Verona, Teatro Filarmonico, 23 marzo, ore 15.30
Stagione Lirica 2025
“ELEKTRA”
Tragedia in un atto su libretto di Hugo von Hofmannsthal (da Sofocle)
Musica di Richard Strauss
Clitennestra Anna Maria Chiuri
Elettra Lise Lindstrom
Crisotemide Soula Parassidis
Egisto Peter Tantsits
Oreste Thomas Tatzl
Il Precettore di Oreste Nicolò Donini
La Confidente Anna Cimmarrusti
L’Ancella dello strascico Veronica Marini
Un servo giovane Leonardo Cortellazzi
Un servo anziano Stefano Rinaldi Miliani
La Sorvegliante Raffaela Lintl
La prima ancella Lucia Cervoni
La seconda ancella Marzia Marzo
La terza ancella Anna Werle
La quarta ancella Francesca Maionchi
La quinta ancella Manuela Cucuccio
Direttore Michael Balke
Regia Yamal Das Irmich
Assistente alla regia Veronica Bolognani
Scene Alessia Colosso
Costumi Eleonora Nascimbeni
Luci Fiammeta Baldiserri
Assistente alle luci Giulia Bandera
Videomaker Virginio Levrio
Maestro del Coro Roberto Gabbiani
Orchestra, Coro e Tecnici della Fondazione Arena di Verona
foto ©EnneviFoto Verona
La produzione della Fondazione Arena di Verona di Elektra di Richard Strauss ha attirato interesse per più motivi. Il titolo è stato riproposto a distanza di ben vent’anni dall’ultima recita; è stata presentata per la prima volta in Italia la nuova orchestrazione di Richard Dünser; il nuovo allestimento di Yamal das Irmich ha sollevato ampio dibattito.
Partendo dall’elemento musicale, l’operazione condotta da Richard Dünser, accuratamente spiegata nel programma di sala, ha tutti i tratti della ottima teoria ma non della convincente pratica. L’imponente impianto orchestrale pensato da Strauss viene ridisegnato per un’orchestra standard con mezzi anche ingegnosi ma l’effetto che ne risulta è privo di quelle punte che caratterizzano lo spartito originale. La direzione di Michael Balke risulta corretta e ha il pregio di dipanare con sicurezza la comunque sempre impervia partitura, conducendo ad un buon risultato l’Orchestra della Fondazione, che si dimostra solida e precisa. La pecca maggiore stava nell’equilibrio dei volumi; la parte vocale non sempre riusciva a essere netta, sfavorita dalla scenografia e da alcune dinamiche orchestrali che avrebbe meritato maggiore attenzione.

Il cast ha le sue punte di diamante nelle tre figure femminili: Klytämnestra (Anna Maria Chiuri), Chrysothemis (Soula Parassidis) e Lise Lindstrom nel ruolo di cartellone.
A loro va il merito (riconosciuto dagli applausi del pubblico presente) di aver caratterizzato i rispettivi personaggi sia nella recitazione che nell’esecuzione vocale. Lise Lindstrom, veterana del repertorio, tratteggia in maniera precisa il percorso psicologico di Elektra, mostrando al momento opportuno i tratti più dolci e fragili di Elettra così come i momenti più crudi e duri. La presenza vocale e l’abilità scenica le procurano un meritato successo. Soula Parassidis rinnova il personaggio della sorella Crisotemi, tradizionalmente più dimesso, con grande slancio e vigore come rinnova la visione di Clitemnestra Anna Maria Chiurri, una donna divisa fra la grandezza terribile dell’atto compiuto e i tormenti interiori che la dilaniano. Numerose ma sempre corrette le parti restanti, complementari e determinanti per l’azione: Orest, Thomas Tatzl; Aegisth, Peter Tantsits; Der Pfleger des Orest, Nicolò Donini; Die Vertraute, Anna Cimarrusti; Die Schleppenträgerin, Veronica Marini; Ein junger Diener, Leonardo Cortellazzi; Ein alter Diener, Stefano Rinaldi Miliani; Die Aufseherin, Raffaella Lintl; Die erste Magd, Lucia Cervoni; Die zweite Magd, Maria Marzo; Die dritte Magd, Anna Werle; Die vierte Magd, Francesca Maionchi; Die fünfte Magd, Manuela Cucuccio.
La regia di Yamal das Irmich, ottimamente supportata dalle scene di Anna Colosso, dai costumi di Eleonora Nascimbeni, dalle luci di Fiammetta Baldisserri e dalle restanti maestranze presenta punti di accesa discussione. Visivamente la regia risulta efficace, soprattutto nel costruire un montante senso di angoscia e oppressione che l’inquietante finale chiude adeguatamente. Da segnalare la cura nella messa in scena, spesso e volentieri arricchita di azioni minori a latere della scena principale. L’operazione, se risulta interessante da questo punto, non ha convinto tutti nella rievocazione del periodo della Repubblica di Weimar, sovrapponendo all’austera corte micenea la gioiosa anarchia dell’epoca. La ruvidezza dei sentimenti e il clima torvo trovano un improvviso contrasto nella collocazione in un salotto borghese di bauhausiana memoria, dove tutto rischia di apparire addomesticato o fuori luogo. I riferimenti all’epoca abbondano a partire dalla chiara citazione del quadro di Otto Dix (Ritratto della giornalista Sylvia von Harden) come delle camicie brune naziste dei sodali di Oreste; altre, magari meno note, provengono dal musical Cabaret (per gli appassionati cinefili esiste la versione cinematografica con Liza Minnelli), il tutto basato sul libro Addio a Berlino di Christofer Isherwood.







