di Francesca Bernardi
Museo Diocesano Carlo Maria Martini, Milano
19 maggio – 18 ottobre 2026
Werner Bischof. Point of View. L’uomo con l’uovo.
Caption © Werner Bischof / Magnum Photos
C’è una storia che Marco Bischof racconta durante la press preview e che vale più di qualsiasi didascalia. Suo padre Werner, in Indocina nel 1952, si trova a bordo di un treno militare che si ferma in un piccolo villaggio. È un uomo alto, bianco e straniero: la sua presenza è una minaccia silenziosa e gli abitanti si nascondono. Allora Bischof scende, trova un sasso, si siede e comincia a disegnare. Passa del tempo. Arrivano i bambini, come sempre arrivano i bambini. Una di loro gli porta un uovo. Da quel gesto nasce la fiducia e dalla fiducia nasce l’accesso: due settimane di ritratti nell’intimità di un villaggio che aveva deciso di aprirsi. Questa storia non è un aneddoto. È un metodo. Ed è la chiave per leggere la mostra Point of View, che il Museo Diocesano Carlo Maria Martini di Milano dedica a Bischof dal 19 maggio al 18 ottobre 2026, in occasione dei 110 anni dalla nascita del fotografo svizzero. Curata da Marco Bischof, Andréa Holzherr e Tania Kuhn, con la collaborazione di Magnum Photos e Werner Bischof Estate, l’esposizione raccoglie 200 fotografie vintage originali, contact sheets e materiali documentari articolati in quattro sezioni che non sono solo cronologiche: sono le quattro stagioni di un’identità che si trasforma.
La prima, Svizzera 1932-1944, racconta gli anni in cui Bischof non è ancora un fotoreporter ma qualcosa di più preciso: un artista che studia. Nato a Zurigo nel 1916, si forma alla Scuola di Arti e Mestieri con Hans Finsler per la fotografia e Alfred Willimann per la grafica. Apre uno studio pubblicitario, allena l’occhio alla perfezione formale, collabora con la rivista culturale Du. Voleva fare il pittore, era andato a Parigi, ma la guerra scoppia e torna in Svizzera, dove si dedica interamente alla fotografia. In quegli anni costruisce l’arsenale tecnico ed estetico con cui affronterà il mondo: la composizione equilibrata, il bianco e nero misurato, la cura quasi pittorica del dettaglio. Non è una fase preliminare: è il fondamento. Il rigore formale non è decorazione, è rispetto. È il modo in cui, più tardi, terrà a distanza il sensazionalismo e rifiuterà di trasformare la sofferenza in spettacolo.

© Werner Bischof / Magnum Photos
La svolta arriva con la seconda sezione, Europa 1945-1950. La guerra è finita e Bischof viene incaricato di documentare il continente devastato: Germania, Olanda, Italia, Francia. Queste immagini lo segnano e lo orientano definitivamente verso una fotografia sociale e umanista. Ma c’è qualcosa di più che una conversione tematica: è qui che l’artista diventa documentarista senza smettere di essere artista. Si porta dietro una camera oscura allestita nell’automobile, perché nell’Europa distrutta non esiste altro modo per sviluppare. Bischof fotografa le macerie con la stessa cura formale con cui aveva fotografato le campagne svizzere. Lo sguardo non cambia: cambia il peso di ciò che guarda.

© Werner Bischof / Magnum Photos
È in questo periodo che entra, nel 1949, nell’agenzia Magnum Photos, tra i primi fotografi ad aderire a un progetto radicale: restituire ai fotografi la proprietà dei negativi e l’autonomia editoriale rispetto alle imposizioni dei giornali, che di quei fatti avevano spesso una lettura tutta politica. Bischof capisce subito il senso profondo di quella libertà. Poter fotografare non solo quello che le testate richiedono, ma anche quello che davvero vuole vedere: non è un privilegio artistico, è una condizione necessaria per fare fotografia onesta.

© Werner Bischof / Magnum Photos
La terza sezione, Asia 1951-1952, è quella in cui il metodo si cristallizza. Nel 1951 documenta per Life la carestia in India; poi il Giappone, la Corea, Hong Kong, l’Indocina. È qui che si colloca la storia dell’uovo. Ma è anche qui che arriva il telegramma che lo invita a documentare “la grandezza dell’esercito francese” in Vietnam. Bischof lo rifiuta: quello non è il suo lavoro. Non polemizza, non teorizza. Si siede su un sasso e aspetta. Nei suoi diari, intanto, accumula schizzi e annotazioni per entrare in sintonia con i luoghi e le persone prima ancora di sollevare la macchina fotografica. Quello che nei suoi scatti appare come immediatezza è in realtà il risultato di una preparazione paziente, quasi antropologica.
La quarta e ultima sezione, Nord e Sud America 1953-1954, è quella della rivendicazione. Bischof sperimenta il colore, porta una cinepresa in valigia, cerca nuovi linguaggi. Ed è Marco stesso a definire questo momento con una formula precisa: da qui in avanti, la quarta epoca, quella in cui Werner Bischof dichiara “sono un artista”. Non è vanità. È la consapevolezza che il documento fotografico, per sopravvivere al proprio contesto, deve contenere qualcosa di più del contesto stesso. Deve avere una vita formale autonoma, una tensione interna che lo renda leggibile anche quando le circostanze che lo hanno generato sono dimenticate. Bischof è stato il primo fotografo della Magnum a essere riconosciuto ufficialmente come artista, e quella distinzione non era onorifica: segnava una differenza di metodo e di intenzione.

© Werner Bischof / Magnum Photos
Werner Bischof muore il 16 maggio 1954 in un incidente stradale sulle Ande peruviane, a trentotto anni, mentre è ancora in viaggio. L’archivio che lascia, custodito dalla moglie Rosellina e poi valorizzato dal figlio Marco, è uno dei più importanti della fotografia del Novecento. Point of View non è solo il titolo della mostra: è la sintesi di un’intera poetica. Da un lato il punto di vista come scelta tecnica, l’angolo, la distanza, la luce. Dall’altro, il punto di vista come posizione morale nel mondo. Per capire davvero il peso di quelle immagini bisogna fare uno sforzo di immaginazione storica. Werner Bischof lavora in un’epoca profondamente diversa dalla nostra: un’epoca senza internet, senza smartphone, senza la valanga silenziosa e continua di immagini che oggi ci sommerge dall’alba al tramonto. Un’epoca in cui sapere cosa accadeva nel mondo significava aspettare. Aspettare che arrivasse la carta stampata, sfogliarla con una specie di fremito, fermarsi su una fotografia come ci si ferma davanti a qualcosa di raro. Il fotografo era l’unica persona in grado di portare il mondo agli occhi del mondo: l’unico tramite tra ciò che esisteva laggiù e chi non avrebbe mai potuto vederlo. Quella responsabilità si sente ancora, oggi, guardando i vintage originali esposti nella luce sobria del Diocesano. In un’epoca in cui vediamo milioni di fotografie al minuto, le immagini di Bischof chiedono di fermarsi. E di aspettare.






