Franco Pivetti
Anatomie tra le ombre ardenti
Quingentole Palazzo Vescovile

https://www.youtube.com/watch?v=eUA_8ttHjCw
L’occasione della recente mostra a Quingentole (Mantova) ci permette di rendere un doveroso omaggio all’artista Franco Pivetti. Lo ricordiamo come attivo direttore responsabile di Casa Artisti G. Vittone di Canale di Tenno (Tn) per un trentennio. Nasce a Cavezzo, Modena. Ancora bambino studia contemporaneamente pittura e musica. Quest’ultima lo porterà a viaggiare in Medio Oriente, Nord Africa ed Europa,  con una orchestra attrazione. I colori e i paesaggi incontrati in queste peregrinazioni gli ispirano la prima serie di acquerelli che costituiranno la sua prima mostra personale a Modena nel 1966. Approda al Surrealismo nel 1970  dopo diverse esperienze pittoriche interessando la critica più attenta che lo  segnala come uno degli artisti più sensibili e fantasiosi. In un primo momento segue l’opera magrittiana, quindi passa ad un “surrealismo simbolico” dove prevalgono le chine colorate e soggetti come il pugno e i cartelli stradali. Infine, Nel 1973 divide lo studio a Riva del Garda, con il pittore cileno Gaston Orellana e conosce a Milano il poeta e critico d’arte Raffaele Carrieri che in seguito collaborerà con una sua poesia alla cartella di incisioni “le altre vite”. Nel 1974, elabora una sua personale interpretazione dell’ “automatismo gestuale” che negli anni si perfeziona soprattutto dal punto di vista compositivo mettendo in luce una non comune pulizia segnica. Nel ’75 collabora con  la Galleria Angolare di Milano e la Sources di Parigi, nel 1976, incisioni e disegni vengono proposti per la prima volta nelle aste della Wolfgang Ketterer di Monaco. Come incisore e disegnatore raggiunge negli anni Ottanta una buona notorietà che gli permette di essere presente  nelle migliori gallerie francesi, tedesche, belghe, svizzere e italiane.
Nel frattempo si trasferisce in Trentino, a Riva del Garda, dove nel 1984 gli viene affidato l’incarico di  coordinatore responsabile del  Consorzio Casa degli Artisti “G. Vittone”, ente di iniziative culturali promosso dai comuni di Tenno,  Riva del Garda, Arco e Nago-Torbole trasformandolo in uno dei prin cipali punti di riferimento espositivo e di attività di promozione dell’arte figurativa nella zona dell’Alto Garda. Fra le iniziative più significative che dalla sua mano prendono forma in questi anni segnaliamo:  “Biennale Internazionale della Grafica”, “Canzoni in copertina”, “Quaranta artisti per Wolfgang Goethe”, “Aesthetronica in Nuce”,  “Rustico Medioevo”, “Convegno di Arteterapia”, “Tra Sogno e Magia”. Più tardi, pur proseguendo nella sua attività  pittorica,  avvia una serie di  collaborazioni e consulenze con il Gruppo Editoriale Fabbri, il Centro Italiano per le Arti e la Cultura, ed altre Associazioni organizzando mostre in numerosi comuni e province della penisola.

Attraversamenti di materia spirituale che trasformano il dettato della Commedia in una visionaria topografia dell’inconscio: sostanza della metamorfosi e luce corrosa che dissolve la certezza della forma, restituendo all’essere la sua condizione liminare, sospesa fra carne e spirito, memoria e dannazione. Nelle visioni di Franco Pivetti l’Inferno si tramuta in un respiro cosmico, restituendo materia viva alle anime rappresentate. In questo ciclo dedicato all’Inferno dantesco, le atmosfere sembrano emergere da una combustione originaria. Le vaste distese d’ocra, rame e vermiglio ardono come cieli senza alba, come orizzonti sospesi in un tempo anteriore alla redenzione. In questa luce ferita si agitano creature ibride, fragili e solenni, esseri che recano nelle membra la memoria della metamorfosi e della colpa. Non vi è nulla di illustrativo nel gesto di Pivetti: ogni figura appare piuttosto come una reliquia visionaria, un frammento di sogno sopravvissuto alla rovina del mondo. Il processo compositivo che caratterizza il codice espressivo di Franco Pivetti è l’automatismo gestuale, che si manifesta come pratica di emersione dell’inconscio formale: una scrittura visionaria che pare affiorare direttamente da una regione prelogica dell’immaginazione. Il segno non sembra nascere da un progetto rigidamente compositivo, bensì da una lenta deriva interiore, da una dinamica automatica e medianica nella quale la mano si fa strumento di una necessità psichica più profonda. Le figure biomorfe si aggregano infatti secondo una sintassi organica e metamorfica, quasi fossero il risultato di un processo di germinazione spontanea, di una proliferazione cellulare sospesa tra anatomia, memoria onirica e allucinazione simbolica. L’automatismo di Pivetti non possiede tuttavia la brutalità impulsiva del gesto informale; al contrario, si sviluppa attraverso una disciplina segnica di estrema lucidità. La linea procede con una continuità ipnotica, come se il pensiero venisse trasferito direttamente sulla superficie, senza soluzione di continuità tra impulso mentale ed esecuzione grafica. Vi è, in questo fluire del tratto, una qualità quasi respiratoria: il segno si espande, si contrae, si avvita su sé stesso, articolando una morfologia instabile che richiama simultaneamente apparati organici, innesti vegetali, anatomie fossili e residui di una zoologia immaginaria. Le curvature filamentose, le torsioni tubulari e gli agglomerati membranosi costruiscono un lessico figurativo di matrice surrealizzante, depurato però da ogni intento narrativo. Pivetti lavora piuttosto sull’evocazione, sulla capacità del segno di suggerire organismi impossibili e metamorfosi perpetue. L’occhio dello spettatore è così indotto a percorrere il disegno come un territorio psichico, seguendo il ritmo sinuoso delle linee che si concatenano secondo una logica simultaneamente biologica e musicale. L’opera pittorico-grafica di Franco Pivetti appare dunque come il risultato di una tensione costante tra controllo e abbandono: da un lato l’automatismo visionario, dall’altro una rigorosa eleganza esecutiva che conferisce all’intera composizione un’aura di preziosa sospensione poetica.

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