di Walter Sirsi
Riva del Garda, Auditorium del Conservatorio 22 febbraio 2022, ore 20.45
Stagione prosa 24-25
Trentino Spettacoli
Luna e GNAC Teatro
ALFONSINA STRADA Una corsa per l’emancipazione
con Federica Molteni
regia di Michele Eynard
Una storia vera. Alfonsina Morini Strada è figlia di contadini e di un tempo che non ha scelto, i primi del ‘900. Un tempo in cui il ciclismo è per impavidi eroi. Sono forti, sono gagliardi. E sono tutti maschi. Alfonsa Rosa Maria Morini nota con il nome da coniugata Alfonsina Strada (Castelfranco Emilia, 16 marzo 1891 – Milano, 13 settembre 1959) è ritenuta tra le pioniere della parificazione tra sport maschile e femminile. È stata professionista dal 1907 al 1936 in un Italia in cui le donne non votavano.
Alfonsina è una bambina di dieci anni quando si innamora della bicicletta. È una ragazzina quando si allena di nascosto con la vecchia bici del padre. È una donna quando diventa una ciclista, una campionessa, una vera sportiva. Ma soprattutto, Alfonsina è uno SCANDALO Perché vive nell’Italia di cento anni fa rurale e contadina, ma alla bici affida il suo riscatto sociale.
Nel 1911, a Moncalieri, stabilì il record mondiale di velocità femminile, raggiungendo la velocità di 37,192 chilometri orari, superando quello stabilito otto anni prima dalla francese Louise Roger. Nel 1912 la notò Fabio Orlandini, corrispondente della Gazzetta dello Sport da Parigi, che la raccomandò ad alcuni impresari francesi affinché la mettessero sotto contratto per le gare su pista nella capitale. Così, nei due anni seguenti, l’italiana ottenne numerosi successi correndo nel Vélodrome Buffalo, nel Vélodrome d’Hiver e al Parco dei Principi, vedendo incrementare notevolmente la propria popolarità.e ottenendo il rispetto dei suoi colleghi maschi e un sostegno dalla Gazzetta dello Sport. Nel 1924, la Gazzetta dello Sport, le permise di iscriversi al Giro d’Italia di quell’anno. Fu quella probabilmente una scelta di puro carattere promozionale: per partecipare le squadre più prestigiose avevano infatti chiesto delle ricompense in denaro, e al secco no degli organizzatori avevano deciso di disertare la corsa. Mancavano così campioni come Girardengo, Brunero, Bottecchia; gli atleti dovevano peraltro iscriversi a titolo individuale. Nonostante i ritardi accumulati sui tratti di tappa i suoi arrivi erano attesi e festeggiati. «In sole due tappe la popolarità di questa donnina si è fatta più grande di quella di tutti i campioni assenti messi insieme. Lungo tutto il percorso della Genova-Firenze non si è sentito che chiedere: – C’è Alfonsina? Viene? Passa? Arriva? A mortificazione dei valorosi che si contendono la vittoria finale, è proprio così. È inutile, tira più un capello di donna che cento pedalate di Girardengo e di Brunero. […] D’altronde a quale scopo, per quale vanità sforzarsi d’arrivare un paio d’ore prima? Alfonsina non contende la palma a nessuno, vuole solo dimostrare che anche il sesso debole può compiere quello che compie il sesso forte. Che sia un’avanguardista del femminismo che dà prova della sua capacità di reclamare più forte il diritto al voto amministrativo e politico?» (Silvio Zambaldi, “La Gazzetta dello Sport”, 14 maggio 1924).

Fu un giro duro, per un momento fu esclusa ma riammessa alla competizione. Dei novanta ciclisti partiti da Milano all’inizio del Giro, solo in trenta completarono la corsa, e così, fra essi, figurò Alfonsina Strada. Continuò l’attività in pista. Nel 1937 riuscì a battere a Parigi la campionessa francese Robin. Nel 1938 conquistò a Longchamp il record dell’ora femminile non ufficiale con 35,28 km. Nel dopoguerra aprì una officina di biciclette con il secondo marito. Morì a 68 anni a Milano mettendo in moto la sua Moto Guzzi 500.
Al Museo del paracarro di Canezza (Pergine Valsugana) c’è un grosso paracarro rosa dedicato a lei.

Lo spettacolo a lei dedicato con la regia di Michele Eynard ne ripercorre la vicenda lei come eroina, spettacolo di una volta dove il mito era essenziale. Una mini compagnia con un cuore enorme, un racconto che ti fa sentire in sella dall’inizio alla fine, dove Federica ha un ritmo empatico e incalzante e Michele con le musiche le fa da contraltare.
Una predestinata con il carisma di una guerriera, una ragazza che ha combattuto le ipocrisie di quegli anni, dove la bicicletta veniva chiamata “Macchina” era uno velocipede per quasi solo uomini, le donne potevano al massimo cavalcarle e avere le caviglie in vista, null’altro. Una femminista ante litteram che non ha combattuto per essere femminista, ma per avere la stessa dignità degli uomini. Spettacolo godibile e tenero.
Intervista a Federica Molteni a cura di Walter Sirsi
(per gentile concessione di Federica Molteni Riva del Garda 22 febbraio 2025)






