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The Death of Klinghofer creazione musicale dell’americano John Adams è un’ opera che dalla sua prima del 1991 a Bruxelles non ha mai smesso di suscitare dibattiti ruvidi e divisivi. “Israeliani, Palestinesi: le ragioni degli uni, quelle degli altri. La prevaricazione. I terrore. La rivalsa di un popolo sull’altro. Occhio per occhio dente per dente. Sempre rappresaglie, rancori. Impossibile la pietas tra le due parti opposte, impraticabili il perdono, la pace, la coabitazione pacifica” (così riportato sul programma di sala). Ottant’anni fa l’inizio di una vicenda, quell’assegnazione di terre della Palestina alla popolazione ebraica reduce dagli stermini della seconda guerra mondiale le cui conseguenze sono ancora nel presente come cronache di attualità. La librettista Alice Goodman trae la vicenda da un fatto di cronaca del 1985, il dirottamento della nave da crociera italiana Achille Lauro al largo delle coste egiziane da parte di un commandos di palestinesi che finisce con l’uccisione dell’ebreo americano disabile Leo Klinghoffer, crocerista sulla nave in compagnia della moglie. Una vicenda che diede origine a un scia di schermaglie politico e militari tra Italia e USA per estradizione dell’ideatore del dirottamento.

Trama messa in musica dal compositore John Adams prodotto di una fattiva collaborazione tra i due dalla quale era scaturita l’opera, Nixon in China, presentato nel 1987, vicende che ormai sfondano della storia del secolo scorso: il secolo breve in cui tutti gli accadimenti sono compressi nella cronologia del tempo e risultano ancora cronaca e non ancora storia.
Ma qui il materiale di cronaca si fa tragedia storica e umana e come una tragedia collettiva è il risultato musicale che segna questa opera che pone all’ascoltatore in modo di assistere ad una sacra rappresentazione. Del resto la scrittura musicale di Adams in questa opera è strutturata ad ampi quadri scenici in cui la partecipazione emotiva è affidata al coro come nella tradizione della tragedia greca che riflette sul piano etico /morale. E’ lui che all’inizio in funzione di prologo si sdoppia nel Coro degli esiliati palestinesi e Coro degli esuli ebrei come rito collettivo per esorcizzare le tristi ragioni di una Storia che alla fine non è stata nè prodiga con gli uni nè consolatoria con gli altri: terre promesse di pace di fatto negate.

La sensazione è quella di assistere più che un’opera ad un oratorio o meglio una sacra rappresentazione in cui  la vittima va incontro al suo destino perché così sta scritto, attribuendo a ciascuno le sue maggiori o minori responsabilità. I personaggi non interagiscono tra loro ma svolgono una funzione di narrazione e forse per questo che la scelta della regia sia stata quella di far cantare i personaggi guardando il pubblico come del resto si fa in un’opera in forma di concerto, ed esprimono le proprie considerazioni mentre la trama avanza. A loro spetta l’onere del racconto dei loro rispettivi punti di vista e di rappresentare  l’universo dei sentimenti dei passeggeri, esemplificato dalla nonna svizzera, la donna austriaca, dai due comandanti, dalla ballerina inglese, dai quattro palestinesi. Chi vede il dirottamento come un diversivo da raccontare, per altri un ripercorrere la paura della passata guerra ma anche escogitare sistemi di razionamento anche delle emozioni, personaggi senza connessioni l’uno con l’altro ma costretti alla coabitazione forzata sotto minaccia che non esprimono paura, ma solo un disagio e fastidio.
Come del resto gli stessi palestinesi manifestano le ragioni e i dubbi sulla loro azione, su strategie mutate in corso degli eventi, con comandi che non arrivano, in questo vagare incerto per il Mediterraneo senza un porto o “conclusione” sicura ed efficace. Lo struggente monologo di Mamoud dedicato alla notte che una regia sapiente lo fa cantare in platea in mezzo al pubblico esprime questa angoscia di essere isolati da un contesto che non riescono più a percepire. Certo che per una trama si fatta ci si sarebbe aspettato più pathos nella drammaturgia dove tutto scorre come una sequenza di istanti definiti dalle forme chiuse delle singole arie con il coro a cui è caricato la funzione di risolvere e dar forma alla nella tragicità della sua conclusione. Il finale è da ritenersi la parte migliore di tutta la composizione. E’ la struggente scena conclusiva di cui nessuno a bordo è a conoscenza: l’eliminazione dell’anziano passeggero americano ucciso e buttato a mare con la carrozzella e ripescato giorni dopo sulle coste della Siria. Onirico è l’esito della morte di Klinghoffer che lui stesso canta come corpo morto che progressivamente affonda dal cielo sulla terra e viene smembrato simulacro di una scultura
Qui Marilyn Klinghofer da sfogo alla sua rabbia, dell’inganno, anche perpetrato su se stessa di non averlo protetto e di non avere memoria di una ultima immagine di lui, solo ricordi e il rimorso che nessuno è venuto in soccorso. Fine di una dramma individuale che poteva diventare tragedia collettiva e riconosciuta forse se il sangue di cento persone fosse colato come scia di petrolio, allora il mondo sarebbe intervenuto. Parole finali di Marilyn Klinghoffer.

Musicalmente tutto scorre per celle armoniche che ricalcano il modello minimalista che Adams poi articola dando struttura armonica alla frase musicale variandola e adattandola al contesto narrativo. La cantabilità segue la tradizione delle forme chiuse: ogni personaggio ha il suo momento in cui si presenta, non genera scene di assieme, ma solo un gioco di varie composizioni tra i vari quadri. L’opera sembra costruita per blocchi giustapposti, piani che coesistono più che svilupparsi in continuità. Non c’è una vera fusione narrativa tra le parti, ma una loro esposizione simultanea o successiva. In certi momenti  subentra anche una stasi drammatica che fa perdere tensione, e anche la frontalità dei cantanti contribuisce probabilmente a questa impressione.

Del resto la regia di Luca Guadagnino si inserisce in punta di piedi in questa messinscena lasciando spazio al gioco scenico costruito su due piani mobili che ricostruivano i vari spaccati di una nave, giochi di luci per creare i sentimenti del mare  come l’effetto notte che sovrasta il mare come l’abbacinante chiarore del sole sopra un deserto di Peter van Praet. Per il resto la ricostruzione anni’80 era anche affidata a costumi semplici  funzionali di Marta Solari, per gli attori, mentre per il coro  mettevano in risalto il loro andamento epico. Funzionali a creare movimento in palcoscenico le coreografie coreografie di Ella Rotschild che restituiscono pari al coro l’idea di collettività. Per la sua esemplificazione realizzazione organica e narrativa si percepita l’impressione di assistere ad uno spettacolo di altri tempi. Ottimo il cast, con un particolare plauso a Laurent Naouri (Leo Kinghoffer,  Levent Bakirci (Mamoud), Daniel Okulitch (Il Capitano) e la sorprendente figura di Marilyn Klinghoffer interpretata da Susan Bullock, senza trascurare Marina Comparato nei doppi ruoli di passeggera svizzera e austriaca come unica italiana nel cast. L’orchestra diretti da Lawrence Renes, specialista di Adams assieme al coro magistralmente diretto da Lorenzo Fratini.

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Alla fine scrosci di applausi lunghi e condivisi come per scaricare la tensione narrativa e suggellare l’empatia tra pubblico e palcoscenico che la narrazione musicale ha saputo instaurare lunghi e condivi applausi per tutto lo staff con l’orchestra portata in scena a sipario aperto. Rito di condivisione, già perchè l’inaugurazione di un festival deve resistere come un rituale collettivo in cui una società si deve riconoscere e riflettere su se stessa.

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Federica Fanizza
Laureata in Filosofia all'Università di Bologna e curatrice degli archivi comunali di Riva del Garda, ha seguito un corso di specializzazione in critica musicale a Rovereto con Angelo Foletto, Carla Moreni, Carlo Vitali fra i docenti. Ha collaborato con testate specializzate e alla stesura di programmi di sala per il Maggio Musicale Fiorentino (Macbeth, 2013), Festival della Valle d'Itria (Giovanna d'Arco, 2013), Teatro Regio di Parma (I masnadieri, 2013), Teatro alla Scala (Lucia di Lammermoor, 2014; Masnadieri 2019), Teatri Emilia Romagna (Corsaro, 2016) e con servizi sulle riviste Amadeus e Musica. Attualmente collabora con la rivista teatrale Sipario. Svolge attività di docenza ai master estivi del Conservatorio di Trento sez. Riva del Garda per progetti interdisciplinari tra musica e letteratura. Ospite del BOH Baretti opera house di Torino per presentazioni periodiche di opere in video.

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