di Costanza Pozza
Roma, Teatro Cometa, 28/03/2026 ore 19
La storia è questa. Il processo di Giovanna D’Arco
di Teresa Cremisi e Chiara Valerio
adattamento dello spettacolo site specific realizzato al Teatro
Mercadante di Napoli a cura di Liv Ferracchiati
con Caterina Tieghi (Giovanna d’Arco)
Riccardo Goretti (l’Anonimo cronista)
voci in ordine di apparizione
Giovanni Battaglia (Pierre Cauchon, giudice),
Gennaro Di Biase (San Michele)
Laura Marinoni (Santa Caterina d’Alessandria)
Anna Coppola (Santa Margherita di Antiochia)
Nicola Conforto, Francesco Roccasecca, Rosario Sparno (soldati)
scene e luci Simone Mannino
Sound designer Giacomo Agnifili
costumi Gianluca Sbicca
aiuto regia Piera Mungiguerra
Produzione Teatro
di Napoli – Teatro Nazionale
ph. © Teatro Cometa-Roma
EROINA O PAZZA ERETICA? La storia del processo a Giovanna d’Arco raccontata da un bizzarro cronista a teatro
Dal 24 al 29 Marzo, al Teatro della Cometa, a due passi da Piazza Venezia, si è tenuto lo spettacolo scritto a quattro mani da Teresa Cremisi e Chiara Valerio, con la regia di Liv Ferracchiati e l’impeccabile interpretazione di Caterina Tieghi (Giovanna d’Arco) e Riccardo Goretti (l’Anonimo cronista): La storia è questa. Il processo di Giovanna d’Arco. Si tratta di una rilettura in chiave contemporanea del processo giudiziario che portò alla condanna a morte della conosciutissima Pulzella d’Orléans. In breve: durante la guerra dei Cent’anni, Giovanna, una giovane contadina, sente voci divine che le comandano di liberare la Francia dagli inglesi per portare al trono il delfino Carlo VII. Guidata dalle voci di San Michele e delle sante Caterina e Margherita, indossa abiti maschili, si taglia i capelli e parte per la guerra, dove gioca un ruolo decisivo per la riconquista d’Orleans. Purtroppo la gloria dura per poco: Giovanna viene catturata dai Borgognoni e venduta agli inglesi. Da lì ha inizio il durissimo processo all’eroina francese, che le autrici riscrivono con disincanto e ironia.
Giovanna si presenta al pubblico su una lunga pedana, spazio unico in cui si svolge l’intera pièce: vi cammina, resta in bilico, cade e si trascina, rendendo fisicamente il calvario che la conduce alla condanna.

La voce del giudice, storicamente vescovo Pierre Cauchon, è priva di corpo: proviene da un megafono posto in alto a sinistra, che con tono inquisitorio, domanda alla giovane come, dove, e in quali momenti della giornata percepisse le voci divine. Dall’altro lato si colloca una figura introdotta dalle autrici: l’Anonimo cronista. Un uomo che funge da tramite tra l’eroina e lo spettatore, perché parla e si rivolge al pubblico, muovendosi tra le poltrone del teatro illuminato dalla luce strobo che lo esalta a coscienza esterna, quasi come un grillo parlante. Una figura interessante, che ricorda vagamente il narratore dei film di Wes Anderson, poiché funge da filtro ironico e da mediatore della storia: “alla Chiesa il sangue non piace, ma la carne arrosto si”. A differenza di Anderson, però, qui il cronista problematizza la realtà, o meglio la verità, mettendo in discussione anche le parole della protagonista, compiendo quella che Bachtin, citato dalle autrici, definirebbe un’operazione di rovesciamento: da eroina gloriosa a pazza eretica da giustiziare.

Giovanna si trova così tra due entità maschili: il giudice inquisitore e l’ironico cronista. In ogni caso, una presenza maschile si impone su di lei, cercando di spiegare e interpretare ciò che è accaduto, arrivando a definirla strega, eretica, pazza e illusa. Il tono tragico si intensifica quando voci esterne, prive di corpo, accusano Giovanna di stregoneria, di possedere una mandragola, di aver indossato abiti maschili, di dormire con molti uomini e di usarli come servitori, trasgredendo la vera fede cristiana. Un “branco” di voci maschili irritate, indispettite e sospettose la conduce verso la follia, fino a quasi farle ritrattare le sue dichiarazioni. Forse Giovanna avrebbe dovuto restare a casa, diventare madre, sposarsi: insomma fare ciò che si ritiene conforme al ruolo di una “vera donna”, senza azzardarsi a mettersi, letteralmente, nei panni di un uomo. Perché, si sa, le streghe vanno punite, le streghe vanno bruciate e molto spesso quelle che bruciano sono donne.
Ma fortunatamente ciò che è scritto non brucia e oggi noi possiamo leggere il processo che condusse al rogo Giovanna d’Arco (Il processo di Giovanna d’Arco, a cura di Teresa Cremisi) e farci un’idea di come il potere religioso, spesso camuffato da quello politico, abbia influito e – continui a influire – sulla storia dell’individuo, commettendo spesso, troppo spesso, ingiustizie irreparabili.

A questo proposito viene in mente Michel Foucault e la sua riflessione sul potere: “sapere è potere”. Più noi conosciamo una pratica, più possiamo reprimerla, controllarla e gestirla; basti pensare alla sessualità, uno degli strumenti attraverso cui il potere esercita il proprio controllo sull’individuo. Giovanna, in questo senso, è scomoda: sfugge al controllo e sovverte l’ordine, indossando abiti maschili e partecipando alla guerra, infrangendo le convenzioni sociali. Il discorso religioso fa emergere anche un’altra tematica, ricorrente nelle opere del regista: l’identità di genere. Infatti, come afferma il giudice Cauchon, Dio “ripudia le donne che si vestono da uomini e gli uomini che si vestono da donne”, una tematica che si può collegare alla sua Trilogia sull’identità, che comprende Peter Pan guarda sotto le gonne, Stabat Mater (Premio Hystrio Scritture di Scena 2017) e Un Eschimese in Amazzonia (Premio Scenario 2017), presentati anche alla Biennale Teatro. Un regista sicuramente da conoscere, che, grazie al testo delle due autrici, dà vita a una vera e propria installazione museale, come di sua volontà aveva già dichiarato, rendendo, ancora una volta, il pubblico parte integrante della tragedia. Luci, suoni, voci e due corpi soltanto, conducono lo spettatore dentro la colpa attribuita a una giovane donna “vestita da uomo e svestita da donna”, che fino alla fine resta fedele alla propria fede, ardente e appassionata, fino al rogo: “tenete la croce in alto, voglio vederla anche in mezzo alle fiamme”.







