Si notano subito grande competenza ed una marcata  affinità con le sonorità della partitura. Se nelle sequenze solo orchestrali l’effetto è coinvolgente e di grande impatto, è innegabile che nei passaggi cantati, soprattutto d’insieme, ogni tanto si faccia prendere la mano e copra alcune voci. Difficile dire se è sovrabbondanza sonora o carenza vocale, ma certo il fatto non pregiudica la riuscita della prestazione che convince e cattura. Molto buona la prova del coro, ben diretto dal Maestro Longo, che sembra aver ritrovato lo smalto  e la rotondità di suono di un tempo. La scena di Mauro Tinti è funzionale. Una struttura fissa cui, di volta in volta, vengono aggiunti elementi che la trasformano in un campo di battaglia, in Venezia, in una scuola e così via, a definire i luoghi, verrebbe da dire meglio i ‘loci’,  del viaggio filosofico ed iniziatico di Candide. Un plauso ai costumi di Danilo Coppola, che riesce ad accostare ironia ed eleganza, capace di  ‘vestire’ i personaggi prima di tutto della fisicità degli interpreti, esaltandone caratteristiche e pregi. Mai uno scivolo, mai un eccesso, nonostante tutto sia colorato e provocatorio. Un grande lavoro per la opulenta quantità di abiti, ma soprattutto per la qualità del risultato, accattivante esteticamente ed interessante psicologicamente. Tantissimi gli interpreti, a coprire le ben 48 parti previste.Tutti sono stati all’altezza delle richieste, con alcuni punti di eccellenza. Alcune delle parti erano sostenute da artisti del coro ‘promossi’ a ruoli solistici. E’ successo diverse volte nel corso della stagione ed è giusto sottolineare come siano sempre stati all’altezza delle aspettative.

Dax Velenich  è stato un piacevole mercante; Francesco Cortinovis un notevole alchimista; Armando Badia un rigattiere appropriato e credibile; interessante per colori e peso sonoro il dottore di Rustem Eminov; godibile come ammaestratore d’orsi Gianluca di Canito. Si tratta di ruoli brevi, magari non particolarmente arditi nella scrittura, ma impegnativi sia scenicamente che per le parti d’insieme e le prove fornite sono sia una dimostrazione del valore di questi cantanti, sia una prova delle giusta politica di valorizzazione che il teatro fa verso le sue maestranze. Positiva la resa del giovanissimo Zhibin Zhng, come nell’insieme corretta è stata la prestazione di Xin Zhang, chiamato a caratterizzazioni non prive di difficoltà. Imponente nel ruolo ed all’altezza delle richieste della partitura  Giulio Iermini, prima inquisitore e poi Re Stanislau. Yuri Guerra ha messo in risalto interessanti capacità d’interprete, giocando  con una fisicità prestante, provocando senza mai scivolare nell’esagerazione. Addirittura quattro i ruoli per Saverio Pugliese, interprete camaleontico ma sempre riconoscibile nella personale cifra espressiva. Aloisa Aisemberg è una Paquette corretta, scenicamente sovrabbondante senza essere sfacciata, vocalmente corretta. Madelyn Renè è una vecchia signora appropriata. La voce è vissuta, graffiata da una carriera impegnativa, ma la padronanza del palcoscenico, l’intelligenza dell’attrice, la ricchezza delle espressioni colmano abbondantemente i limiti del tempo ed alla fine la sua diviene figura prepotentemente centrale della narrazione. David Astorga è divertente e godibile in tutte e tre le caratterizzazioni che porta in scena. Il canto è corretto, la vocalità interessante, anche se certamente non è questo il titolo per metterla in evidenza.

Tetiana Zhuravel è Cunegonda. Parte difficilissima, che deve fare di tutto, ed in questa edizione anche di più. La tecnica è appropriata, la tenuta sicura e non è poco, dovendo cantare la sua aria più complessa ballando e la capacità di stare in palcoscenico è brillante. L’estensione è molto ampia ed anche se qualche suono risulta un po’ aspro la prova è superata a pieni voti. Felix Kemp è un giovane baritono, che con garbo ed eleganza veste i panni di Maximilian, del Capitano e dello Zar Ivan. Riesce a centrarli tutti ed a trovare i giusti colori ed i modi appropriati per ognuno. Bruno Taddia è Voltaire, il Dott. Pangloss ,  Martin e Cacambo. I ruoli, tutto sommato,  non riservano grosse insidie musicali per un cantante della sua esperienza, ma richiedono una capacità scenica a tutto tondo, dei ritmi comici infallibili, una gamma di colori  ampia ed una capacità di inserirsi nelle dinamiche narrative veramente notevoli. Tutte doti che Taddia possiede e sa gestire al meglio.

Infine Candide: ruolo complesso sia scenicamente che vocalmente. Deve recitare con aria allampanata, pur se sostanzialmente credibile,  un personaggio che pare caduto per caso sulla terra e contemporaneamente cantare con passione, afflato romantico, colori  pregni di tensione, acuti solidi e fiati lunghissimi. Enrico Casari riesce a superare ogni ostacolo con bravura ed a non farsi intimorire neanche dal fatto di essere sostanzialmente sempre in scena e cesella una interpretazione che viene accolta, a fine spettacolo, da applausi entusiastici. Abbiamo lasciato per ultima, o quasi, la regia: il lavoro di Renato Zanella è stato da grande uomo di teatro. Si vede la lunga esperienza di coreografo: tutti si muovono seguendo la musica, i singoli interpreti e le masse corali, che dimostrano spigliatezza e garbo. Ma si vede anche la sensibilità dell’artista, capace di cogliere l’essenza dell’interprete e fargli indossare il personaggio, adattarglielo come fosse una seconda pelle; in grado di individuare i punti di forza di ciascuno, le espressioni che gli vengono spontanee, i gesti su cui costruire una caratterizzane giusta. Tanto che nei due cast si notano differenze notevoli d’approccio, a sottolineare come la strada percorsa da Zanella sia quella della valorizzazione e non dell’omologazione. Il regista-coreografo, che ha introdotto anche un gruppo di ballerine dalla tecnica solidissima, riesce a sbrogliare una trama che è assurda, a dare un senso narrativo ad una vicenda sconclusionata come poche, a trasmettere il senso di passione per il teatro. Magnifica prova.

Tutto bene, quindi? Francamente abbiamo delle perplessità.
Il teatro ha messo in piedi una splendida collaborazione con Bologna, chiamato un ottimo regista, uno scenografo affidabile ed un costumista pirotecnico. Un direttore entusiasmante ed un cast smagliante. Tutto questo ben di Dio  per lo spettacolo che colloca a fine stagione? Quando tutti sanno che il titolo di giugno è quello meno partecipato anche fra gli abbonati. Lo scorso anno era stato il turno di un dittico ‘difficile’: ‘ La porta divisoria ed ‘ Il castello del duca Barbablù’. Due proposte elitarie, fin troppo per certi versi. Il secondo titolo è stato sicuramente uno degli spettacoli più riusciti degli ultimi dieci anni, ma per quanto il periodo non lo premiasse, il fatto stesso di andare in scena con un testo in lingua ungherese faceva intuire che la scelta non fosse di botteghino ma d’immagine. Ma questa volta il messaggio pubblicitario era pressante. Un continuo invito al pubblico a partecipare, vista l’eccezionalità della proposta. Ma, allora, perché in un periodo notoriamente poco felice per il botteghino ed oltretutto optare per una versione integrale, di quasi tre ore e mezza, con i dialoghi in inglese?
Si dirà che c’erano le traduzioni proiettate. Non facili da leggere, comunque costringevano a decidere se guardare le scritte o la scena. Si rideva in funzione di quello che veniva proiettato, non di quello che accadeva in palcoscenico. Si controbatterà che era una operazione culturale e che tutti ormai capiscono l’inglese.  Ma allora vale la pena di ricordare che la scorsa stagione si sono tradotti i dialoghi del ‘Flauto Magico’, che certo appartiene alla storia della musica più del  pur interessantissimo ‘Candide’. Senza scandalo e con grosso successo. Come da sempre le operette del Festival, anche nei suoi tempi gloriosi, erano date in italiano, con buona pace di Strauss e Lehar. Durante l’intervallo dello spettacolo cui abbiamo assistito, una fetta non così ridotta del pubblico ha lasciato il teatro. Non perché lo spettacolo fosse brutto, ma perché effettivamente faticoso d seguire.
Sensazione confermata all’uscita. Bello lo spettacolo, bellissima la musica, bravi tutti, ma… tanto faticoso. Certamente i dialoghi in italiano avrebbero giovato. Sicuramente uno spettacolo così complesso e così ben realizzato avrebbe avuto un altro riscontro se collocato durante l’anno scolastico, perché adattissimo ad un pubblico  di studenti, in questo periodo impegnati nell’esame di quinta oppure in vacanza. Queste occasioni possono essere uno straordinario motore per avvicinare un pubblico differente al teatro. Ma bisogna considerare alcuni aspetti che in questa occasione ci sembrano scivolati in secondo piano. Detto questo, per amore per il teatro Verdi, non per stupida polemica, lo spettacolo si è chiuso con meritati applausi trionfali per tutti gli interpreti e grida di entusiasmo per la direzione d’orchestra. Onore al merito di tutti.

mostbet

* Ringrazio la disponibilità di Gianluca Macovez di Udine per la collaborazione

 

 

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