di Franco Ballardini.
Riva del Garda, Auditorium del Conservatorio, 6 giugno 2026, ore 21
Şerfedin – Canto sacro Yazidi
Lo Şivano ( Oh Pastore ) – Canzone popolare curda
La Pastorella delle Alpi di Gioacchino Rossini
Çiyayên Me (Le nostre montagne) – Canzone popolare curda – Arr. FatihMarufoğlu
Dayê – Rojek Tê ( Mamma, Verra’ quel giorno ) di Nizamettin Ariç Arr. Ajlan Akyüz
Rinaldo: Lascia ch´io pianga di G. F. Händel
Dayê Welat Şêrîn e – ( Mamma, la patria e´ dolce ) – Kurdisches Volkslied
Die Csárdásfürstin: Heia heia ist Mein Heimatland – Emmerich Kálmán
Kirasê te meles e – ( Il tuo vestito e fatto di tulle ) – Canzone popolare curda Arr. Ajlan Akyüz
Les Filles de Cadix ( Le ragazze di Cadice ) di Leo Delibes
Şirin Şirin ( dolce dolce ) – Canzone popolare curda – Arr. Ajlan Akyüz
Ez Kevok Im ( Sono un piccione ) – Canzone Popolare curda- Arr. Yusuf Yalçın

Il pubblico in sala, in attesa del concerto, ne scorre il programma e vi trova una curiosa miscellanea: Rossini, Haendel, Delibes, Kálmán, alternati con canti popolari curdi. I puristi, d’ambo i generi, probabilmente insorgono e s’insospettiscono: come si può mescolare il diavolo e l’acqua santa, la musica colta e quella popolare? E temono il menu turistico, il pot-pourri buono per tutti i gusti. Ma si sbagliano. La cantante viene da un’eccellente formazione lirica e da una carriera operistica internazionale, che le permettono d’interpretare con facilità e competenza il tardo barocco tedesco (Haendel) e il primo Ottocento italiano (Rossini), la chanson fin de siècle francese (Delibes) e l’operetta viennese d’inizio Novecento (Kálmán). Ma è anche nata nelle regioni curde della Turchia e dunque conosce bene e porta con sé pure la tradizione musicale del suo paese. A uno sguardo più attento poi si può notare che anche le composizioni europee sono tutte “interetniche”: l’aria di Haendel appartiene a una sua opera italiana (Rinaldo), la melodia di Rossini è (per l’argomento) una “Tirolese”, quella di Delibes una chanson espagnole (Les filles de Cadix/Le ragazze di Cadice) mentre ungherese è il soggetto dell’operetta (Die Csárdásfürstin/La principessa della ciarda) di Emmerich Kálmán (ungherese anch’egli).
E rileggendo il programma si può inoltre scorgere un filo conduttore che collega ogni brano al successivo: dopo un canto sacro yazidi (Şerfedin), la Pastorella delle Alpi rossiniana è preceduta e seguita da due canti popolari curdi dedicati a un pastore (Lo şivаno/Il pastore) e alle montagne (Çiyayên me/Le nostre montagne), il celebre Lascia ch’io pianga di Haendel è preparato da un altro “lamento” (Dayê Rojek Tê/Mamma, verrà quel giorno) così come il rimpianto affettuoso della propria terra (Dayê welat şêrîn e/Mamma la patria è dolce) introduce il Lied-ciarda sullo stesso tema (Heia heia in den Bergen ist mein Heimatland/Heia heia fra i monti è la mia patria), una vivace canzone d’amore (Kirasê te meles e/Il tuo vestito è di tulle) prelude alle civettuole fanciulle del bolero di Delibes, dopo il quale vi sono altre due melodie di danza (Şirin şirin/Dolce dolce ed Ez kevok im/Io sono una colomba).
Un programma insomma tutt’altro che improvvisato o assemblato alla rinfusa, ma attentamente meditato nella scelta e nella sequenza dei brani.
Quanto alla mescolanza fra musiche d’autore e popolari, basterà ricordare che la musica scritta è sempre nata da precedenti tradizioni orali, che ha inoltre ripreso spesso e volentieri anche in seguito, in maniera più o meno libera o scrupolosa. Superate (forse) in tal modo le ubbie dell’ascoltatore “classico”, rimarrebbero quelle dell’etnomusicologo. Tranne un testo firmato dal compositore, cantante e regista curdo Nizamettin Ariç (Dayê Rojek Tê/Mamma, verrà quel giorno), il repertorio popolare è qui arrangiato per voce e pianoforte, strumento partorito dalla musica eurocolta occidentale. Ma gli “arrangiatori” sono compositori curdi o provenienti dall’Anatolia (Fatih Marufoğlu, Ajlan Akyüz, Yusuf Yalçın), quindi vicini ai luoghi d’origine di queste musiche, e il risultato è un’interessante mediazione fra le due culture. E se il pianoforte può cambiare i suoi colori, esaltare o attenuare la percussione delle corde, allungare o accorciare le sue vibrazioni, ma non può negare il suo timbro fondamentale né uscire dalla sua accordatura temperata, la voce è invece più duttile e condivisa, è in fondo il medesimo strumento anche se usato in modi assai diversi, ma appunto perciò capace – dipende dall’interprete – di passare dall’uno all’altro. In tempi di globalizzazione il vero pericolo è l’omologazione, non il contatto e lo scambio, e un concerto non è una “ricerca sul campo”, ma può essere il punto d’incontro fra popoli e lingue musicali differenti.

La voce di Pervin Chakar è potente ma dolce, ammorbidita dall’attacco graduale e dal ricco alone di armonici, con una leggera prevalenza dei toni acuti (è un soprano) ma un colore molto omogeneo lungo tutta l’ampia tessitura che sa percorrere con grande agilità. È dunque perfettamente in grado di intonare gli appassionati “affetti” di Haendel e gli allegri jodler belcantistici di Rossini, le ispaniche movenze di Delibes, ora maliziosamente languide ora focose (con tanto di nacchere) e quelle magiare di Kálmán, prima distese in un lento grido discendente poi lanciate in un frenetico ballo collettivo; e di alternare tutto ciò con le ieratiche intonazioni yazidi e le ampie ballate narrative o liriche popolari, i più svelti movimenti delle danze e le “improvvisazioni” vocali in ritmo libero del bellissimo bis Heyran Jaro, con le lunghe note tenute e la veloce recitazione quasi parlata, i portamenti glissati verso l’alto e i rapidi abbellimenti ripetuti. Bravo il pianista, il giovane Luca Sartori, che sta completando gli studi di “maestro collaboratore” ma ha già vinto importanti concorsi e dimostrato, anche in questa occasione, un buon controllo della tastiera e soprattutto la capacità di accompagnare la solista, emergendo e dialogando quando occorre.
Inevitabile e sacrosanto il messaggio politico che Pervin Chakar esprime con la sua musica in nome della libertà del popolo curdo e della pacifica convivenza dei popoli. Numeroso e caloroso il pubblico, che ha accolto e apprezzato ogni momento del bel concerto organizzato nell’auditorium del Conservatorio dagli Amici della musica di Riva del Garda.







