di Annely Zeni
Venezia, Teatro La Fenice, 19 aprile 2026, ore 15.30
Del Lohengrin veneziano s’è detto tanto: produzione raccolta dall’opera di Roma in un nuovo allestimento dal teatro capitolino affidato a Damiano Michieletto,  protagonista nei territori coltivati del melodramma ed ora con Primavera anche nei campi arati del cinematografo. Assunto all’empireo di un caposcuola per una orgogliosa rivincita della scuola italiana.
Nella sovrabbondanza fantasmagorica di materiali musicali generati da una mente geniale e onnivora come quella di Richard Wagner resta comunque possibile individuare scelte di campo che accompagnano macro traiettorie organizzative. In un lavoro come Lohengrin, dove la narrazione oscilla tra realtà e fiaba, tra epica e poesia, c’è in primis la musica del potere: per le leggi del romanzo la vicenda si svolge in un preciso periodo storico con personaggi realmente esistiti, nobili, maschi ed eroici condottieri (Enrico l’Uccellatore) cui per mimesi con l’attualità ottocentesca s’attagliano sontuosi ritmi di marcia con grande dispendio di luminosi ottoni, gli stessi che Wagner ascoltava ed ammirava a Venezia nei concerti in piazza o nelle sontuose parate militare degli eserciti austriaci, sfavillanti di uniformi colorate.

Ma anche dai cori imponenti, sia quando atteggiati a soldati e popolo oppure a corifei di classica memoria, promana comunque una dimensione incitativa, energetica, al netto della solennità smaccatamente religiosa. Non è musica fragile. E’ la musica del fuori, di una entità sociale con i suoi miti e i suoi riti, brillante, tonale, fisicamente coinvolgente. Poi c’è la musica del dentro, dei buoni e dei cattivi, che oscilla tra la purezza dei violini divisi  arrampicati in cima al cielo mistico del Graal alla musica contaminata e le strategie compositive e comunicative non sono lontane da quanto l’antagonista Verdi sperimentava negli stessi anni con Macbeth: la coppia assolutamente shakesperiana Ortrud-Telramund investita di dissonanze cromatismi e timbri scuri come  Macbeth e la Lady, mentre gaie marce accompagnano l’ingresso della corte ed inni diatonici, tutti cadenze perfette, salutano il nuovo sovrano: al solo Macduff è concessa una vera e propria aria strappalacrime. “Sebbene Giuseppe Verdi e Richard Wagner siano spesso considerati rappresentanti di due mondi musicali opposti, il Macbeth (1847/1865) e il Lohengrin (1850) presentano similitudini notevoli, soprattutto se si considera il contesto romantico in cui sono nati e la volontà di entrambi i compositori di innovare il linguaggio operistico” recita didascalicamente la rete. Per l’appunto Lohengrin è un’opera romantica: del tutto convinto e convincente dell’assunto si mostrava Markus Stenz, maestro concertatore e direttore dell’opera wagneriana al teatro La Fenice di Venezia, in scena sino a domenica  prossima 26 aprile. Interprete wagneriano doc, Stenz giocava abilmente le carte dell’intensità emozionale, trasformando la partitura in un’esperienza viva e vibrante, ricca di tensione, di contrasti, di vis drammatica, coadiuvato da un’orchestra generosamente italiana nel condividerne le intenzioni. Tanto colore e tanto calore veniva quindi dalla buca, mentre sul palcoscenico sembrava quasi si raccontasse un’altra storia.
Della regia di Damiano Michieletto, ripresa dall’allestimento dell’Opera di Roma, in verità si è già detto di tutto e di più, come sempre oscillando tra approvazione e biasimo. A parere di chi scrive, a parte qualche scivolamento di cattivo gusto nella sciattezza di certi costumi tra canottiere alla muratore, camice da notte, ciabattamenti vari, nell’orribile doccia (un simbolo fallico? Un matitone per scrivere libretti wagneriani?) dispensatrice d’argento, lo spettacolo non mancava di fascino, sia per le scene (di Paolo Fantin) che per le efficacissime luci (Alessandro Carletti), per il resto degli eleganti costumi vagamente ispirati agli anni Trenta di Carla Teti, ossia la super squadra di Michieletto, impegnata nel restituire una narrazione impeccabilmente pulita. Pure coerente in effetti con l’idea del regista di trasformare Lohengrin in una riflessione sulla fragilità umana: solo che di fragile nell’opera v’è solo forse il delicato personaggio di Elsa, che non può (e nemmeno mai potrebbe) tener fede all’assolutezza dell’amore, devozione religione romantici, sublime come il Graal, nel momento in cui deve confrontarsi con il cigno (sostituito in questa versione da una bara bianca) ossia, in sostanza, perdere la verginità.
Così nel mentre sfavillavano gli ottoni della Fenice scambiandosi lussureggianti segnali di saluto dai palchi del teatro, nel mentre il coro circondava gli amanti di fiori cantati, nel mentre incalzavano eroici ritmi di battaglie, si vedeva il coro tramutato in ciechi (seguendo il destino di Elsa) poiché la luce della verità acceca, inciampanti sul legno della parete posta a tagliare la scena, oppure Telramond/Macbeth ossessionato dalla visione dell’infante del Brabante ucciso (ma che poi resuscita come sappiamo), o ancora un dinamico duello tramutato in Lohengrin-Achille-Sigfrido che si cosparge d’argento mentre l’antagonista ne resta bruciato… E poi insomma questo Lohengrin è anche una fiaba senza happy Ending: insomma mettiamoci pure l’uovo primordiale (come il vaso di Pandora?) ma  non toglieteci almeno il cigno!  Tutto secondo le aspettative (alte e confermate) invece sul fronte del cast vocale. A Venezia si è scelto di affidare il ruolo principale a Brian Jagde, che ha offerto una performance vocale caratterizzata da luci e ombre: dopo un inizio piuttosto incerto, con un attacco poco incisivo di “Mein lieber Schwan”, il tenore ha trovato la sua forza soprattutto nei passaggi più energici, riuscendo persuasivo nei momenti bellicosi della parte, meno credibile nella dimensione più intima del duetto amoroso e comunque commovente nel celeberrimo racconto “in Fernen Land” del finale.
Dorothea Herbert ha realizzato un’Elsa convincente nella sua dimensione onirica, mostrando una voce flessibile, capace di trasformarsi da lirica, a drammatica, a “nevrotica” seguendo il “bilding roman” della sfortunata fanciulla. Claudio Otelli (Telramund) e Chiara Mogini (Ortrud), entrambi dotati di mezzi vocali più che consistenti sono stati diabolici dalla punta dei piedi ai capelli, con una attorialità spiccata e aderente al contesto. Il Coro del Teatro La Fenice, rafforzato dall’Hungarian National Male Choir, ha fornito una prova solida, contribuendo in modo significativo all’intensità emotiva delle grandi scene corali che abbondano nell’opera

 

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