di Annely Zeni
Firenze, Teatro del Maggio Musicale, Sala Grande Venerdì 3 aprile 2026, ore 20
Stagione Concerti 2026
Ludwig van Beethoven
“Missa solemnis” in Re maggiore op. 123
Direttore Vasily Petrenko
Orchestra e coro del Maggio Musicale Fiorentino
Maestro del coro Lorenzo Fratini.
Solisti Eleanor Lyons, Marvic Monreal, Maximilian Schmitt e Jongmin Park
ph © Michele Monasta

Per l’ultimo appuntamento sinfonico prima dell’inizio dell’88ma edizione del Festival del Maggio musicale fiorentino, il Venerdì Santo dello scorso 3 aprile accoglieva il gigantesco affresco della beethoveniana Missa Solemnis, intonando perfettamente la programmazione alla ricorrenza religiosa più significativa dell’anno liturgico. L’appuntamento segnava il debutto di Vasily Petrenko con Coro e Orchestra del Teatro toscano: il cinquantenne direttore russo-britannico, dal 2021 Direttore musicale della Royal Philarmonic Orchestra a Londra, non tradiva le aspettative del folto pubblico accorso per l’evento prepasquale. La sua salita al palco mostrava un fisico agile e sin da subito un gesto molto elegante distribuito con luminoso equilibrio tra le varie parti del corpo, sino al delicato snodo dei polsi e delle dita. Una tecnica quindi impeccabile a supportare una personalità interpretativa, verrebbe da dire, bipolare: da un lato il self control del gentleman inglese, dall’altro la generosità passionale del carattere russo. Un punto di partenza interessante per questa partitura in cui, se è vero che il geniale sordo scatena la sua vulcanica creatività in un caleidoscopio di invenzioni, è altrettanto possibile sintetizzarne le caratteristiche nella logica del binomio: antico-moderno, melodia-polifonia, lento-veloce, staccato-legato, forte-piano, tradizione-innovazione in relazione alla forza comunicativa del testo. Mettendo mano contemporaneamente alla Nona Sinfonia ed alla Missa Solemnis (si ricordi eseguite l’una nel 1823 l’altra nel 1824), Beethoven restituisce una Sinfonia sacra, dove vengono sublimati a istanze di fede gli ideali di libertà e fratellanza ed una Messa laica dove il valore del divino discende dalla sua umanità al di fuori e oltre la dimensione del rito cui la forma musicale della messa è, per regola storica, destinata. Non si tratta più di un testo sacro, ma di una appassionata narrazione romantica, ricca di pathos.

E qui mentre il direttore english si occupava di controllare l’excursus corretto delle terribili polifonie (a volte spingendo anche troppo sul pedale del metronomo, chè, con l’acustica favorevole del Maggio, ci si poteva concedere qualche tranquillità in più a favore della tenuta d’assieme), quello russo si gloriava del canto, dando il meglio di sè ovviamente nel Sanctus e nell’Agnus Dei, le sezioni più commoventi (dopo l’Incarnatus del Credo) dell’opera. Aiutato, cominciando ad entrare nel dettaglio delle risorse professionali, intanto dal bellissimo solo del violino di Salvatore Quaranta, nobile e struggente, emozionante e drammatico e qualsiasi altro sinonimo si voglia aggiungere, nonché ovviamente dal resto dell’Orchestra del Maggio, il cui comportamento è ancora una volta immune da critiche che non siano favorevoli alle sue belle qualità. Venendo al quartetto internazionale dei solisti conquistavano particolarmente la voce del soprano australiano Eleanor Lyons, timbro cristallino dedotto da ruoli congeniali come Mimì, la Leonora del Fidelio o le sinfonie di Mahler e il più carnale contralto della maltese Marvic Monreal, congeniale al dramma umano della Missa. Appropriate le parti maschili del tenore Maximilian Schmitt, voluminoso e svettante e del basso Jongmin Park, potente anche se talvolta un poco nasale. Per ultimo, ma perché chi si cita in fondo rimane memorabile, il Coro del Maggio preparato da Lorenzo Fratini e festeggiatissimo dal pubblico dal pubblico di casa: solido come le Montagne Rocciose!







