Verona | Arena di Verona | 12 giugno 2026, ore 21.30
Fondazione Arena di Verona | Arena Opera Festival 2026
LA TRAVIATA
Melodramma in tre atti
Musica di Giuseppe Verdi
Libretto di Francesco Maria Piave
Violetta Valéry Martina Russomanno
Alfredo Germont Yusif Eyvazov
Giorgio Germont Amartuvshin Enkhbat
Flora Bervoix Anna Werle
Annina Francesca Maionchi
Gastone Visconte di Letorières Carlo Bosi
Il Barone Douphol Nicolò Ceriani
Il Marchese d’Obigny Gëzim Myshketa
Il Dottore Grenvil Mariano Buccino
Giuseppe Francesco Pittari
Un Domestico di Flora / Un Commissionario Carlo Bombieri
Orchestra, Coro, Ballo e Tecnici della Fondazione Arena di Verona
Maestro del Coro Roberto Gabbiani
Direttore Michele Spotti
Regia Paul Curran | Scenografia Juan Guillermo Nova | Costumi Stefano Ciammitti | Luci Fabio Barettin | Coreografia Kyle Lang | Coordinatore del ballo Gaetano Petrosino
Nuova Produzione della Fondazione Arena di Verona
Foto Ennevi Verona
Quando cala la sera sull’anfiteatro veronese e migliaia di persone prendono posto sulle gradinate, si ha sempre la sensazione di assistere a qualcosa che va oltre lo spettacolo: l’Arena continua a essere uno dei pochi luoghi in cui l’opera riesce a trasformarsi in un rito collettivo, in una festa popolare nel significato più nobile del termine. Lingue diverse, provenienze diverse, esperienze diverse si ritrovano accomunate da una musica che, dopo oltre un secolo, conserva intatta la propria capacità di aggregare. Quest’anno questo sentimento assume un valore ulteriore. Il Festival rende infatti omaggio ai centocinquant’anni dalla nascita di Giovanni Zenatello, il tenore che nel 1913 immaginò per primo l’Arena come grande teatro d’opera all’aperto. Guardando il pubblico riempire ancora oggi ogni ordine di gradinate, è impossibile non riconoscere la straordinaria vitalità di quella intuizione. Più che una celebrazione storica, sembra la conferma di una tradizione che continua a rinnovarsi.
La nuova produzione de La Traviata affidata a Paul Curran sceglie di collocare l’azione nella Parigi della Belle Époque, guardando esplicitamente all’universo del Moulin Rouge e dei grandi café-concert che animavano la vita notturna della capitale francese tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. L’idea funziona soprattutto sul piano visivo: Juan Guillermo Nova costruisce uno spettacolo ricco, dinamico, capace di sfruttare le dimensioni dell’Arena senza rinunciare a una certa eleganza formale.
La regia di Curran accompagna il racconto con chiarezza e buon senso teatrale. Non cerca provocazioni né letture forzate, preferendo seguire il percorso emotivo dei personaggi. Una scelta che nel complesso premia lo spettacolo. Più problematiche risultano invece alcune soluzioni coreografiche di Kyle Lang. Se da un lato contribuiscono a evocare l’ambiente spettacolare del Moulin Rouge, dall’altro finiscono talvolta per eccedere nella ricerca dell’effetto, introducendo immagini che distraggono e che non sempre dialogano con la delicatezza della vicenda verdiana. Sono momenti isolati, ma sufficienti a creare qualche frizione in una produzione altrimenti ben calibrata.
Sul podio Michele Spotti offre probabilmente uno dei contributi più significativi della serata. La sua direzione coniuga energia teatrale, controllo delle grandi masse e attenzione al dettaglio, evitando ogni compiacimento. Verdi scorre con naturalezza e respiro, sostenuto da un’Orchestra della Fondazione Arena precisa e compatta. Anche il Coro preparato da Roberto Gabbiani conferma una qualità ormai consolidata, contribuendo in maniera determinante all’equilibrio musicale dell’esecuzione.
Grande protagonista della serata è Martina Russomanno, al suo debutto in Arena nel ruolo di Violetta Valéry. Il soprano affronta uno dei ruoli più esposti dell’intero repertorio operistico con una sicurezza sorprendente. La voce corre con facilità, conserva luminosità e freschezza, ma soprattutto trova nel fraseggio e nell’accento gli strumenti per costruire un personaggio credibile e profondamente umano. La sua Violetta non cerca effetti facili né scorciatoie emotive: cresce progressivamente atto dopo atto, conquistando il pubblico attraverso una partecipazione autentica. Nel secondo e nel terzo atto raggiunge momenti di particolare intensità, confermandosi come un punto di forza per l’intera produzione. Yusif Eyvazov affronta Alfredo con professionalità e generosità, inserendosi correttamente negli equilibri dello spettacolo. La sua prova risulta solida e musicalmente affidabile, pur senza lasciare un’impronta destinata a distinguersi particolarmente nella memoria rispetto ad altri interpreti del ruolo ascoltati negli ultimi anni. Più incisivo il contributo di Amartuvshin Enkhbat, che conferisce a Giorgio Germont autorevolezza, nobiltà di accento e una presenza scenica sempre convincente. Il baritono mongolo conferma qualità ben note agli appassionati verdiani, trovando nei momenti più lirici del personaggio un equilibrio particolarmente riuscito tra forza espressiva e controllo stilistico. Ben inseriti nel disegno complessivo anche gli altri interpreti, chiamati a sostenere una macchina teatrale di grandi dimensioni sempre con professionalità e senso del ruolo.
Al termine gli applausi sono calorosi e partecipati. Non solo per il successo della nuova produzione, ma per quella particolare atmosfera che l’anfiteatro sa creare nel solco di una tradizione viva che continua a mettere in dialogo passato e presente. E forse il modo più autentico per ricordare Giovanni Zenatello è proprio questo. Vedere ancora una volta migliaia di persone riunite sotto il cielo di Verona per ascoltare Verdi, centotredici anni dopo quel primo festival che trasformò un antico anfiteatro romano in uno dei simboli musicali più riconoscibili del mondo.
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