Musica al museo! Con questa denominazione martedì 5 maggio 2026 è stata rappresentata in forma di concerto al Mart (Museo di arte contemporanea) di Rovereto) una delle opere più intense e raramente eseguite del repertorio del Novecento: “Il Prigioniero” di Luigi Dallapiccola (Pisino, 3 febbraio 1904 – Firenze, 19 febbraio 1975).
Opera in un prologo e un atto, “Il Prigioniero” è un intenso dramma musicale che indaga il tema universale della libertà e della sua illusione, ambientato nel clima dell’Inquisizione: un percorso di forte tensione espressiva in cui la speranza si trasforma progressivamente in disinganno.
Il concerto “Il Prigioniero” è stato realizzato con il sostegno della Presidenza del Consiglio della Provincia Autonoma di Trento, del Comune di Rovereto e del Mart, e con il patrocinio della Accademia Musicale Chigiana, della Fondazione Orchestra Haydn e del Centro Studi Luigi Dallapiccola. L’unicità di questo articolato progetto dallapiccoliano in Trentino Alto Adige, conclusosi con l’esecuzione de Il Prigioniero al MART, vede, nella straordinaria volontà e nella regia dell’Associazione culturale Continuum e del Centro Studi Internazionale Luigi Dallapiccola di Firenze, il motivo della riuscita e della conseguente soddisfazione musicale e culturale vissuta e condivisa. Nello scorso ottobre era stata allestita a Palazzo Trentini a Trento sede del Consiglio Provinciale una mostra per riscoprire Luigi Dallapiccola, grande protagonista della storia della musica classica del ‘900 italiano e con il fondamentale apporto di conoscenze e competenze di Mario Ruffini, il direttore d’orchestra che presiede il Centro studi Luigi Dallapiccola di Firenze. A dare i natali all’eclettico personaggio di Dallapiccola furono due trentini doc, il papà era di Trento e la mamma di Ala, entrambi emigrati a Pisino, nell’attuale Croazia, dove la biografia di Luigi ha cominciato con l’intrecciarsi ai grandi drammi del Novecento. Quindi un’infanzia vissuta nella tensione etnica di tre diverse culture (tedesca, slava, italiana); durante la Prima guerra mondiale il soggiorno coatto a Graz per la sua famiglia, di sentimenti filo-italiani, vista con sospetto dalle autorità imperiali; le leggi razziali fasciste che colpirono la moglie Laura.
E dei drammi di questo inizio di secolo breve è denso il suo libretto in un atto da  Il Prigioniero da lui composto. È l’estate del 1939 quando Luigi Dallapiccola s’imbatte a Parigi nel racconto La torture par l’espérance, uno dei Contes cruels di Auguste de Villiers de l’Isle Adam: ne resta impressionato e, nel viaggio di ritorno, comincia a riflettere sul suggerimento ricevuto dalla moglie Laura di ricavarne un lavoro teatrale. Lo scoppio della guerra, poco dopo, sembra rendere reale l’atmosfera oppressiva della storia, in cui la speranza di fuga di un prigioniero è un altro strumento di tortura nelle mani del suo carceriere. Il libretto è pronto alla fine del 1943, e Dallapiccola inizia a lavorare alla musica nel 1944, quando avviene la liberazione di Firenze, e la nascita di sua figlia Anna Libera. «Erano gli anni» scrive Dallapiccola «in cui l’Europa, da tempo circondata da filo spinato, con ritmo ognora crescente si riduceva a un ammasso di rovine». Terminata il 3 maggio 1948, con la sua prima esecuzione radiofonica nel dicembre del 1949 e nel 1950 al XIII Festival del Maggio Musicale Fiorentino diretta da Herman Scherchen. Il pubblico si divise in aspre polemiche sul significato del libretto trasposto alla situazione politica del tempo ma anche sulla musica costruita sulla grammatica dodecafonica.

Del resto Dallapiccola ha rappresentato, nei percorsi accidentati e nelle eclettiche vicende della musica italiana tra le due guerre, più rispetto ad altri suoi colleghi compositori che sostenevano il rinnovamento musicale italiano (Casella in primis), una precisa scelta dei modelli della seconda Scuola viennese, con la sua adesione ai dettami delle avanguardie storiche. Il libretto del Prigioniero si presenta come sintesi originale di numerose fonti, variamente utilizzate nella struttura definitiva dell’opera in un prologo e un atto unico, costituito da quattro scene e due intermezzi corali. In esso è delineata l’ultima tortura inflitta a un prigioniero, condannato a morte dall’Inquisizione di Spagna e giustiziato dopo essere stato indotto a sperare nella riacquisizione della libertà e dopo averne assaporato l’illusione. È la trama del racconto di Auguste de Villiers de l’Isle-Adam, (1838-1889), dai  Racconti crudeli dello scrittore simbolista francese che Dallapiccola utilizza come fonte primaria e sulla quale innesta altre sollecitazioni letterarie: quella de La rose de l’infante di Victor Hugo per la descrizione della figura proterva di Filippo II, che sta al centro del prologo; quella della Leggenda d’Ulenspiegel di Charles de Coster per buona parte della scena seconda, in cui è rievocata l’epopea fiamminga dei Pezzenti; alcuni versetti salmodici per i due intermezzi; l’Implorazione tratta da una raccolta di poesie per l’infanzia di Lisa Pevarello per la preghiera del protagonista «Signore, aiutami a camminare». Nella prima scena, la madre incontra per l’ultima volta il figlio prigioniero, e assiste al racconto del sollievo dalle torture, ricevuto dall’appellativo del carceriere, «fratello».

Nella seconda scena il carceriere riferisce al prigioniero del successo dell’insurrezione dei pezzenti nelle Fiandre, infondendogli speranze di libertà. Nella terza scena il prigioniero, rimasto solo e con la porta della cella aperta, tenta la via della fuga attraverso i lunghissimi sotterranei dell’Official, dove si imbatte in Fra Redemptor e nei sacerdoti. Allorché ha scoperto l’uscita e crede di essere libero (quarta scena), trova il grande Inquisitore che lo attende per condurlo al rogo. Dallapiccola vi trasfonde la sua personale, drammatica esperienza travestendo nel libretto anche i bollettini di Radio Londra e trasformando nel lungo corridoio dell’Oficial di Saragozza quello della villa fiesolana dove era stato rifugiato con la moglie Laura.
Quattro sono i personaggi principali dell’opera, affidati a tre parti vocali: la madre (figura d’invenzione del musicista), il prigioniero, il carceriere e il grande Inquisitore (questi ultimi affidati a un solo interprete). In una struttura musica in cui le percussioni sono dirompenti si inseriscono i monologhi, fondamentale quella della Madre nella prima scena, intersecate  a inserimenti improvvisi del coro. A questi si affiancano le parti secondarie dei due sacerdoti e dialoghi serrati tra il Prigioniero e il Carceriere e i momenti di estasi solistica del Prigioniero.

foto per gentile concessione Luigi Azzolini

Ai primi spetta costituire l’ossatura drammatica dell’opera, mentre le parti secondarie risultano una proiezione del carceriere e del grande Inquisitore, in linea con l’impostazione tradizionale dell’opera italiana. Qui a Rovereto è stata presentata la versione cameristica presentata nell’estate del 2025 nella Stagione dell’Accademia Chigiana di Siena, che ne esalta la dimensione vocale e la forza drammatica  definita anche dalla struttura musicale montata su una disarticolazione delle strutture armoniche, vocalità esasperata nei salti di tono, corali all’unisono dirompenti che si dipanano poi in andamenti polifonici, ma che costruiscono un assieme complesso tra voci soliste, coro, strumenti il tutto che definisce una situazione da incubo e di struttura in sospensione come se tutto rimanesse senza una sua conclusione in attesa nonostante la fine ben definita. L’esecuzione di Rovereto gestita da Mario Ruffini, nell’astrattezza dello spazio museale con il pubblico accomodato attorno alle rampe del grande varco dell’edificio che rimarcava il distanziamento tra pubblico ed esecutor,i ha restituito tutta la drammaticità della partitura  grazie anche agli interventi dell’Ensemble corale Continuum diretta da Luigi Azzolini, anch’ esso alloggiato  in balconata quasi invisibile dal pubblico. Protagonisti dell’esecuzione i solisti Angelica Lapadula (La Madre), Tamon Inoue (Il Prigioniero) ed Enrico Basso (Carceriere/Inquisitore), voci emergenti uscite da concorsi lirici nazionali di prestigio e da corsi di formazione in accademie musicali hanno dato che hanno dato autorevolezza ai loro personaggi, assieme a Gianluca Gheller e Lorenzo Ziller (i due sacerdoti), insieme agli strumentisti Luigi Pecchia (pianoforte), Matteo Scalet (organo) e Luca Cassini (percussioni). A fianco nella riduzione per percussione organi e pianoforte i giovani musicisti di formazione trentina (Matteo Scalet e Luca Cassini) e l’esperienza di  pianista di Luigi Pecchia dell’Accademia Chigiana. Proposta gradita al pubblico, che ha esaurito i posti messi a disposizione, in questo spazio aperto per la sperimentazione delle arti moderne.

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