Il 2023 segna per l’Arena di Verona la centesima stagione d’Opera. L’avvenimento è di certo eccezionale, e viene celebrato a dovere con una serata altrettanto straordinaria, raccontata in questo precedente articolo. Un’Aida nuova, questo promettevano i manifesti già in circolazione da un po’, per commemorare 100 anni di lirica nel teatro simbolo di Verona.
Di produzioni fatte di sabbia e di piramidi, nel bene e nel male, ne abbiamo viste più che a sufficienza, ed è ragionevole credere che l’aspettativa del pubblico areniano fosse perlopiù quella di vedere qualcosa di inedito, di assistere ad una lettura registica fresca ed innovatrice, in grado di svecchiare quell’immagine faraonica e un po’ arcaica che – per quanto iconica – non può dominare la scena per sempre. Allo stesso tempo, ci si poteva di certo attendere un progetto maestoso, grande, in linea con la celebrazione di una storia d’Opera fatta di produzioni mastodontiche e studiate per stupire. L’attesa, dunque, era per qualcosa di nuovo ed imponente: un Colossal moderno. Il trentino Stefano Poda, che dell’allestimento firma regia, scenografia, costumi, coreografie e pure luci, non delude questa aspettativa, e proietta gli spettatori in un’Aida futuristica e surreale, per nulla minimalista.

Aida – EnneviFoto

La scena è sostanzialmente dematerializzata, e le ingombranti strutture che si è abituati a vedere sul palco lasciano il posto ad un mondo fatto di luci, riflessi ed effetti visivi. Una gigantesca mano fatta di reticoli metallici funge da sfondo al palco intero, e si muove continuamente grazie ad un’animazione meccanica delle falangi, aprendosi e chiudendosi. Mani anche ai lati del palco, in cima a delle picche che costeggiano tutto il perimetro calpestabile, e in cima ad altre picche impugnate dai personaggi in scena. Vistosissime proiezioni di luci creano delle strutture nell’aria, grazie ad una costante inondazione di fumo bianco che invade il palco e il cielo sopra di esso. I costumi sono curati, alcuni molto belli, in generale estremamente appariscenti e in molti casi tappezzati di brillanti, specchi e altri elementi luccicanti. Il pavimento stesso, sul quale ha luogo l’intera vicenda, è una lastra ininterrotta di lucidissimo vetro illuminato. Mani e piedi sono di colore rosso per quasi tutti i personaggi, un rosso sangue di cui si ritrova imbrattato anche il volto di Aida. I movimenti delle masse sono perlopiù corali nella direzione, ma disordinati nei singoli gesti, e ricordano spesso il moto di uno sciame o di una massa di insetti striscianti.

Aida – EnneviFoto

Tutto, insomma, è simbolico: ogni movimento, ogni oggetto, ogni idea ed ogni gesto pare voler racchiudere un significato criptico e misterioso, finendo per trasmettere la sensazione che il significato non esista proprio. E se esiste, ahimé, sembra nascosto un po’ troppo in profondità. Non si tratta dell’abbandono dell’immagine classica di Aida, né tantomeno del distacco dagli originali luogo e tempo, ormai in grado di scandalizzare solo il più affezionato laudator temporis acti. Ciò che non convince è la totale dissoluzione dell’idea di Teatro. La vicenda, infatti, non si trova solo in un non-tempo e in un non-luogo, ma viene svuotata di qualunque concretezza d’azione, e si svolge puramente attraverso gesti allegorici, quasi ritualistici. Ne rimane un imponente e luminoso palcoscenico, con più di quattrocento persone ed un sofisticato complesso tecnologico di fumo e scintillii, un quadro che innegabilmente colpisce alla vista, e che ha tutta la forza di stupire il pubblico nei momenti iniziali dell’Opera. Lo sviluppo, poi, non riserva molte altre sorprese: fatta eccezione per botole e ascensori da cui fanno ingresso grandi masse di persone e qualche impalcatura trasportante delle specie di mummie, tutto rimane com’è. Non si distinguono cambi di scena, né distinzioni di luogo, e persino i movimenti sono quasi sempre lentissimi e riconducibili ad uno stesso schema. Un quadro statico che rischia di far scemare man mano il coinvolgimento del pubblico.

Aida – EnneviFoto

La bacchetta è quella di Marco Armiliato, che con saggezza conduce l’imponente apparato musicale attraverso pagine ben note agli artisti della fondazione, ma pur sempre articolate e a tratti complesse da gestire. Il risultato è bello, con una resa musicale decisamente ordinata e precisa, soprattutto se si considera la difficoltà introdotta dai posizionamenti inusuali e dalle enormi dimensioni degli spazi. Piacevole il suono di un’orchestra particolarmente attenta e sempre coesa, e altrettanto lodevole la prova del coro, preparato dal nuovo Maestro Roberto Gabbiani. Qualche scelta agogica un po’ dilatata nel primo atto lascia poi spazio ad una lettura più scorrevole del resto della partitura, e il risultato è sicuramente più che positivo. Vera star dell’evento mondiale è il soprano russo Anna Netrebko, che nel ruolo del titolo ammalia l’Arena intera mettendo in campo il solito insieme vincente di tecnica, gusto musicale e grande capacità vocale. Una garanzia, che conquista un’altra volta il pubblico veronese scolpendo un’Aida che – nonostante l’ambientazione colossale – dà il meglio nei tratti più intimi e riflessivi del personaggio, quando la parte le riserva quei pianissimo in cui riesce ad unire la delicatezza di un’interpretazione magistrale alla decisione necessaria per riempire un teatro da 30mila posti. Al suo fianco Yusif Eyvazov, compagno sul palco e nella vita, questa volta nei panni di Radamès. Tralasciando le ormai superflue considerazioni su un timbro che può non piacere, gli va riconosciuto un importante lavoro di lettura musicale e di interpretazione, sia nel canto che nel dar vita al personaggio. Il tenore dà il via all’Opera con una “Celeste Aida” pulita, ben pesata e di piacevole ascolto, e regge tutto sommato bene il lungo protrarsi dell’Opera, giungendo lucido e in forze per un meraviglioso duetto finale.

Aida – EnneviFoto

Olesya Petrova è Amneris, e si dimostra più efficace nei tratti eroici ed agguerriti del personaggio, momenti in cui può sfoderare un volume importante, soprattutto nel registro più acuto, ed una certa agilità vocale. In altri punti, invece, risulta leggermente fuori forma, ma comunque sempre ben inserita nello svolgersi della vicenda. Un po’ altalenante nella performance, ma bene nel complesso, l’Amonasro di Roman Burdenko, anch’egli forse non al massimo della forma.  Michele Pertusi e Simon Lim, rispettivamente nei panni di Ramfis e del Re, sono due bassi solidi e dalla vocalità imponente, e risultano ben calati nei personaggi. Completano il cast Riccardo Rados (un messaggero) e Francesca Maionchi (una sacerdotessa), con professionalità e sicurezza. La risposta del pubblico è sempre positiva e generosa, con grandi applausi alla fine delle arie più celebri e al termine dell’Opera, per tutti gli artisti. L’ovazione più calda, però, l’Arena la riserva ad Anna Netrebko, che si conferma la protagonista assoluta della serata.

Aida – EnneviFoto

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