Milano | Teatro alla Scala | 6 maggio 2026, ore 20
PELLÉAS ET MÉLISANDE
Dramma lirico in cinque atti e dodici quadri
Musica di Claude Debussy
Libretto di Maurice Maeterlinck
Pelléas Bernard Richter
Mélisande Sara Blanch
Golaud Simon Keenlyside
Geneviève Marie-Nicole Lemieux
Arkel John Relyea
Le petit Yniold Alberto Tibaldi**
Un médecin Zhibin Zhang*
Le Berger Geunhwa Lee*
Orchestra e Coro del Teatro alla Scala | Maestro del Coro Giorgio Martano
Direttore Maxime Pascal
Regia, scene, costumi e luci Romeo Castellucci | Drammaturgia Christian Longchamp | Collaborazione artistica Giulia Giammona
Nuova Produzione Teatro alla Scala
* Allievi dell’Accademia Teatro alla Scala
** Solista del Coro di Voci Bianche dell’Accademia Teatro alla Scala
ph.Monika Rittershaus

Entrare nel mondo di Pelléas et Mélisande significa accettare immediatamente una diversa percezione del tempo. Debussy non costruisce il dramma attraverso l’esplosione teatrale, ma per sottrazione, per sospensione, per ombre che lentamente prendono forma dentro la musica. Tutto sembra nascere da una soglia: le parole, i silenzi, persino i sentimenti. Le quasi tre ore e mezza della serata scorrono così dentro una sospensione continua, senza cedimenti, senza quella pesantezza contemplativa che talvolta accompagna esecuzioni meno consapevoli del capolavoro di Debussy. Al contrario, la produzione della Scala riesce nell’impresa più difficile: mantenere costante la tensione interna di una partitura che vive di sfumature infinitesimali, di respiri, di ombre. Sul podio, Maxime Pascal si conferma musicista di intelligenza finissima. La sua direzione evita qualsiasi impressionismo decorativo e lavora invece sulla trasparenza della scrittura, sulla mobilità continua del tessuto orchestrale, sulla precisione quasi cameristica dei rapporti timbrici. L’orchestra risponde con una qualità notevole: archi mobili e chiarissimi, legni raffinatissimi, ottoni sempre trattenuti con gusto. Tutto appare calibrato con misura, senza mai perdere tensione narrativa. Anche il coro preparato da Giorgio Martano si inserisce con naturalezza dentro questa architettura sonora così fragile e complessa, senza mai appesantirne gli equilibri. La regia di Romeo Castellucci costruisce un universo visivo coerente e rigoroso, fatto di immagini che non cercano di spiegare il mistero dell’opera, ma di abitarlo. È un teatro di simboli, di materia, di luce. Alcune soluzioni possono dividere, ma il pensiero scenico resta sempre alto, mai illustrativo.
Bernard Richter disegna un Pelléas elegantissimo, scolpito soprattutto attraverso il fraseggio e la qualità della parola. Il canto mantiene sempre una linea nobile, sorvegliata, senza mai indulgere in accenti eccessivi. Sara Blanch sceglie invece una Mélisande meno evanescente del consueto: fragile, certo, ma attraversata da una sottile inquietudine che rende il personaggio più umano e meno simbolico. La voce conserva luminosità e precisione, trovando spesso momenti di autentica delicatezza. Simon Keenlyside domina teatralmente la figura di Golaud con grande esperienza scenica e un’intelligenza interpretativa che evita ogni caricatura brutale del personaggio. Il suo tormento emerge progressivamente, quasi consumandosi dall’interno. Marie-Nicole Lemieux conferisce a Geneviève un colore vocale caldo e autorevole, mentre John Relyea restituisce ad Arkel quella gravità dolente e quasi crepuscolare che attraversa tutta l’opera. 
E poi c’è Alberto Tibaldi. Il piccolo Yniold è spesso un momento delicatissimo negli equilibri dell’opera: basta poco perché la scena perda naturalezza. Qui accade l’opposto. Tibaldi colpisce per precisione, spontaneità e presenza scenica, trovando una misura sorprendente senza mai scivolare nell’artificio. Una prova davvero notevole, accolta con affetto evidente anche dal pubblico. Pubblico numeroso e attentissimo per tutta la durata della serata, con applausi convinti e calorosi alla fine della prima parte (I, II e III Atto) e al termine. E forse il segno più bello del successo di questa produzione sta proprio lì: nell’essere riuscita a mantenere viva, per ore, una forma di ascolto rara. Quella che non nasce dal clamore, ma dalla concentrazione. Dalla sensazione che la musica, invece di occupare lo spazio, lo trasformi lentamente.







