Fotografie

Milano. Still Fotografia. Giovanni Ghirardi. Il frame come soglia.

di Francesca Bernardi
Giovanni Ghirardi. Altre architetture
Still Fotografia a Milano Via Zamenhof 11
15 maggio – 4 luglio 2026

C’è un momento, davanti alle fotografie di Giovanni Ghirardi, in cui lo sguardo smette di guardare l’immagine e comincia a guardare il bordo. Non per distrazione, per necessità. Le cornici che Ghirardi costruisce a partire dal legno grezzo non sono contenitori: sono soglie. E come ogni soglia, non appartengono né all’interno né all’esterno, ma definiscono il passaggio tra i due. Questa scelta, radicale nella sua semplicità, sposta il lavoro di Ghirardi fuori dal perimetro della fotografia pura e lo colloca in un territorio più antico e più ampio, quello in cui l’opera non finisce dove finisce l’immagine.

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Giovanni Ghirardi, Fabbrica ceramiche, Vietri, 2025

Nel panorama della fotografia italiana di paesaggio, il nome che torna inevitabilmente è quello di Luigi Ghirri. Ma il confronto serve soprattutto a misurare la distanza. Ghirri guardava il paesaggio con una malinconia diffusa, una luce quasi impressionista, una tenerezza per il quotidiano che trasformava ogni dettaglio in memoria. Lo sguardo di Ghirardi è altro: più freddo, più geometrico, privo di nostalgia. Dove Ghirri indugiava, Ghirardi taglia. Dove Ghirri ammorbidiva, Ghirardi isola. Non è un rifiuto della tradizione, è una sua rilettura attraverso il filtro del rigore formale, quasi una risposta a quella morbidezza con la durezza del cemento, del vetro, dell’acciaio.

Giovanni Ghirardi, Gotham (San Francisco), 2022

Viene in mente Jannis Kounellis. Non per affinità estetica, le superfici fredde, geometriche, quasi astratte di Ghirardi non hanno nulla della matericità bruciante dell’Arte Povera, ma per una logica condivisa: l’opera come sistema, in cui ogni componente porta significato. Kounellis appendeva sacchi di carbone, rotoli di tessuto, frammenti di ferro direttamente alle pareti, rifiutando la separazione tra opera e supporto. Il gesto di Ghirardi è più discreto, più artigianale, eppure affine nella sostanza: il legno grezzo selezionato in funzione dell’immagine non è un’aggiunta, è una scelta critica. Dice qualcosa sull’opera prima ancora che l’occhio entri nella fotografia.

Giovanni Ghirardi, Interno con vasca, Kolmanskop, 2024

Ma c’è un secondo riferimento, forse più inatteso, che il lavoro di Ghirardi evoca: Donald Judd. Non il Judd delle stacks metalliche, ma il Judd teorico e artigiano, quello che a Marfa, in Texas, costruiva mobili e strutture in legno con la stessa attenzione formale che dedicava alle sculture, sostenendo che non esisteva gerarchia tra un’opera d’arte e un oggetto ben fatto. Per Judd, la qualità non era una categoria riservata all’arte: era una condizione dell’attenzione. Ghirardi sembra condividere questa posizione senza doverla dichiarare. La cornice non è un complemento: è la dimostrazione che l’attenzione non si è interrotta al bordo dell’immagine.

Giovanni Ghirardi, Marriott Marquis, Atlanta, 2024

Questo ha conseguenze su come si guarda la fotografia stessa. Le architetture industriali, le periferie silenziose, le soglie tra spazio e spazio che Ghirardi fotografa acquistano una risonanza diversa se sappiamo che anche il frame è stato costruito con la stessa logica. L’assenza della figura umana nell’immagine, così insistita, così programmatica, trova un contrappunto nel gesto umano, manuale, lento che ha prodotto la cornice. L’uomo non è nella fotografia, ma è nel frame. È uscito dall’inquadratura per stare intorno ad essa.

Giovanni Ghirardi, Peloponneso, Grecia, 2021

Altre architetture, il titolo della mostra, vale allora anche per questo: le cornici sono architetture altre, costruite in parallelo alle architetture fotografate, secondo una logica analoga di proporzione, misura, sottrazione. Non decorano l’opera, la completano nel senso più preciso del termine: la rendono intera.
In un momento in cui la fotografia circola quasi esclusivamente come file, come schermo, come dato, il gesto di Ghirardi è controcorrente con una semplicità quasi ostinata. Scegliere il legno, lavorarlo, adattarlo all’immagine specifica, non in serie ma ogni volta, è un atto che reintroduce il tempo nell’opera. E il tempo, nelle fotografie di Ghirardi, è sempre la variabile decisiva: il tempo dilatato dello scatto, il tempo lento della stampa, il tempo paziente della cornice. Un’opera che non ha fretta di essere vista, e che per questo si fa ricordare.

Redazione Artesnews

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