di Gianluca Macovez
Trieste, Teatro Giuseppe Verdi’, 31 dicembre 2025, 0re n18.00
CONCERTO DI FINE ANNO 2025
Direttore  ENRICO CALESSO
Soprano JESSICA PRATT
Tenore MARCO CIAPONI
Baritono  GIORGIO CAODURO
Maestro del Coro PAOLO LONGO
ORCHESTRA E CORO DELLA FONDAZIONE
TEATRO LIRICO ‘GIUSEPPE VERDI’ DI TRIESTE
PROGRAMMA
Gioachino Rossini   Sinfonia da L’Italiana in Algeri
Gioachino Rossini  “Deh ti ferma / Quei numi furenti” da Semiramide
Gaetano Donizetti   “Ah tardai troppo / O luce di quest’anima” da Linda di Chamounix
Gaetano Donizetti  “Che interminabile andirivieni” da Don Pasquale
Gaetano Donizetti  “Ah! Mes amis” da La fille du régiment
Gaetano Donizetti  “Udite, udite, o rustici” da L’Elisir d’amore
Gaetano Donizetti   “D’immenso giubilo” da Lucia di Lammermoor
Vincenzo Bellini  “Oh! Se una volta sola / Ah! Non credea mirarti / Ah! Non giunge uman pensiero” da La Sonnambula
Giuseppe Verdi  “Di Madride noi siam mattadori” da La Traviata
Giuseppe Verdi   “È il sol dell’anima / Addio addio” da Rigoletto
Pietro Mascagni   Intermezzo da Cavalleria Rusticana
Ruggero Leoncavallo “Din don, suona vespero” da Pagliacci
Giacomo Puccini“Che gelida manina” da La Bohème
Jacques Offenbach  “Les oiseaux” da Les contes d’Hoffmann
Franz Lehár   “O patria, quanti onor mi dai” da Die lustige Witwe
Franz Lehár  “Tu che m’hai preso il cuor” da Das Land des Lächelns
Jacques Offenbach  “Galop infernal” da Orphée aux Enfers
foto  F. Parenzan ©Teatro Verdi TS

Il 2025 non è stato un anno facile per il teatro Verdi di Trieste per una serie di lungaggini legate al rinnovo della Sovrintendenza, che hanno scatenato malumori e tensioni. Con la  conferma di Giuliano Polo e la nomina del nuovo direttore artistico, il Maestro Valerio Vicari, la situazione sembra finalmente chiara e ci sono le condizioni per una ripartenza che speriamo sia serena per tutte le parti coinvolte nelle tante polemiche, che in realtà, secondo noi,  altro non sono state che un modo per manifestare affetto e preoccupazione per le sorti del teatro cittadino. Certamente la chiusura d’anno è stata sotto i migliori auspici, con un concerto che vedeva alla guida dell’orchestra della fondazione il Maestro Enrico Calesso e le voci importanti di Jessica Pratt, Giorgio Caoduro e Marco Ciaponi .

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Annunciati i nomi dei protagonisti, il teatro ha registrato un immediato sold out, a dimostrazione che le scelte di qualità sono apprezzate, ma anche a testimoniare l’affetto della città per il ‘Verdi’. Bella da subito l’atmosfera. Nessuno che protesta per la lunghissima fila, che riempie la piazzetta antistante il teatro, anzi, il piacere di constatare di essere in tanti a condividere l’occasione preziosa. Applausi convinti per tutti, con autentiche acclamazioni alla fine, che hanno portato a due bis ed un programma che testimoniava impegno e forte volontà di identità. Entrambi fondamentali per riportare il teatro triestino al livello che merita. Buona la prova del coro, diretto da Paolo Longo, che negli ultimi mesi è cresciuto, superando alcune disomogeneità e dimostrando di aver trovato un buon equilibrio dei pesi sonori, un suono più compatto fra le varie sezioni ed una tavolozza di pregio.Apprezzati tutti gli interventi, ma particolarmente brillanti ci sono sembrati  “Che interminabile andirivieni” dal  Don Pasquale di Donizetti, con un complesso gioco di alternanze eseguito senza nessuna sbavatura; “Di Madride noi siam mattadori” da La Traviata cantato con sicurezza  e buona resa ; “Din don, suona vespero” dai Pagliacci  di Leoncavallo, ricco di colori interessanti.  Decisamente pirotecnica la resa in “Galop infernal” da Orphée aux Enfers, nel quale orchestra e coro trovano la più giusta maniera per festeggiare il loro pubblico e palesare la loro bravura.  Molto positiva le resa dei tre cantanti, amatissimi a Trieste.

Reduce dal successo di ‘Le Nozze di Figaro’, Giorgio Caoduro giocava in casa. Lo ha fatto dal par suo mettendosi in gioco in arie complesse e per nulla scontate. Comincia con una delle pagine più complesse del ‘Rossini serio’:  “Deh ti ferma / Quei numi furenti” dalla  Semiramide. L’aria di Assur è brano complesso, sia musicalmente, vista l’ampiezza dell’estensione richiesta, sia dal punto di vista interpretativo. In entrambi i casi Caoduro convince : ha note basse ricche di colore, acuti potenti, lavora sulla parola con bravura  e si muove con il carisma che lo ha reso popolare in tutto il mondo. Differente il registro espressivo dell’aria di Dulcamara, eseguita da vero mattatore: è padrone del palcoscenico, quasi dimentico del fatto che siamo in un concerto.  Entra ‘armato’ di  una borsa, dei fogli, la bottiglia dell’elisir, insomma i suoi strumenti del mestiere. Diverte scenicamente, ma strabilia vocalmente per ritmo, intonazione, purezza di suono, fiati lunghissimi ,acuti solidi ed esibendo una coloratura nella quale, secondo noi,  al momento non ha rivali. Il pubblico acclama questa prova con applausi e grida di approvazione. Che ad un concerto elegante come questo non è risultato da poco. Infine una preziosa incursione nell’operetta: “O patria, quanti onor mi dai”  dalla Vedova Allegra. Quello che colpisce non è solo la bravura nel canto, ma la raffinatezza dell’esecuzione. Caoduro ricama il ruolo, trovando sfumature, pesando ogni frase, caricando i passaggi del giusto significato. Il suo è un Danilo nobile, che si muove, gesticola, si corruccia, ma senza diventare mai una macchietta da avanspettacolo, senza scivolare in quelle gag  circensi che troppo spesso avviliscono i nostri palcoscenici. Non solo un’aria cantata benissimo, ma una lezione di stile.

Marco Ciaponi ha da poco cantato con grande successo la parte del conte d’Almaviva a Trieste, nel recente ‘Barbiere di Siviglia’. La sua prova ha entusiasmato il pubblico, dimostrando ancora una volta come possa essere annoverato fra le voci di tenore più interessanti della sua generazione e sottolineando quanto la sua decisione di muoversi con oculatezza nella scelta dei ruoli sia saggia e rispettosa di uno strumento prezioso. A noi pare che quello che  fa la differenza, non sia solo l’aspetto vocale, ma la capacità di costruire i personaggi, ponendo la giusta attenzione alle frasi, sia musicali che del testo; rendendo il senso della parola; muovendosi con giusta misura. Raggiunge con naturalezza le note più alte, che sono pure e luminose  e trasmette la sensazione di essere perfettamente a proprio agio in quello che canta. Tutto questo è sublimato nella proibitiva  “Ah! Mes amis” da La fille du régiment     di Donizetti , cantata senza nessuna difficoltà ed esibendo Do e Re di luminosa intensità. La serata prevede un duetto“E’ il sol dell’anima / Addio addio” da Rigoletto. Lo cantano Ciaponi e Jessica   Pratt, coppia dalla pregevole intesa vocale. Lui è un Duca sicuro di sé, nell’interpretazione e negli acuti, dotato di fiati amplissimi, mezze voci emozionanti e di una freschezza vocale adamantina. Lei è una Gilda intensa, che trova nello strumento le sfumature più raffinate per pastellare una  fanciulla ingenua ed innamorata, eterea  nella purezza vocale, senza essere mai stereotipata. Una sorpresa Ciaponi che canta  “Che gelida manina” da La Bohème. Non solo perché Puccini non è autore particolarmente frequentato recentemente dal tenore, ma perché il risultato è magnifico: il suo Rodolfo è appassionato, credibile, mai esagerato. Grandissima prova, che conquista il pubblico che gli tributa la meritata ovazione. Infine il programma del tenore prevede  “Tu che m’hai preso il cuor”, cantata con trasporto e malinconia. Una interpretazione intensa, giocata su mezze voci suggestive, sfumature attente, fiati lunghi, fino ad arrivare all’ acuto finale che svetta coraggioso ed incorona una prova maiuscola.

Jessica Pratt è una regina nella scena lirica mondiale e lo dimostra anche in queta occasione, cantando con eleganza, bravura, trovando una gamma stupefacente di colori e sfumature per ciascuno dei brani proposti. Peraltro decisamente complessi. Si parte con: “Ah tardai troppo… O luce di quest’anima”  da  Linda di Chamounix   di   Donizetti.  La partitura è ricca di difficoltà, che il soprano australiano supera con apparente facilità, volando sul pentagramma, giocando con le ottave,  inanellando acuti e virtuosismi, che però non sono mai mero esercizio vocale, ma sempre racconto suggestivo. Il suo brano successivo è la grande scena del sonnambulismo di Amina da La Sonnambula: “Oh! Se una volta sola / Ah! Non credea mirarti / Ah! Non giunge uman pensiero” . La Pratt  regala una esecuzione impeccabile vocalmente e di grande presa scenica. Ricche  di preziose sfumature le note basse, ammalianti le mezze voci e dirompenti i passaggi d’ottava. Gli acuti sono autentiche lame, precise ed infallibili, m quello che più ci ha colpito è stata l’atmosfera malinconica, dolentissima, che la cantante ha saputo evocare. L’ultimo brano è stata una deliziosa esecuzione  dell’aria della bambola di Les contes d’Hoffmann.
Il brano, popolarissimo, presta il fianco a manierismi ed eccessi, che la Pratt evita dando prova di misura ed eleganza, con un virtuosismo  continuo, che riesce a non essere, però, mai sterile autocompiacimento vocale. Variazioni ed abbellimenti non sono inseriti  come una esibizione di bravura, ma sono sempre strumenti narrativi. Tutto ha il giusto senso, l’appropriata misura, con un rispetto dello spartito e del compositore. Arriviamo quindi al deus ex machina della serata: il Maestro Calesso.

Le doti di questo musicista sono note . La sintonia con l’orchestra è andata crescendo in questi anni, a tutto vantaggio dell’organico della fondazione, che è riuscita a mettere il risalto talento e potenzialità di ogni sezione strumentale. Grandissima la capacità di lavorare con  i cantanti, di porsi al loro servizio. Lo si vede ascoltare, respirare con loro, sa  quando aspettare, quando lasciarli fare, quando sostenerli. Un esempio di quella ‘scuola italiana’ che ha regalato al mondo artisti come de Fabritiis e Gavazzeni, per fare dei nomi che a Trieste erano di casa, dei quali Calesso pare aver raccolto a pieno titolo il testimone.
In questo concerto a lui anche il compito di salutare il pubblico, introdurre i cantanti, presentare i brani. Certamente la necessità di non sforare gli orari ‘da giorno di festa’ lo ha spinto a limitare i suoi interventi all’inizio dello spettacolo, ma la scelta di non elencare i mirabolanti curriculum degli interpreti, preferendo soffermarsi sul loro rapporto con la città, ricordandone i recenti successi al Verdi, evocando  il piacere con cui hanno accettato di cantare in questa occasione, si è dimostrata una carta importante per sottolineare il ruolo del teatro Verdi e per mettere evidenza la passione che il musicista sta cercando di seminare. A noi pare con ampi consensi, almeno a giudicare dagli applausi che hanno accompagnato tutte le sue esecuzioni. Raffinato, come si può dedurre anche dai brani finora elencati, il programma. Si comincia con l’Orchestra della fondazione che esegue  la ‘Sinfonia’ da L’Italiana in Algeri di RossiniUna lettura precisa, asciutta, con tempi coinvolgenti, un crescendo di grande suggestione  ed una resa sonora complessiva che pare abbracciare la sala. Calesso mentre dirige si muove con eleganza, quasi stesse eseguendo una coreografia che si impossessa del suo corpo: il moto raffinato delle mani, le braccia che si inerpicano, come se volessero agguantare le note nell’aria, le gambe che si inarcano, il vibrare dei piedi, la schiena che si curva quasi fosse un archetto che suona la Poesia.
Tutto questo in un silenzio apprezzato, senza scivolare in eccessi e tracotanze. Senza il bisogno di ‘marcare il territorio’ che è di alcuni suoi colleghi. Una esecuzione di grande impatto che il pubblico apprezza moltissimo. Uno dei momenti di maggior trasporto e di più autentica emozione è stata l’esecuzione dell’ “Intermezzo” da Cavalleria Rusticana. Un lavoro attento  di pulizia, verrebbe da dire di asciugatura, che mette in risalto  non solo la bellezza di questo brano, ma la sua trascinante carica di struggimento, la dirompenza di una poesia autenticamente malinconica. Certamente molto del risultato è legato allo stato di grazia dell’Orchestra, festeggiatissima a fine  brano sia dal direttore che dalla sala. A chiudere il programma, un pezzo d’insieme di grande effetto: “Galop infernal” da Orphée aux Enfers   nel quale Calesso dimostra ancora una volta come, in presenza di artisti di qualità e di un obiettivo condiviso, si possano unire ironia e classe, musica d’alto livello e piacevolezza. Tanti gli applausi per tutti, con vere ovazioni per i quattro protagonisti, molte chiamate al proscenio. Impossibile non regalare  due bis: “An der schönen blauen Donau” di Strauss e l’onnipresente “Libiamo” dalla Traviata, cui per un attimo speravamo di essere sfuggiti. Il brano di Verdi è stato eseguito con bravura e ricchezza di mezzi vocali, senza eccessi, evitando sottolineature e gigionerie. Il che ci pare moltissimo. Il valzer di Strauss è stato eseguito in modo magistrale. Il compositore austriaco aveva avuto una vita complessa, che si era svolta sostanzialmente sulle rive del fiume. Il padre, musicista famoso, che gli impediva di studiare violino; i genitori che si lasciano e la scoperta di avere fratelli in una famiglia parallela; le difficoltà economiche legate alla famiglia numerosa sulle spalle della madre; le claque organizzate dal  genitore per far fallire gli spettacoli del figlio; alcuni problemi di salute, solo per raccontare le prime traversie che vengono in mente.
Il fiume, potente e bellissimo, scorreva, indifferente. Ammirato da tutti, ma incapace di offrire conforto. Metafora della società viennese cinica, incurante della Guerra Austro Prussiana, della miseria, delle differenze sociali. Calesso ha saputo recuperare tutto questo, con una direzione attenta, rigorosa, ragionata, sublimando la parte drammatica, la narrazione cruda, facendoci sentire le onde del fiume che schiaffeggiano i sogni di una generazione. Incantati da tanta maestria, confidiamo che il concerto sia la prima pietra per un edificio nuovo, che permetta al Verdi di essere  la casa dell’Arte.

 

 

 

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