Ci sono vite che non si lasciano misurare da ciò che hanno mostrato, ma da ciò che hanno reso possibile. Noretta Conci-Leech apparteneva a questa linea sottile e decisiva.
Nata a Trento nel 1931, cresciuta in un contesto colto e raccolto, aveva attraversato con naturalezza le tappe più alte della formazione musicale italiana: gli studi con Carlo Vidusso, il diploma al Conservatorio di Santa Cecilia a Roma, quindi l’incontro determinante con Arturo Benedetti Michelangeli, di cui fu allieva e assistente. Un apprendistato severo, quasi spoglio, che le restituì una convinzione destinata a non mutare: il suono come responsabilità interiore, mai come superficie espressiva. Aveva intrapreso una carriera concertistica e insegnato anche negli Stati Uniti, ma a un certo punto la sua traiettoria si spostò silenziosamente. Non un arretramento, bensì un decentramento consapevole: dal centro della scena alla soglia in cui la musica ancora si forma, fragile e non detta. https://www.artesnews.it/tipologie/presentazioni/trento-un-pomeriggio-musicale-alla-casa-torre-conci/
A Londra, insieme al marito John Leech, trasformò questa inclinazione in una struttura concreta. Nel 1991 nacque il Keyboard Charitable Trust: non un’istituzione accademica, ma una rete viva, fondata su fiducia e relazione. Un’idea insieme semplice e rigorosa: ridurre la quota di casualità che decide l’inizio delle vite artistiche, offrendo ai giovani pianisti occasioni reali di incontro con il pubblico. In oltre trent’anni, il Trust ha sostenuto più di trecento musicisti e promosso centinaia di concerti tra Europa e America, in un circuito che attraversa alcune delle sale più significative della tradizione concertistica internazionale, dalla Wigmore Hall alla Carnegie Hall, dalla Philharmonie di Berlino a numerosi altri luoghi centrali della vita musicale europea e americana. Attorno a questo progetto si raccolsero figure come Claudio Abbado, Alfred Brendel, Lorin Maazel, Evgeny Kissin, Stephen Hough, András Schiff: presenze diverse per linguaggio e destino, ma unite da una stessa idea di responsabilità verso ciò che viene dopo.
Noretta non amava le definizioni. Non era una didatta nel senso istituzionale del termine, né un’organizzatrice in senso stretto. Piuttosto, possedeva una qualità più rara e meno dicibile: il riconoscimento. La capacità di intuire, spesso in un tempo minimo, se in un giovane interprete esistesse una voce necessaria. E, una volta riconosciuta, la disposizione a sostenerla senza sovrapporvisi, con una discrezione che molti hanno percepito come la sua forma più alta di presenza. Chi l’ha conosciuta ricorda una essenzialità quasi assoluta: parole misurate, assenza di enfasi, attenzione continua. E tuttavia una presenza decisiva nei passaggi più esposti, quando una traiettoria artistica non è ancora definita e potrebbe ancora deviare. Era lì, prima che il gesto diventasse definitivo, nel punto in cui il talento chiede soltanto di essere ascoltato senza essere corretto.
Anche il riconoscimento ufficiale conferitole insieme al marito – il titolo di Member of the Order of the British Empire – non modificò questa postura appartata, coerente con una visione della musica che rifuggiva ogni esposizione superflua. Quella fedeltà, ostinata e priva di retorica, si riassume forse in una sola convinzione, semplice e radicale: la musica vive soltanto se qualcuno continua a crederci abbastanza da sostenerla negli altri.
Oggi, nel momento della sua scomparsa, ciò che resta non è un profilo, ma una trama: una costellazione discreta di inizi, di accessi, di possibilità offerte. Pianisti che hanno trovato un primo ascolto, una prima occasione reale, un varco. Non ha costruito carriere nel senso diretto. Ha reso possibile che accadessero. È una differenza sottile, ma decisiva. Ed è lì, in quello spazio quasi impercettibile tra talento e destino, che Noretta Conci-Leech ha lasciato la sua impronta più duratura.
Alessandro ArnoldoNato a Trento nel 1989, ha compiuto gli studi musicali diplomandosi in direzione d’orchestra presso il Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Milano sotto la guida di Daniele Agiman. Ha arricchito la sua formazione partecipando a corsi e masterclass con Riccardo Muti presso la Riccardo Muti Italian Opera Academy, Gianluigi Gelmetti all’Accademia Chigiana di Siena ed Ernesto Palacio all’Accademia del Rossini Opera Festival, intitolata al Maestro Alberto Zedda. Ha diretto numerose orchestre esibendosi in Italia, Austria, Germania, Spagna, Georgia, Croazia, Lituania, Lettonia, Belgio e Repubblica Ceca. La sua interpretazione de Le Carnaval des Animaux di Camille Saint-Saëns è stata inclusa nel percorso didattico “è musica per tutti”, libro di testo e DVD pubblicato da Edizioni Scolastiche Mondadori, Pearson Italia. Direttore Artistico della Fondazione Filarmonica Trento e direttore principale dell’orchestra I Filarmonici di Trento é, inoltre, giornalista pubblicista, autore e conduttore di trasmissioni radiofoniche di approfondimento culturale, corrispondente per la rivista di informazione culturale ArtesNews, ideatore e autore della rubrica settimanale Rondò per il Quotidiano L’ Adige e collabora da diversi anni con TEDxTrento e con il centro EURAC Research di Bolzano.