di Costanza Pozza
Villa Cerchiari, Isola Vicentina, 31 Luglio 2026 | h 21.20
Operaestate Festival Veneto
𝗠𝗔𝗦𝗦𝗜𝗠𝗢 𝗖𝗔𝗥𝗟𝗢𝗧𝗧𝗢 𝗲 𝗔𝗡𝗗𝗥𝗘𝗔 𝗣𝗘𝗡𝗡𝗔𝗖𝗖𝗛𝗜
𝟯𝟬 𝙖𝙣𝙣𝙞 𝙙𝙖 𝘼𝙡𝙡𝙞𝙜𝙖𝙩𝙤𝙧𝙚
di Andrea Pennacchi
con:
Massimo Carlotto
voce narrante
Andrea Pennacchi
voce narrante
Maurizio Camardi
sassofoni e duduk
Sergio Marchesini
fisarmonica
Ricky Bizzarro
chitarra e voce
30 ANNI ALLIGATORE
Massimo Carlotto e Andrea Pennacchi festeggiano le nozze di perla della nascita della figura dell’Alligatore, un investigatore fuori dal comune, senza licenza, che non è un ex sbirro e che, per lavorare, necessita di sole due sedie, un tavolo e un bicchiere del suo cocktail speciale. Il personaggio, diventato simbolo del noir veneto, si è beccato sette anni di galera perché al tribunale non aveva nulla da dire in sua difesa, “se non cantare blues”. Infatti per campare durante gli anni universitari faceva il cantante in una band blues.
Oggi, scontata la pena, non canta più perché “la galera gli ha seccato la voce”.
Così viene introdotto il celebre personaggio, figlio dell’autore padovano Massimo Carlotto, in dialogo con Andrea Pennacchi, che si fa personificazione dell’Alligatore in quale prende forma ed esce dalle pagine dei romanzi. L’autore lo racconta come un figlio e poi, alla fine, anche un compagno di vita, perché, si sa, i personaggi finiscono per occupare, come fastidiosi inquilini, la testa dell’autore, che non li può di certo sfrattare e ci deve necessariamente convivere a vita.
Ma insieme all’Alligatore vengono ricordati anche i due compagni di indagine: Beniamino Rossini e Max la Memoria.
Il primo è una sorta di criminale dalle buone maniere, ispirato a un amico veramente esistito, e il secondo invece è un ex militante di sinistra, genio informatico e buongustaio dal cuore grande.
Insieme percorrono la strada verso la ricerca ossessiva della verità, quella dell’Alligatore, si intende, che quasi mai coincide con quella processuale. Per il singolare investigatore, credere ciecamente nelle indagini è da sognatori, perché lo ha imparato a sue spese; a volte anche la giustizia gioca sporco e finisce per punire gli onesti.
Questa strada però lo porta ad accumulare troppe storie che lo segnano profondamente, così tanto che “ha sempre il becco nel bicchiere”. E qui il tono dello spettacolo da ironico si fa presto più riflessivo, perché l’alcol funge da dimenticatoio per allontanare i vecchi incubi della galera.
In armonia con questa atmosfera malinconica e ironica, intervallano i dialoghi canzoni venete che permettono allo spettatore di calarsi ancora di più nella parte, quella del Nordest italiano.
L’Alligatore opera appunto nella provincia del nord-est, in cui vige l’apparenza di una facciata che tuttavia scricchiola da quanto marcio nasconde. In provincia funziona così: se la tua rogna si ritrova alla mercé di tutti, sei finito, perché la provincia non perdona.
Allora la figura dell’Alligatore diventa fondamentale, perché si fa forziere di segreti succulenti, che potrebbero rovinare esistenze da un giorno all’altro. E questa sensazione l’Alligatore la conosce bene, perché è un pregiudicato che non può più partecipare nemmeno a un concorso alle poste. Insomma, è un marginale che osserva da lontano la società degli onesti. Questo lo porta a bere molto, ma, precisando, Carlotto conferma una certa influenza dell’autore sul personaggio.
Infine, Pennacchi è sicuramente l’interprete perfetto, perché con il suo personaggio, il Pojana, aggiunge una critica satirica nel suo stile al prototipo del nordestino, colui che si è dimenticato di esser stato contadino, onesto e migrante; tutto ciò che l’imprenditore medio del nordest di oggi rinnega.
L’Alligatore con la voce del Pojana si lamenta perché nessuno gli ha mai chiesto che donna volesse, che aspetto gli sarebbe piaciuto avere e forse anche perché la società, ormai, è cambiata. L’alligatore, all’alba dei suoi 30 anni, vive in un mondo non più suo, non che lo sia mai stato, alla fine, lui, l’ha sempre osservato da lontano. Un po’ come Beniamino che rinuncia alla criminalità moderna, perché anche quella ha perso i suoi valori, esattamente come la società che è diventata più disonesta.
Tutto si chiude con una canzone che racconta di un mondo che gira, gira e gira, e verrebbe da aggiungere: così forte che cadiamo tutti a terra perché va troppo veloce.
Forse in fondo il tempo in galera non è così male, è come se si fermasse per permettere a chi lo vive di starci e basta, senza fretta.
Carlotto e Pennacchi ci regalano un’ora e mezza di un dialogo riflessivo e sarcastico, in cui l’autore si confronta con il suo personaggio più iconico. Sullo sfondo di una melodia veneta che non interrompe i discorsi, ma anzi, regala quella malinconia giusta sia per ricordare un personaggio che ha fatto la sua storia, sia per una società ormai cambiata, non più quella di prima.Riflettendoci forse l’Alligatore non è solo un personaggio da celebrare, ma una delle poche voci fuori dal coro a cui dovremmo dare retta per interrogarci sul presente. Grazie all’ironia veneta e al disincanto di chi ha vissuto momenti bui, continua ad offrire provocazioni, spunti e domande e ci ricorda che la realtà non è sempre quella che ci viene offerta e, spesso, imposta.
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