di Stefano Torboli
Torino, Teatro Regio, 8 aprile 2026, ore 20
Dialoghi delle carmelitane | Francis Poulenc
Yves Abel direttore d’orchestra
Robert Carsen regia
Christophe Gayral ripresa della regia
Michael Levine scene
Falk Bauer costumi
Robert Carsen, Cor van den Brink luci
Philippe Giraudeau coreografia
Ian Burton drammaturgia
Alejandra Gonzalez assistente alle scene
Bettina Hinteregger assistente ai costumi
Gea Garatti Ansini maestro del coro
Orchestra e Coro del Teatro Regio
Allestimento Dutch National Opera
Opera in tre atti e dodici quadri
Musica di Francis Poulenc
Libretto di Francis Poulenc
tratto dal dramma di Georges Bernanos (adattamento autorizzato da Emmet Lavery, basato su un racconto di Gertrud von Le Fort e una sceneggiatura di Padre Bruckberger e Philippe Agostini)
Prima rappresentazione assoluta: Milano, Teatro alla Scala, 26/01/1957
Jean-Francois Lapointe Marchese de La Force
Ekaterina Bakanova Blanche de La Force
Valentin Thill Cavaliere de La Force
Sylvie Brunet-Grupposo Madame de Croissy
Sally Matthews Madame Lidoine
Antoinette Dennefeld Madre Marie
Francesca Pia Vitale Suor Constance
Lorrie Garcia Madre Jeanne
Martina Myskohlid Suor Mathilde (Regio Ensemble)
Krystian Adam Il cappellano
Roberto Accurso L’ufficiale e Thierry
Isaac Galan Il carceriere e Secondo Commissario
Eduardo Martinez Monsieur Javelinot (Regio Ensemble)
Matthieu Justine Primo Commissario
Ci sono opere che si ammirano, altre che si ascoltano, altre ancora che si comprendono a posteriori. Dialogues des Carmélites di Francis Poulenc appartiene a una categoria più rara: quella delle opere che si attraversano.
La produzione presentata al Teatro Regio di Torino, nella celebre regia di Robert Carsen, ha restituito con notevole coerenza questa dimensione, offrendo una serata di grande intensità emotiva e rigore musicale. Tratto dal testo di Georges Bernanos e ispirato alla vicenda reale delle carmelitane di Compiègne ghigliottinate durante il Terrore del 1794, il lavoro di Poulenc nasce da una stratificazione complessa di fonti e suggestioni. Eppure, come emerge chiaramente in questa produzione, l’interesse del compositore si concentra meno sul dato storico-politico e più su quello intimistico: la Rivoluzione resta sullo sfondo, percepita quasi come un rumore lontano, mentre il vero centro dell’azione è l’interiorità dei personaggi, e in particolare di Blanche. Questa scelta drammaturgica trova una corrispondenza precisa nella lettura scenica di Carsen, che costruisce uno spazio essenziale, rarefatto, privo di sovrastrutture. La sua regia, ormai paradigma della scena operistica contemporanea, rinuncia a ogni forma di realismo descrittivo per lasciare allo spettatore la libertà di riempire il vuoto con le proprie immagini interiori. Il risultato è una scena “leggera” solo in apparenza: in realtà, proprio questa sottrazione permette alla materia drammatica, densa, a tratti opprimente, di respirare. È una scelta che funziona, e che si percepisce chiaramente come intenzionale: un contorno sobrio a un contenuto emotivamente carico, quasi necessario per renderlo sostenibile.
Fondamentale, in questo senso, è anche il lavoro sulle luci, che non si limita a illuminare lo spazio ma lo costruisce. I contrasti tra pieni e vuoti, tra visibile e suggerito, diventano parte integrante della narrazione: improvvise aperture che rivelano la collettività, ombre che isolano il gesto individuale. È una
drammaturgia luminosa che accompagna e amplifica quella musicale. Sul podio, Yves Abel conferma la sua profonda affinità con il repertorio francese e, in particolare, con questa partitura. La sua direzione si distingue per la capacità di far emergere il colore orchestrale senza mai appesantire il tessuto sonoro. Poulenc, spesso considerato compositore “tonale” in senso quasi riduttivo, rivela qui tutta la sua complessità: una scrittura che alterna tensione e sospensione, parola e silenzio, in cui anche l’assenza di accompagnamento diventa elemento espressivo. Abel governa questi equilibri con intelligenza, mantenendo una linea narrativa coerente e valorizzando in particolare gli interludi, che assumono una funzione quasi cinematografica. L’orchestra del Regio risponde con compattezza e qualità,offrendo una prova solida e partecipe, mentre il coro, pur nei suoi interventi limitati, contribuisce con efficacia alla costruzione dell’atmosfera
complessiva.
raramente si ha la sensazione di un cast così compatto nel servire una visione comune. Il cuore dell’opera, e della serata, resta però il suo finale. Poulenc costruisce qui uno dei momenti più sconvolgenti del teatro musicale del Novecento: la progressiva scomparsa delle voci, accompagnata dal
suono implacabile della ghigliottina, fino a un silenzio conclusivo che non è semplice assenza di suono, ma spazio carico di senso. La regia di Carmen evita ogni realismo crudo, trasformando la scena in una sorta di “danza verso la luce”, come da lui stesso definita. Il risultato è un’immagine di
grande bellezza e potenza simbolica, in cui la morte condivisa diventa non solo tragedia, ma compimento. In questo equilibrio tra musica, scena e interpretazione si coglie pienamente la natura dell’opera: una riflessione sulla paura, sulla libertà e sulla responsabilità individuale. Poulenc, profondamente segnato da esperienze personali e da una rinnovata spiritualità, costruisce un lavoro attraversato da un sentimento autentico universale: la paura della morte, e il tentativo di darle un senso.
Il pubblico del Regio, numeroso ed eterogeneo, ha seguito con attenzione e partecipazione, segno di un’opera che, pur nella sua complessità, riesce ancora oggi a parlare con forza; tra gli spettatori si notavano anche due sacerdoti, presenza discreta ma significativa, quasi a testimoniare come il nucleo spirituale del lavoro continui a dialogare con sensibilità diverse, ben
oltre il solo ambito teatrale. Questa produzione torinese conferma come Dialogues des Carmélites non sia solo un capolavoro del Novecento, ma un’esperienza teatrale necessaria. Non un’opera da vedere spesso, forse, ma sicuramente una di quelle che, una volta incontrate, restano.
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