di Francesca Benardi
Alle Gallerie Civiche di Palazzo Ducale di Pavullo nel Frignano, METAMORFOSI attraversa la ricerca di Cesare Leonardi e la consegna a due sguardi contemporanei. Il punto più interessante della mostra non sta dove ci si aspetta. Si scende sotto il livello del terreno, si oltrepassa una tenda grigia e si entra in una stanza buia. Su una superficie traslucida incastrata nel vano di una finestrella compare il cortile del palazzo, capovolto. Le foglie dell’albero di fronte si muovono adesso, mentre guardate. Se qualcuno attraversa
il cortile, lo vedete passare a testa in giù, nell’istante esatto in cui accade.
La camera ottica realizzata da Francesco Fantoni per questa occasione è l’unica funzionante in un palazzo storico italiano insieme a quella ottocentesca della Rocca Sanvitale di Fontanellato, e vale da sola il viaggio a Pavullo. Vale
soprattutto come chiave di lettura di tutto il resto. Al piano superiore la mostra ricostruisce il percorso di Cesare Leonardi (1935-2021), architetto, fotografo, designer e ricercatore ostinato. La ricerca sugli alberi nasce agli studi fiorentini di architettura da una constatazione semplice: la letteratura botanica descriveva le specie, nessuno aveva costruito uno strumento per progettare con loro. Da lì parte un’indagine che dura oltre due decenni, migliaia di chilometri percorsi insieme a Franca Stagi e ai collaboratori dello studio, ogni esemplare fotografato, misurato, ridisegnato in scala e isolato dal contesto per capirne struttura e portamento. Il risultato confluisce nel 1982 ne L’Architettura degli Alberi, ancora oggi riferimento internazionale per la progettazione del paesaggio.
L’albero, spiegano bene i pannelli di sala, non è il tema di quella ricerca. Ne è il punto di partenza. Osservando le chiome Leonardi ricava un principio che poi applica ovunque: nessuna forma è definitiva, ogni identità coincide con la propria capacità di trasformarsi. Il metodo attraversa la fotografia, dove le grandi composizioni per accostamento moltiplicano i punti di vista invece di fermarne uno; il colore, che nel Carpinus betulus del 1962-63 diventa registrazione delle stagioni e in Football si libera da ogni funzione descrittiva grazie alla rottura di un tubo catodico; la scultura, dove Bosco rende visibile il movimento e Farfalle trasforma l’ombra di San Petronio in ali di insetto; il design dei Solidi, sistema di arredi ricavati da tavole d’abete da cantiere secondo una regola che non produce scarto e genera centinaia di configurazioni.
La sala dedicata all’architettura contiene il passaggio che tiene insieme la mostra intera. Parco Amendola a Modena, realizzato tra il 1972 e il 1981, applica al progetto urbano le tavole del volume: forme delle chiome, colori stagionali, ombre e sviluppo futuro diventano materiali da costruzione al pari dell’acqua e del terreno. La torre-faro alta quaranta metri montava proiettori rotanti che compivano un giro completo ogni ora, facendo scorrere le ombre lentamente attraverso il parco come una meridiana notturna. Nel grande plastico esposto i fasci luminosi sono stati resi come volumi solidi, e un fenomeno immateriale prende corpo.
Nella relazione di progetto i due progettisti scrivevano che un parco si comprende davvero soltanto dopo molti anni, quando alberi, prati, stagioni e persone ne hanno costruito insieme l’equilibrio. E aggiungevano una domanda che suona come una sfida rivolta a chi verrà: chi potrà vedere compiuto ciò che oggi è appena iniziato.
La mostra dura tre mesi. La verifica che Leonardi invocava ne richiede quaranta. Ogni esposizione dedicata a un lavoro simile deve fare i conti con questa sproporzione, e il modo in cui la affronta è il criterio più onesto per giudicarla.
Al centro del percorso sta la ricostruzione della casa-laboratorio del Villaggio Artigiano Modena Ovest, dove Leonardi ha vissuto e lavorato senza distinguere le due cose. Libri, fotografie, schizzi, modelli, prototipi, dipinti e arredi convivono senza gerarchie, secondo un principio dichiarato: fotografare, disegnare, misurare, segare il legno erano modi diversi della stessa operazione
conoscitiva. L’allestimento compie qui la scelta giusta. Si entra, si tocca, si sfogliano i volumi. Un laboratorio protetto da una corda sarebbe stato la fotografia di un laboratorio, e avrebbe contraddetto tutto ciò che i pannelli affermano. La ricostruzione invece resta praticabile, e in questo onora il
metodo invece di conservarlo. Una cosa però si perde, e non per colpa di nessuno. La casa vera si apriva sul giardino attraverso grandi vetrate, e gli alberi entravano visivamente nello spazio di lavoro fino a farne parte. Palazzo
Ducale è un edificio ottocentesco costruito per altri scopi. Il giardino qui viene suggerito, evocato, lasciato intuire. Non entra. Al centro esatto della mostra si apre una mancanza precisa: manca la natura che quella ricerca aveva reso condizione permanente dello sguardo.

Il piano inferiore riempie quel vuoto, e lo fa partendo da una condizione ancora più sfavorevole. La Galleria Francesco IV occupa il seminterrato, isolata per definizione dalle trasformazioni del mondo esterno, priva perfino della fortuna di una finestra decente. Fantoni ne fa il presupposto del lavoro.
Paesaggio in prestito prende il nome dal jièjǐng del giardino classico cinese, dove il paesaggio circostante viene incorporato nella composizione senza possederlo, e diventa qui un’operazione critica esatta: la mostra rimanda fuori da sé. La camera ottica è la vetrata che alla casa-laboratorio manca,
ottenuta con un sistema di lenti applicato a una finestrella. I cianotipi di grande formato raccolgono le ombre degli alberi del Parco Ducale, e la morbidezza dei contorni registra il movimento del sole e dei rami durante il tempo di posa. Acqua alle nuvole pretende che il visitatore bagni i pannelli perché le nuvole appaiano, e poi le lascia sparire di nuovo. Gli anaglifi restituiscono il parco in una tridimensionalità quasi tattile e spingono chi guarda verso l’uscita. Accanto, Luce flessibile di Andrea Cavani porta lo stesso principio nel campo del gesto. Palline da ping pong colorate scorrono su binari e ruotano sull’asse, orientando fasci luminosi su micro-paesaggi che cambiano a ogni movimento della mano. La continuità con i Solidi è dichiarata e verificabile: pochi elementi, poche regole, onfigurazioni infinite. Il rischio dell’interattività decorativa è dietro l’angolo e la mostra lo sfiora, salvandosi perché i pannelli non sono giochi ma prototipi di un progetto avviato nel 2011 e mai concluso.
METAMORFOSI risponde alla domanda del 1982 nel modo meno museale possibile. Non con la teca, non con la celebrazione. Mandando chi guarda nel parco, con gli occhiali rossi e blu ancora in mano.
METAMORFOSI. Fotografie, progetti, prototipi ispirati all’osservazione degli alberi
Gallerie Civiche di Palazzo Ducale, via Giardini 3, Pavullo nel Frignano (MO)
Fino al 1 novembre 2026, ingresso libero Opere di Cesare Leonardi, Andrea Cavani, Francesco Fantoni
A cura dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Pavullo nel Frignano e della Fondazione Archivio Leonardi di Modena, con il
contributo artistico di Giulio Orsini, Andrea Cavani, Francesco Fantoni, Simona Negrini
Orari: martedì e giovedì 10-13 / 15-18 (luglio e agosto 10-13 / 16-19), sabato 10-13 / 16-19, domenica e festivi 16-19. Su richiesta
lunedì, mercoledì e venerdì 10-13 Informazioni: 0536 29964





